Che cosa fare del dolore

Avevo da poco iniziato a leggere Ucrainian Vignettes, quando la mia amica Janet, prima di lasciarci dopo un pranzo al sole, mi infila in borsa il libro che ha acquistato per me a Testo dicendomi: Non ho potuto non pensarti. Butto un occhio: Oltre la soglia del dolore di Katerina Gordeeva, testimonianze di profughi ucraini in Europa e in Russia, raccolte nei primi mesi dell’invasione. Divoro il libro e quando rivedo Janet la ringrazio per avermi fatto conoscere la coraggiosa giornalista che nel 2014, dopo l’annessione russa della Crimea, rifiutando la linea imposta dalla TV russa per cui aveva lavorato per anni come corrispondente dai teatri di guerra, lascia il suo paese. Per aver preso posizione contro la guerra in Ucraina, dal 22 settembre 2022 Gordeeva è stata bollata come agente straniero.
E se ancora non fosse stato per Janet che mi chiede il significato di agente straniero, questa etichetta sarebbe rimasta nella mia mente solo come una delle tante forme sovietiche di repressione del dissenso opportunamente rispolverate da Putin. Scopro così che da dicembre 2022 la normativa sugli agenti stranieri, inizialmente rivolta a soggetti che percepivano finanziamenti dall’estero, è diventata di fatto una forma di censura per chiunque si esprima criticamente sull’Operazione Militare Speciale, sancendo definitivamente la fine del periodo di libertà di espressione iniziato con la perestrojka. Leggo che un agente straniero conserva la cittadinanza russa – ecco perché Gordeeva ha potuto condurre le sue interviste anche nei Centri di Accoglienza Temporanea a Rostov sul Don e Taganrog! – ma è sottoposto a obblighi e limitazioni dei diritti civili. È tenuto innanzitutto ad autodenunciare il suo status facendo precedere qualunque pubblicazione, anche un post social, da una dicitura tipo: “Questa edizione contiene materiale prodotto o diffuso dall’agente straniero tal dei tali”. Il soggetto colpito dalla fatwa deve inoltre rendere regolarmente conto delle proprie attività al Ministero della Giustizia che, ogni venerdì, aggiorna l’elenco degli agenti stranieri, siano questi persone fisiche o organizzazioni finanziate o in qualche modo influenzate dall’estero (al 30 gennaio 2026 erano 1.138).
Sul piano della perdita dei diritti, a un agente straniero è vietato ricoprire cariche pubbliche, partecipare a campagne elettorali e referendarie, organizzare eventi pubblici o svolgere attività di divulgazione o di istruzione. Contravvenendo a queste disposizioni, incorre in sanzioni, da pecuniarie a detentive.
Seguendo questa traccia vengo aiutata da OVD-Info, un’organizzazione indipendente che fa ricerca, informazione e offre assistenza legale a cittadini russi vittime di azioni repressive. Secondo OVD-Info la qualifica di agente straniero è definita in modo così vago da lasciare ampia discrezionalità di applicazione. Sorta nel 2011 a Mosca, OVD-Info ha costruito una rete di 400 avvocati e 7.000 volontari e si sostiene grazie a donazioni private, occasionali o regolari. Fino a poco tempo fa OVV-Info contava su una platea di 120.00 donatori russi, ma il 25 novembre 2025, di punto in bianco e senza alcuna spiegazione, i servizi bancari russi hanno sospeso i pagamenti in rubli. OVD-Info non è la prima vittima di questo trattamento. Capita anche un’organizzazione sia inserita nel registro degli agenti stranieri. Si tratta di misure che preludono alla chiusura definitiva. Sorte toccata di recente anche alla prestigiosa Memorial, premio Nobel per la pace nel 2022. A partire dal 2016, una ad una le sue numerose diramazioni sono state inserite nel registro degli agenti stranieri. A gennaio di quest’anno, Memorial è stata riconosciuta come “organizzazione indesiderata”, e il 9 aprile la Corte Suprema ha emesso il suo verdetto: in quanto “organizzazione estremista” alla piattaforma russa di Memorial sono stati apposto i sigilli.

Anche Gordeeva è incorsa nei rigori di questa legge. Oltre la soglia del dolore nasce dalle interviste che inizialmente la giornalista aveva raccolto per un documentario uscito sul suo canale YouTube il 17 luglio 2022. E poiché nel documentario non compare l’autodenuncia dell’autrice come agente straniero, le è stata comminata una multa di 30.000 rubli. Nel 2026 è stata oggetto di una sanzione di 120.000 rubli “per aver fatto propaganda LGBT” sul suo canale YouTube.
Ho visto il documentario dopo avere letto il libro, che del documentario è la diretta emanazione, avendone recuperato il materiale sacrificato dal montaggio, che aveva selezionato tre ore e mezzo di interviste da un totale di cento ore. Quei volti e le loro voci si sono sovraimpressi sulle parole del testo. Il russo meridionale modulato nei suoi vari accenti, arrochiti dal pianto, soffocati dal dolore, tremuli per l’età, vibranti della volontà di ricominciare, pacati per la riconciliazione con la vita, amari di una rassegnazione forzata.
Il viaggio di Gordeeva fra i profughi è iniziato a ridosso del 24 febbraio. Ebrea russa con metà della sua famiglia residente a Kiev, l’aggressione all’Ucraina ha significato che “la mia nazione aveva mosso guerra a quelli che amo”. Registrare quello che accadeva, andare incontro alle vittime causate dalla sua patria, lasciarsi investire dall’odio, dalla rabbia, dalla perdita, l’ha aiutata a stare in una situazione che minacciava di sopraffarla. Ma le voci e i volti di quelle persone, una volta finito il film, non volevano uscirle dalla mente, le tornavano anche in sogno. Continuava inoltre a ricevere nuove testimonianze; veniva ricontatta dalle persone già intervistate ma c’era anche chi la cercava per la prima volta, tra cui alcuni disertori russi e madri e fidanzate di soldati russi morti o dispersi. Scrivere l’ha aiutata anche a non cedere all’assuefazione all’orrore di una guerra che non vuole finire. Per me leggere e ascoltare queste e altre testimonianze è il mio modo di continuare a guardare alla realtà della guerra, a combattere l’oblio cercando di capire, di restare legata all’umano, alla carne, a tutto quello di cui l’istinto vorrebbe fare a meno, consegnandolo agli schermi che ne restituiscono la versione anestetizzata dei professionisti dell’analisi geopolitica e militare.
Raccontare e ascoltare è curativo, può avvicinare e riconciliare. I personaggi di Gordeeva hanno perduto tutto ciò che avevano, spesso anche i parenti più stretti. Provo a immaginare i dubbi e le resistenze che hanno dovuto superare per accettare l’intervista. Accettarla significava rivivere nel racconto l’esperienza dei bombardamenti, dei cadaveri sparsi nelle strade e seppelliti nei cortili di casa, delle giornate trascorse senza acqua e elettricità negli scantinati affollati di vecchi e bambini, dell’uomo che ti ha salvato e che non è più tornato, del marito sparato a bruciapelo, del figlio che non sei riuscita a salvare. E, probabilmente, la resistenza più forte per molte di queste persone originava proprio dall’intervistatrice, una figlia del popolo che gli aveva distrutto la vita: per superarla era necessario mettere da parte l’odio e la rabbia. Ma proprio grazie a tale sforzo assistiamo spesso al principio di una ricostruzione sulle rovine di una devastazione morale ed emotiva. Alcuni si sono alleggeriti delle scene atroci di cui sono stati testimoni o degli incubi che li hanno perseguitati in quei giorni. Altri dichiarano di essere riusciti a fare qualcosa che sembrava loro impossibile, erano contenti di aver rimesso insieme la loro esperienza e di averla depositata fuori di sé. Come Ljuda che, tempo dopo l’intervista, ha cercato Katja per dirle che parlare con lei l’aveva aiutata a tirare un rigo su quello che era accaduto. Rivedendo più volte il documentario, dopo tanto tempo ha ritrovato la pace ha capito che continuerà a vivere, e conclude che adesso sappiamo tante più cose su noi stessi. Sappiamo quanto poco ci serve per essere felici.
Per alcuni c’è stato un momento, spesso durante la fuga o dopo essere stati colpiti, in cui hanno sentito nel profondo di se stessi che ne sarebbero usciti vivi e avrebbero messo in salvo i figli. Il desiderio di ricominciare a vivere si accompagna spesso all’affiorare di nuove consapevolezze attingibile solo dopo un passaggio nell’inferno. Il libro può essere letto come un elenco di efferatezze impensabili in tempo di pace, ma anche come la scoperta di un senso nuovo. Per esempio la solidarietà fra vicini e sconosciuti nata durante i giorni dell’assedio, In Ucraina si è sempre detto: Non sono fatti miei. Abbiamo vissuto ognuno per conto proprio. La vicinanza nell’indicibile ha creato un senso di popolo, di comunità.
Tanja, la madre che ha avuto la fortuna di salvarsi con i suoi quattro figli, dice di essersi resa conto che pur non avendo più niente l’unica cosa che le manca davvero è il cielo di Vyšegrad, la località di campagna dove si è stabilità con la famiglia dopo aver lasciato il lavoro e la grande città. È solo un’impressione che il cielo sia uguale ovunque. Io mi ricordo com’è il cielo sopra la nostra casa. Me lo ricordo… capisci? Come non pensare ai due versi finali di Chlebnikov nel suo elenco di indispensabili?

Succede anche che le divisioni etniche create dalla propaganda vengano superate nella comprensione dell’impossibilità di attribuire una colpa totale a questi o a quelli. Come dice Julia, Sì è stata la Russia che ha cominciato la guerra … ma poi ognuno ha continuato a fare mostruosità di suo … e questa verità non ve la racconterà nessuno … tutti ci hanno messo del loro, se no la guerra non ci sarebbe stata.
Le atrocità di cui i personaggi di Gordeeva sono stati testimoni dalla soglia di casa, hanno portato molti di loro a comprendere che la perdita più grave causata dalla guerra è la perdita dell’umanità. Avere fra le mani un’arma, hanno detto in tanti, fa sentire onnipotenti. Si uccide perché se ne ha la possibilità, come altrimenti spiegare le stragi di civili disarmati? Un carro armato di fronte a casa, la torretta che ruotava in cerca di un obiettivo, sembrava vivo… poteva distruggere tutto, poteva facilmente liberarsi da tutti i vivi. Un carrarmato non ha l’anima. Ma il vero pericolo sono gli uomini, conclude Irina che è riuscita a fuggire da Buča. Così ricorda il soldato russo a un posto di blocco: Era vivo, ma aveva gli occhi morti. Un’altra donna si dice convinta che i soldati che sparavano contro di loro, contro le loro case ma anche fra di loro… non si rendevano in alcun modo conto di quello che facevano, avevano semplicemente smesso di essere umani. Ho orrore e paura per loro. Perché è facile perdere la propria umanità, ma come riconquistarla poi? Ed è proprio l’avere sperimentato questa disumanità che la porta a concludere che questa è più che una guerra di un paese contro l’altro, è una lotta della luce contro le tenebre, del Bene contro il Male. E poi c’è la chiamata dell’innocenza. La bimba, che insofferente del prolungarsi dell’intervista alla madre, si intromette e chiede di smettere di parlare di queste cose. Gordeeva le chiede di cosa vorrebbe parlare, e lei risponde: del bene.

A queste e altre nuove consapevolezze giungono tante vittime. Vittime ucraine della violenza e vittime russe della disinformazione e della propaganda. Mi sono resa conto che il dolore estremo può aprire gli occhi a una saggezza inattingibile nella vita cosiddetta normale, appiattita sulle preoccupazioni quotidiane. La perdita può indurre a sollevare lo sguardo, a voler capire come stanno davvero le cose e quindi a mettere in discussione l’autorità, la propria vita e i propri convincimenti. Pochi nascono con una innata attitudine critica che li porta a vedere il mondo e la vita dal di fuori, a voler capire da sé, a cercare il senso della propria esistenza. Questo lo fanno i poeti e i filosofi, non necessariamente di professione. A loro non servono tragedie per mettersi in cerca della verità.

In un monolocale nella periferia di Łodz sono rifugiate tre persone che, insieme a Tyson, lo Scot Terrier di Inna, sono riusciti a fuggire rocambolescamente in auto da Mariupol’. Sono ospiti di una psicologa russa che dopo l’annessione russa della Crimea nel 2014 ha deciso di lasciare il suo paese. Non sopportava l’indifferenza della gente di fronte all’occupazione di territori altrui, provava vergona. Così, ha usato il ricavato della vendita del suo appartamento a Tula per acquistare questo monolocale, tenendo da parte il resto per gli anni ancora da vivere. L’arrivo dei profughi ucraini nel 2022 le si è presentato come l’occasione che aspettava per espiare la colpa che la accomuna al suo popolo. Ora lei dorme in quella che era la sua cucina, fornello e stoviglie spostati nel corridoio, mentre nella stanza principale si sono sistemati i nuovi ospiti. Tanja vive dei pianti e delle risate di queste persone che aiuta a ritornare alla vita. Tanja non è emigrata per fare la guerra al suo paese, ma per salvargli l’anima. Mi ricorda un personaggio della grande letteratura russa, a metà fra il principe Myškin e Sonja, l’ex prostituta innamorata di Raskol’nikov, che lo segue nella deportazione in Siberia. Mi chiedo quanti di noi saprebbero sradicarsi dal proprio paese non in vista di opportunità di lavoro migliori – succede continuamente – ma per la vergogna delle azioni del proprio governo. La stessa Gordeeva vive in esilio volontario a Riga con i suoi quattro figli.
Oltre a reintegrare le parti di interviste tagliate per necessità di montaggio, il libro offre anche due nuove prospettive. La prima riguarda la presenza dei sentimenti dell’autrice. La puntuale registrazione delle sue reazioni e del suo coinvolgimento emotivo davanti a quelle persone, la sua apertura nell’accogliere le idee di tutti, senza convogliarle in un giudizio sulla guerra, se non sulla responsabilità del suo paese, e quindi sua e di tutti i russi che non sono riusciti a impedirla. In secondo luogo, il libro mostra come, in un paese in cui il libero pensiero è soffocato dall’indottrinamento e dalla distorsione dell’informazione, ci sono tante persone che non si arrendono. Oltre alle organizzazioni già citate, si sono formati gruppi di volontari che, con grande rischio personale, operano in clandestinità per aiutare a raggiungere l’Europa occidentale i profughi ucraini che non vogliono rimanere in Russia dove sono stati evacuati. E poi c’è il risveglio di chi è stato mandato al fronte dopo aver firmato il contratto senza sapere che cosa lo attendeva. Molti giovani russi, specialmente di provincia, finiscono nell’esercito per mancanza di altre opportunità. Uno di loro racconta di aver saputo di trovarsi in Ucraina – durante quella che doveva essere una semplice esercitazione – ricevendo il 24 febbraio l’sms del roaming ucraino. Inconsapevoli di essere diretti al fronte oppure convinti di andare a liberare gli ucraini dai nazisti e a portare loro il russkij mir, il pacifico mondo russo. Una giovane generazione ignorante e depoliticizzata che si è lasciata imbottire la testa di propaganda a base di patriottismo e popoli fratelli da liberare. Come il soldato che a Buča chiede il nome della via in cui si trova e quando apprende di trovarsi in via Ševčenko, ribatte stupefatto: Ma se sono io Ševčenko! E che, allora, i miei antenati erano nazisti? O come il disertore Kostik che dice di essere entrato nell’esercito perché non sapeva cos’altro fare. A dicembre 2021 firma il contratto, perché ho una ragazza e volevo regalarle l’iPhone… volevo solo guadagnare un po’ di soldi, io di politica non ci capisco niente. Al fronte era un inferno, ci sparavamo tra di noi. Probabilmente patrocinato da un avvocato di una delle organizzazioni come OVD-Info, Kostik riesce superare il processo ottenendo di rescindere il contratto senza condanna.

Il libro si chiude con il ritorno di Katerina a Rostov sul Don, la sua città natale. E qui ritrova un ricordo di infanzia dal quale il libro prende il titolo. Si tratta del verso di un’antica poesia: Porta via con te il mio dolore. Sono parole che la nonna soleva ripetere a Katerina, quando la invitava a liberarsi del dolore lasciandolo andare con la corrente del Don. È la fine di dicembre. La nonna è morta l’anno prima e da allora il cimitero ospita molte più tombe. Katerina fatica a ritrovare quella della nonna. Il gelo invernale si è inaspettatamente mitigato e il fango si attacca alle scarpe e incolla le pale dei necrofori che faticano a ricoprire di terra la bara di un soldato. I ricordi dell’infanzia si mescolano al pensiero che a meno di cento chilometri di distanza c’è il fronte, dove anche i soldati affondano nel fango. Sperando di trovare sollievo nell’incontro con nonna Taisija, una vecchia profuga sola al mondo per la quale aveva portato dei doni, Katerina ritorna per la terza volta al Centro di Accoglienza Temporanea. Ma lo trova vuoto, i profughi sono stati smistati in altre strutture. Katerina si addentra comunque nel parco e raggiunge la riva del fiume. Lo sguardo percorre un paesaggio desolato, svuotato dell’animazione estiva. La speranza di quel verso è vana. No, non c’è modo di lasciare andare il dolore.
Katerina Gordeeva, Oltre la soglia del dolore, Soliero, 21lettere, 2023.