Canto di un intellettuale disilluso, ovvero Il posto ideale che non c’è

Ecco, ho tradotto la tua poesia. Selim Jalkut, Selik per gli amici, forma araba di Salomone, il Pacifico, sconfinato come un oceano. Uomo di pace, privato prima della vista e poi delle illusioni. Medico e lettore appassionato di una vita finisti per scrivere anche tu. Fu mentre ancora indagavi i disordini di ghiandole e ormoni, o quando cessasti di raddrizzare quel che era andato storto nei complessi laboratori chimici dei tuoi pazienti? Non lo so, ci siamo persi di vista troppo tempo fa. Così comincia il tuo Canto di un intellettuale disilluso…
Perché accanirsi una volta ancora quando di tragedie ce n'è che basta, e impilare cumuli di frasi amare, turbando la quiete degli ottusi, quando tutto al mondo è già deciso, quando nei libri ci si è diffusi su quanto un tempo era oscuro... Ma se ci è dato di nascere e campare nel tempo degli inganni e degli equivoci, e le speranze son perdute o rovesciate, e volti non vedi, ma senti solo voci, come sirene che bucano la nebbia di navi lontane e spaventate, che chiamano cercando di approdare, e, infine, le ancore strappate, se ne vanno per non ritornare.
Non volesti strappare le tue ancore neanche quando i permessi agli ebrei li regalavano, a patto che non portassero via nulla dalla patria sovietica, se non la voglia di un’altra vita. Dopo la caduta del Muro ti saresti potuto costruire una brillante carriera nel regno del capitale. Ma tu niente, forse perché impigliato nel dilemma di abbandonare la madre anziana o strapparla alla sua terra. Non te la potevi figurare che si aggirava fra parole sconosciute e nemmeno che cercava la tua voce chiamando al vecchio numero.
Forse la lingua è la chiave di tutto. Che è rimasta la tua lingua benché la ribellione nazionalista ucraina abbia ripudiato la lingua dell’oppressore, a dispetto di Tolstoj e compagnia.

Sei rimasto mentre gli altri partivano, sei rimasto dopo Chernobyl’. A curare? Certo anche questo ti avrà trattenuto. Che ne sarebbe stato dei tuoi pazienti? E di un sacco di altra gente alla quale le radiazioni avevano stravolto il sistema immunitario in direzioni inaspettate, ma per te chiare e prevedibili, attaccando mute e invisibili l’organismo di quanti? Ancora non si sa, né si saprà mai.
Gli amici avevano la scusa dei figli, impossibile privarli delle sicurezze che luccicavano al di là dell’Oceano. Tu non ne avevi, che io sappia. Una moglie forse, ma vi eravate lasciati tanto tempo prima del mio arrivo. Probabilmente non eri fatto per una relazione fissa, la testa sempre sopra le questioni che ti appassionavano, e quando la sollevavi trovavi uno sguardo ammirato o intenerito a cui cedere, per qualche notte. Ti attribuii quel tipo di porosità schiva e distratta, che non lega a lungo, si lascia attraversare. Ma non ne abbiamo mai parlato. Perché io più che parlare ascoltavo. Intimidita dal vostro sapere, dal vostro coraggio, dalla vostra frugalità, da quella vita all’osso con le priorità al posto giusto. Ero giovane e ignorante, e avevo sete di capire. Del nostro mondo spiegavo quel che riuscivo. Avreste voluto sapere di più e meglio. Notti e notti a parlare.

Mi rendo conto ora che quegli incontri, che si svolgevano dal rientro dal lavoro fino a notte fonda, quando cadevamo addormentati uno dopo l’altro abbattuti dalla vodka, erano il campo della mia vera indagine. Mi impegnai a mimetizzarmi fra di voi, barattando i miei vestiti con i vostri e se per entrare nella vostra pelle serviva bere bevevo, se serviva imparare a condire con olio di girasole, far festa con caviale, cipolla cruda, aringa affumicata e cappuccio marinato ero pronta, come ero pronta ad abbandonare pratiche religiose e sociali da voi dimenticate o forse mai esistite. E mentre mi immergevo nelle vostre consuetudini le mie perdevano sostanza, più credevo di avvicinarmi alla sorgente che faceva di voi quel che eravate, più le mie vicissitudini mi parevano giocate contro un fondale da quattro soldi. Qualche ora di oblio e poi uno a uno ve ne uscivate per il lavoro, mentre io prendevo l’autobus che mi riportava al dormitorio, nervi e intestino scombussolati, la testa gonfia di sonno e di impressioni. Giornata di lezioni persa, ma ne era valsa la pena. Per qualche ora me ne rimanevo stesa a ripassare la serata, a imprimermi nella memoria le vostre storie di persecuzioni e di viaggi fantastici nelle repubbliche dell’Asia centrale, gli autori consigliati, le poesie recitate a memoria, le questioni ultime che avevamo dibattuto. Ognuna di quelle serate scrostava via vecchie idee e riorientava il mio sguardo: foste la mia prima vera scuola di formazione.
Fu in una di quelle sere, o forse durante la visita alla soffitta di un pittore tuo amico, che ti confidai che la vostra vita, così diversa dalla mia, era proprio quella che cercavo. Quel modo di stare insieme e di esserci sempre l’uno per l’altro. Quel mondo di censura in cui eravate voi a far girare l’informazione, il libro letto in samizdat, il film americano visto nella proiezione per i cineasti tesserati, i cantautori proibiti ascoltati in bobine gracchianti, le poesie fuori stampa dagli anni Venti trafugate dalla bibliotecaria amica dal fondo riservato. Mentre da noi si era diventati superficiali, i professori ti tenevano a distanza, di informazione ce n’era ma si preferiva la distrazione.
Tu ascoltasti, prendendomi sul serio. Non tirasti fuori la libertà, i confini invalicabili, le quote risicate di studenti ebrei ammessi all’università. Mi trasportasti fuori dal dilemma se fosse meglio la democrazia con la sua povertà o la dittatura con impiego e alloggio garantiti. Con garbo soffiasti via la nebbia delle mie illusioni, la ricerca del posto ideale, del sistema giusto, È solo perché noi viviamo al bordo della tomba, dicesti.
Da quel momento tu sei stato per me quelle parole. Non insistesti, non spiegasti, non tenesti lezioni. Ma da allora quando pensavo a te e a tutti gli altri, vi vedevo tenervi per mano in un cimitero buio, impegnati a trattenervi l’uno con l’altro dallo scivolare nelle fosse che erano già state scavate per voi.

Ripensando oggi alle tue parole, una cosa mi diventa chiara. Ciò che tanto mi attirava nel vostro mondo era proprio la presenza di un nemico che vi aveva in scacco fin dalla nascita, con l’educazione dottrinale e le ridicole prove di fedeltà all’ideologia pretese a ogni snodo della vita e della carriera. Un nemico che voi, a differenza di quanti lo prendevano per il grande benefattore, avevate identificato con largo anticipo sulla sua dissacrazione. Il dramma dell’esistenza aveva un responsabile e la silenziosa battaglia per salvare la vostra anima chiamava a raccolta ogni forza disponibile.
Mentre a noi questo non era consentito. Il nostro nemico era ed è ovunque e da nessuna parte, oggi più inafferrabile di ieri. Blanditi da speranze di successo e di benessere, anche se sempre meno raggiungibili, sappiamo confusamente che le cose non sono come ci vengono presentate e che presto o tardi inciamperemo e finiremo dentro a quella fossa. E vedi mai che non sia proprio il bisogno di dare un volto al nemico invisibile a rendere seducenti le teorie di cospirazioni capeggiate da uomini in flanella grigia che dal deep web ordirebbero questo o quel misfatto. A chi di noi invece, troppo razionale per cedere alla fede o alla credulità, può perfino capitare che sia il corpo stesso a scatenarsi nella ricerca di un colpevole e che, non trovando agenti estranei, finisca col dar battaglia a se medesimo, provocando la crescente diffusione di allergie e malattie autoimmuni.
Perché, caro Selik, la fossa attende tutti, ovunque.
So che, caduto il fatiscente regime, la capitalizzazione a tappe forzate del tuo paese – che mieté vittime su scala a cui eravate già tristemente abituati – fece di te il comunista che non eri mai stato. Giusto per appendere le speranze alla gruccia meno odiosa. Da dissidente silenzioso a comunista dichiarato… ma ormai eri fuori tempo massimo e anche quell’idea si sfibrò presto. Diventasti così un intellettuale disilluso a cui resta la scrittura, nessun giorno senza una riga. E io un po’ come te, continuo a infilare ricordi e pensieri, e a cambiarli e a trovarne di nuovi.

Potessimo ancora seguire del Golfo la corrente verso un paradiso tropicale con i viali che s'affacciano sul mare e il menu che detta il rituale, tè, caffè e focacce a colazione, Cocktail prima di pranzo, whisky o rum e cena al casinò dietro la stazione. Allora, certo, ci sarebbe più allegria, a furia di cantare e di ballare senza freno, ma la gelida corrente va per altra via, e dalla riva in coro si sibila: ve-le-no. Ed il rullio ti scuote da ogni parte, E il freddo ti trafigge nelle ossa Che vale ora mai mischiar le carte come si mischia birra con la vodka? Alla sbornia segue sempre il mal di testa. Unisciti con noi in parca festa, intorno a te solo intellettuali, e io tra voi, in uno dei miei ruoli. Ma dopo tutto, del melò la noia non vale più della commedia gaia, un po' zucchero e un po' salamoia, zinco da bare e rame da grondaia si fondono in ottone. Anche la scoria ha resti di metallo, materiali riciclati, gingilli per veglie di vedove, sciccheria vana per gli spiantati. Dei piatti il risonar trionfante si ode da sotto la tribuna e parte la marcia dei diritti verso Gibilterra e l'Occidente... Lì con il petrolio a far profitti, invocar Sacharov il dissidente, lodar la grazia della ricchezza non appariscente, imparare all'Hilton a viver con lentezza, a non permettere allo sguardo di vagabondare senza riguardo...