Kiev 1926-1980 : 9
Un amore mancato nella Russia del sospetto
Dicevamo che la frequentazione di Mandel’štam dei circoli artistici kieviani cessò il giorno in cui i bolscevichi dovettero lasciare la città, il 31 agosto del 1919.
Da quel momento i contatti fra i due innamorati si interruppero per oltre un anno e mezzo, periodo durante il quale Mandel’štam fu anche investito dalla intensa quanto passeggera passione per l’attrice Ol’ga Arbenina. Ma tornato a Kiev nel marzo del 1921, Mandel’štam rintraccia Nadežda, le dichiara nuovamente il suo amore e partono insieme per Mosca. Saranno di nuovo brevemente nella capitale ucraina giusto un anno dopo, e in quell’occasione registreranno ufficialmente la loro unione. Brevi passaggi a Kiev avverranno anche nel 1923 e nel 1924.
Benché sopravvissuta di molti anni al marito, Nadežda era cagionevole di salute e il trasferimento a Mosca non dovette giovarle, abituata com’era al clima più mite di Kiev e, fino a qualche anno prima, anche a pasti regolari e ambienti riscaldati. Le privazioni e gli stenti della guerra civile erano aggravati dal fatto che Osip riuscisse a malapena a mettere insieme il necessario a tenerli in vita. Le condizioni materiali della coppia peggiorarono ulteriormente nel 1923, quando Osip uscì dall’Unione panrussa degli scrittori, in aperta protesta contro il modo in cui la politica si intrometteva nella letteratura e l’arbitrio con cui l’Unione distribuiva favori e benefici. Così come a Kiev nel 1980 i pezzi grossi del Partito avevano la loro clinica speciale, gli scrittori dell’Unione panrussa, cioè quelli propensi a inneggiare al giovane stato partorito dalla rivoluzione, avevano accesso a servizi speciali quali case di cura e di villeggiatura, mense, appartamenti, e molto altro ancora. La lotta di classe non aveva abolito le classi, ne aveva create di nuove.
Nell’autunno del 1925, a Nadežda viene diagnosticata la tubercolosi. L’unica speranza di cura stava nel mite clima marino della Crimea. Nadežda partì e Osip rimase a Mosca.
Della dolorosa separazione resta un fitto e teneramente appassionato carteggio, che rivela il desiderio non solo di rivedersi, ma di poterlo fare a Kiev. E a fine marzo del 1926 la speranza si realizza. Risalgono sicuramente a questa visita le suggestioni kieviane che Mandel’štam metterà sulla carta quell’anno. Eppure, su quelle suggestioni il poeta operò una traslazione temporale, quasi a sublimare la mancata possibilità di rivivere a Kiev, insieme alla sua Nadežda, il Primo maggio, la loro data magica. A fine aprile, infatti, Nadežda è troppo debole per affrontare un nuovo viaggio e quindi sarà Osip a raggiungerla a Yalta
Allora è così che funziona a Kiev, mi sono detta. Saša Bejdik colloca la nostra passeggiata ai Lipki a marzo del 1980, ma io la passeggiata la ricordo in mezzo al verde, la fioritura e la luce di maggio. Forse anch’io mi innamorai a maggio a Kiev… magari, in quelle giornate conquistate ai lavori per le Olimpiadi, anch’io, nel disordine della camera n. 242 – numero che conosco solo grazie alla puntigliosa attitudine documentale di Saša – animato fra l’altro dalle risate sul mio russo ridicolo, ero innamorata e non lo sapevo. E Saša era troppo intimidito dalla mia occidentalità per farsi avanti, o piuttosto temeva di mettersi in un guaio. Ci lanciavamo in grandi discussioni sulle differenze fra i nostri paesi, che lui ricorda così:
E io dissi: la democrazia, certo… ma lo spirito del totalitarismo è più utile, quando nello scompiglio tuonano gli spari, e le “Brigate” inferocite ammazzano la gente…
Ma tu obiettasti…
Ma io obiettai, di sicuro obiettai, come avrei potuto essere d’accordo con il totalitarismo? Alle privazioni mi adattavo quasi con gusto, ma al controllo totale, no, mai. Eppure lui lo difendeva. Non gli chiesi chi fossero quelli delle “Brigate”, ma ora lo so, e mi stupisce che il ricordo ereditato di Petljura, dei pogrom, dei cosacchi spietati con i rossi lui se lo portasse dentro a irremovibile giustificazione di un sistema sclerotizzato che si reggeva su una intricata rete di rassegnate connivenze, e che in realtà sapeva di essere condannato. In un’intervista del 2013, Nikitin ricorda come nel 1984, l’anno in cui è ambientato il suo Victory Park, l’Unione Sovietica, apparentemente non ancora sfiorata da alcun cambiamento, era
in realtà già putrescente all’interno: basterà una piccola spinta per farla crollare. […] tutti sapevano tutto, la situazione era tale che tutti vedevano che il paese non poteva vivere in quel modo, ma nessuno sapeva bene come cambiarla… Il punto è che cambiare la situazione, in qualunque modo, senza cambiare alcune cose di fondo, non era possibile.
I personaggi di Nikitin, prima ancora che le loro personali contraddizioni, incarnano le insormontabili incoerenze di un sistema per sua natura irriformabile. Si poteva approfittare delle sue falle e delle sue tolleranze, per altro sospendibili in qualunque momento e senza preavviso, giocare nei suoi temporanei angoli ciechi, ma cambiarlo no, non era pensabile. Poteva essere fatto cadere solo da un qualche evento epocale, da un’altra rivoluzione, che però, dati i meccanismi di controllo esercitati da ciascun membro dell’apparato su se stesso e sugli altri, non era al tempo immaginabile. Nei confronti del sistema immodificabile si potevano assumere solo posture diverse.
Mio padre, disse a un certo punto della passeggiata Saša, senza un tono né confidenziale né intimidatorio, ma come a dirmi la data del suo prossimo esame, mio padre è nei servizi. Io dovetti esibire una delle mie facce (in)naturalmente stupefatte, cioè come se lo stupore appartenesse alla mia naturale condizione psicologica. Ma dietro la facciata stupefatta mi si spalancò il faldone segreto, nel quale custodivo gli amici di Galkin. Lo sfogliai velocemente e lo richiusi in silenzio, senza muovere un muscolo del viso che conservò lo stato di spontanea stupefazione. Non una lettera del suo contenuto doveva finire sotto gli occhi di Saša. E io che avevo sognato di farli incontrare, Saša e gli amici di Galkin!
La più grande difficoltà durante la mia vita nell’URSS? Mentire. Sì, qualche bugia la dicevo anche prima di diventare ospite del PCUS, ma l’incontro con Ernest Galkin, del quale pure mi era riuscito di capire così poco, mi aveva depositato dentro l’istinto della dissimulazione con la sua tenace costellazione di insetti scolpiti, erba ingiallita rilucente della luce di fine estate e carne in scatola mal riscaldata. Saper dissimulare era essenziale per proteggere me ma, soprattutto, per proteggere Galkin e i suoi amici, quella società nella società che si erano costruiti nel tempo, e dalla quale capitava che qualcuno venisse fatto sparire. Ormai difficile negli anni della stagnazione brežneviana, ma un demansionamento, questo sì, era sempre possibile. Eludere la curiosità di Vera sulle notti trascorse lontano dall’obščežitie non era stato difficile, ma la diga che dovetti erigere con Saša mi costò più fatica, avvertivo il pericolo di un cedimento. E se avesse ceduto, che sarebbe successo? Che cosa sarei arrivata a dire? E lui, che faccia avrebbe fatto quando mi fosse caduta la maschera di sincero innocente stupore? Anche se la diga non cedette non fu più come prima. I sentimenti ben ripiegati e impacchettati, mi restava la sgradevole sensazione che, nel nascondere a Saša la mia appartenenza alla cerchia segreta degli amici di Galkin, ne stavo tradendo la fiducia. E per sopravvivere in quel mondo, sia che il totalitarismo lo difendessi o lo detestassi, o magari le due cose insieme, il sentimento del tradimento era sempre pronto ad aggredirmi. Potevi calpestarlo, negarlo, giudicarlo inevitabile, ma la dissimulazione su questo si basa. E in quel mondo non potevi non dissimulare, la dissimulazione ce l’avevi dentro, anche quando non sapevi di avercela. Ecco perché, in quel maggio del 1980, avremmo potuto riconoscere l’amore se non ci fosse stata tutta quella roba in mezzo. Tipo, frequentare gli stranieri occidentali, più che un tabù, era un divieto bello e buono. Se, tuttavia, accompagnarsi a una ragazza dell’ovest per una passeggiata ai Giovani Tigli o approfittare indebitamene dell’ospitalità della chruščevka in restauro in preparazione ai giochi olimpici, di certo non sfuggiva all’instancabile occhio del sistema, quello stesso occhio era capace di un certo grado di indulgenza, e avrebbe saputo attribuire simili veniali infrazioni alle circostanze e alle intemperanze della giovinezza. Spingersi più in là avrebbe significato compromettersi. Ne poteva andare della carriera universitaria e le colpe di un figlio avrebbero potuto ripercuotersi sulla carriera del padre. Ecco, e allora che cosa poteva succedere? Niente poteva, tra una con i sentimenti divisi e sigillati, e uno che difendeva la virtù totalitaria, come la difendeva tutta la sua famiglia.
Già nel 1923 Mandel’štam sapeva che non sarebbe mai emigrato ma scelse di viversi in quella condizione che va sotto il nome di emigrazione interna. Ricorda Nadežda:
“L’isolamento che scelsero Mandel’štam e Achmatova, era l’unica via d’uscita. Era cominciata l’epoca dei reietti sociali, che si opponevano all’enorme mondo organizzato.”
Verso la fine dell’Unione Sovietica la fedeltà richiesta dal regime era molto meno estrema, eppure steccati invisibili potevano venire chiusi o sfondati all’improvviso. Saša e io eravamo curiosi di quel che si trovava nei nostri rispettivi recinti, ma nessuno dei due volle rischiare di lasciare il proprio. Oggi bombe e missili potrebbero tornare a cadere su Kiev, ma gli steccati totalitari sono stati spazzati via. E allora mi dico che forse, nella sia pure irriconoscibile Kiev di oggi, Saša e Anita avrebbero potuto lasciarsi innamorare.