Finestre
Una vita e le sue finestre

Potrei iniziare da quella contemplata più a lungo: quattro ante, larghe quanto la parete di fronte al mio letto di ragazzina. A primavera incornicia le fronde verde carico dei tigli e lascia entrare il profumo dei fiori insieme alle grida dei bambini più piccoli. E in quel verde intenso e improvviso c’è tutto lo struggimento per la vita che mi aspetta, perché sono troppo grande per unirmi ai giochi e, pur sdegnandola, l’infanzia già mi manca. Domani si rientra dalle vacanze di Pasqua e io sto ultimando il mio modellino di spiaggia per la ricerca sull’ambiente con soddisfazione mista all’ansia. In classe la professoressa di matematica e scienze estrarrà dalla tasca del camice nero un foglietto su cui ha annotato i nomi delle bambine che l’hanno ricordata durante le vacanze. Vorrei essere nell’elenco che leggerà domani, e mi dico che forse, se spedisco subito la cartolina che ho comprato, sarò anch’io fra quelle che si ricordano di lei. Del resto come potrei dimenticarla? Ma scriverle è un’altra faccenda. Una frase è più fasulla dell’altra e alla fine strappo la cartolina con la torre di Carmio che spunta da un boschetto di abeti. Meglio prepararsi a bruciare di nuovo di vergogna.
C’è poi la finestra della mia stanza nella casa degli studenti stranieri del paese comunista dove ho trascorso due anni a perfezionare la lingua. Stormi di grasse cornacchie nere con brandelli di cibo penzolanti dal becco si librano tra noi e l’edificio di fronte, la casa degli studenti locali dove noi non abbiamo accesso. Se mi sporgo, le rivedo tre piani più sotto, a pasteggiare sulla distesa di immondizia alimentata dalle sorveglianti che spingono carriole dagli scantinati. Noi scarichiamo i rifiuti in fetide aperture nelle pareti dei corridoi che dividiamo con torme di scarafaggi. Gli scarafaggi scorrazzano anche nelle camere, ma non ci faccio più caso. Ai primi freddi la finestra viene sigillata con farina cotta nell’acqua, ovatta e carta. Resta solo un piccolo finestrino che apriamo nelle nottate di vino bulgaro e conversazioni cosmopolite per snebbiare l’aria calda imbottita di fumo. Riscaldamento esagerato e sigarette a pochi centesimi sono lussi di regime. Ma la corrente gelida non smorza la mia grande passione, per quel popolo, quella lingua, quella frugalità che mi rende leggera. Mi abituo presto anche alla vista delle cornacchie spazzine. Sento che la vita è finalmente cominciata.
Dalla finestra del soggiorno del mio primo infelice matrimonio spio il gatto sul tetto al di là del canale. Mi convinco che sia lì per me perché resta a fissarmi mentre provo a scrivere del pasticcio in cui mi sono cacciata e da cui non ho idea di come uscire. Impegno, lealtà, rabbia, sfinimento, tutto insieme, dolorosamente inestricabile.
Finestre, uno sguardo protetto sulla vita, soglia della mia attesa e della mia indecisione.
Però, se il gatto veniva a trovarmi, una soluzione da qualche parte doveva esserci. Quanto ancora potevo stare così male, quanti chili potevo ancora permettermi di perdere?
Poi un giorno ho capito che non si trattava di un gatto, ma di una gatta. L’ho capito per via di quella sua flessuosità aggraziata priva di aspirazioni. Dammi un po’ della tua forza, della tua libertà, pregavo, capendo per la prima volta gli antichi egizi. E quando le ebbi restituito la femminilità lei non tornò più. Ora toccava a me.
Il finestrino dell’autobus che mi riportava a casa dalla scuola di provincia al terzo anno di insegnamento. Cercavo tra la folla di piazzale Roma la sua testa di riccioli neri. E lui c’era sempre, a riaccompagnarmi verso la vita. Senza richieste, senza promesse.
Anni dopo le luci che si accendono nelle finestre dei condomini di fronte alla scuola serale. Vite al ritorno dal lavoro quando il mio cominciava. Uomini e donne restituiti ai loro cubicoli, mentre io passavo di aula in aula, ogni ora un gruppo nuovo di uomini affaticati e curiosi. Mi sentivo molto libera, a osservare la vita rallentata nelle finestre di fronte, io che sarei tornata al mio cubicolo troppo stanca per ciondolare la sera. Ma con il tempo mi capitò di desiderare di essere dall’altra parte, di abbandonarmi a quella normalità anonima, tutti così simili, con la loro televisione e le loro sigarette al davanzale. Non un problema all’orizzonte. E quando il desiderio si è fatto troppo forte ho chiesto di tornare a insegnare al mattino.
Dalla finestra della quinta D entra una brezza tiepida che scompiglia i fogli sui banchi. Già oggi i rami sono un po’ più spogli e i tralicci del vecchio gasometro più visibili. Nell’aria tersa il giardino ostenta il suo abbandono in un’esplosione di colori che presto piogge e nebbie estingueranno in scheletri di umido nero. Sofia mi sta chiedendo di posticipare l’esame di certificazione a primavera, sua madre non ha i 139 euro per la sessione di dicembre. Torniamo a Dickens e a Coketown, la città industriale di Tempi difficili, e cerchiamo di capire perché l’autore ne descriva la disumanità ricorrendo alle immagini di un selvaggio sul piede di guerra, di serpenti perennemente arrotolati su se stessi e di elefanti ammalati di malinconica follia. Qualche foglia si stacca e volteggia piano, inconsapevole della sua morte. Ignoravo l’esistenza del vecchio gasometro a pochi passi da casa. Mi ricorda quello che fa da sfondo alle passeggiate di Spider nell’East End. Archeologia industriale, il riflesso della sua pazzia. Una coppia di corvi mi fissa da un ramo.
Coketown è paragonata a soggetti esotici. Con l’industrializzazione la civiltà è tornata ad essere una giungla, dice Giulio con il suo inglese che segue perfettamente il tracciato cantilenante del suo italiano da veneto. Sofia invece ha un suo modo naturalmente inglese di cercare le parole quando risponde che Dickens poteva aver visto serpenti ed elefanti solo nei circhi o allo zoo. Ma lo zoo di Londra aprirà al pubblico solo tre anni dopo la pubblicazione del romanzo, quindi non resta che il circo, l’unico luogo di Coketown che lasci spazio alla fantasia e al sentimento, dove l’uomo lavora per passione.
Eccomi qui, in un luogo in cui non ho mai desiderato essere ma dove già mi sento a casa. Una casa in cui mi sono appena trasferita e in cui ancora mi capita di perdermi. Cerco di imprimermi le sensazioni nuove provenienti dal giardino col gasometro. Prima che diventi sfondo, come tutto il resto. O prima che se ne impadroniscano gli speculatori. La scoperta di queste anse al temporaneo riparo dalla corrente del tempo è come se mi placasse.
Racconto che Dickens, per scrivere Tempi difficili, aveva lasciato il turbinio londinese e si era stabilito per qualche mese nella cittadina industriale di Preston. Voleva spiare dietro alle quinte del progresso per un nuovo romanzo a puntate che risollevasse le vendite della sua rivista.
Azzardiamo che le colonie, saccheggiate di uomini e materie prime, ossessionano la fantasia della civiltà industriale. Ma così come gli uomini vengono rinchiusi nelle fabbriche anche l’esotico viene relegato in luoghi di contenimento. Nei circhi, si sforza di spiegare Sofia, agli animali viene insegnato a comportarsi in modo innaturale che ci fa ridere, ma ci mette anche tristezza. È qualcosa di simile a quanto sono costretti a fare gli abitanti di Coketown, fin da bambini. Brava Sofia. Forse neanche a primavera tua madre avrà i soldi per la certificazione. E di questo, magari, un giorno scriverai.