Kiev 1926-1980 : 8
Digressione fra parentesi, da una vita vissuta sul crinale fra est e ovest
Mentre ricostruisco i miei giorni a Kiev, mi tornano in mente alcune parole che George Orwell scrisse nel saggio Uccidere un elefante (pubblicato su New Writing, 2, autunno 1936), in cui racconta, in prima persona, un episodio di cui fu protagonista mentre prestava servizio in Birmania. Nel 1922, appena uscito da Eton, George Orwell, che ancora si chiamava Eric Blair, fece domanda per entrare nella polizia imperiale in India. La domanda fu accolta e, dai diciannove ai ventiquattro anni, Eric Blair svolse mansioni legate al mantenimento dell’ordine pubblico nel Delta del fiume Irrawaddy, una regione malsana, infestata di zanzare e di malviventi. Un giorno, agli inizi del suo servizio, fu mandato a chiamare per riportare l’ordine a Moulmein, dove un elefante in calore era sfuggito al padrone e stava seminando rovina in città. Nel saggio, Orwell ripercorre con precisione il conflitto emotivo che lo portò a uccidere l’animale contro la sua stessa volontà. La cosa giusta da fare, infatti, sarebbe stata di lasciarlo in vita, perché, superata la crisi, l’elefante era tornato pacifico, ma soprattutto perché, da vivo, l’elefante era una ricchezza per il suo padrone. Ma invece di fare la cosa giusta, il giovane Eric Blair cedette alle pressioni della popolazione che si aspettava lo spettacolo dell’ammazzamento, oltre che la carne dell’elefante. Una pressione esterna resa irresistibile da una corrispondente pressione interna, che esigeva dal poliziotto britannico di recitare la parte del dominatore, di comportarsi come quella folla di sottoposti si aspettava che un sahib dovesse comportarsi, e cioè con risolutezza priva di esitazioni. Da quell’episodio, riesaminato quattorci anni dopo, Orwell ricava una acuta riflessione sull’imperialismo: quando una popolazione viene privata della libertà anche il dominatore perde la propria, e diventa perciò incapace di comportarsi secondo il suo libero intendimento, che forse non riesce neanche più a conoscere.

Si tratta di una riflessione incredibilmente interessante, come del resto lo sono tutte le riflessioni di Orwell, tanto più che si presta ad essere applicata a ogni relazione basata sulla prevaricazione, ma questo non c’entra. Infatti non sono queste le considerazioni che continuano a frullarmi in testa mentre mi sforzo di riagganciarmi alla me stessa di tanti anni fa. Quanto invece le considerazioni di Orwell sul giovane agente di polizia Eric Blair. Scrive Orwell:
“A quel tempo avevo già deciso che l’imperialismo fosse un male e che prima avessi mollato quel lavoro e me ne fossi andato tanto meglio sarebbe stato. In teoria – e naturalmente in segreto – ero tutto a favore dei birmani e tutto contro i loro oppressori, i britannici. Quanto al mestiere che facevo, lo odiavo più ferocemente di quanto forse riesca a esprimere. In un mestiere come quello vedi il lavoro sporco dell’Impero a distanza ravvicinata. Non riuscivo a mettere niente in prospettiva. Ero giovane e scarsamente istruito e mi toccava riflettere sui miei problemi nel silenzio totale imposto a ogni inglese in oriente. Non ero nemmeno consapevole dell’agonia dell’Impero britannico, e ancora meno sapevo che esso è di gran lunga migliore dei giovani imperi che vi subentreranno.”
Ecco, a me pare che nella loro semplicità queste parole rendano la condizione di un giovane che si trovi in una situazione che ha immaginato in un certo modo e che poi scopre essere completamente diversa da come se l’era immaginata. Chissà, magari Eric Blair si immaginava che una volta in Birmania avrebbe potuto avere un rapporto amichevole con la gente del posto, e invece scopre che alla gente di Moulmein lui non va proprio giù, perché è un inglese, e non fa nessuna differenza che lui sia contrario all’imperialismo, perché resta innanzitutto un inglese. Ben presto scopre a quale prezzo viene mantenuto l’ordine pubblico, vengono prevenute le ribellioni, viene combattuto il crimine, che nella zona del Delta era spietato. Desidera andarsene, ma forse ha bisogno di soldi – non era di famiglia ricca e in quella scuola d’élite era entrato per i suoi meriti, che uno collegiale come Orwell, se appena una scuola privata lo fiuta, non se lo fa scappare. La ricostruzione di quell’episodio epifanico, fatta da un George Orwell che non era più così giovane e aveva messo in prospettiva un sacco di cose, dice perché il ventenne poliziotto volesse andarsene da quel delta infernale, ma non spiega perché invece restò a fare un mestiere che detestava, in mezzo a quei birmani che detestava, e che lo detestavano. Io però un’idea me la sono fatta. E cioè credo che, più dei soldi, a Eric Blair in quel periodo interessasse qualcos’altro. E forse non lo aveva capito bene neanche lui, e quando finalmente lo ha capito, non ha neanche voluto farci sopra della teoria. In Birmania, Eric Blair ha cominciato a rendersi conto che tutta la teoria che aveva imparato non lo stava aiutando gran che, anzi gli rendeva ancora più difficili le cose, che già lo erano molto da sole. Ora, uno come lui uscito da Eton non poteva certo definirsi meno istruito della media, ma proprio entrando in contatto “con il lavoro sporco dell’Impero” comincia a percepire la complessità e contraddittorietà di quella realtà che dalla prospettiva di Eton e dintorni sembrava di ben più semplice interpretazione. Quindi resta, e non un annetto, ma cinque, finché è sicuro di esserci lasciato alle spalle la sua visione semplicistica sull’impero. In seguito a quell’esperienza matura anche una decisione radicale. Ora sa che leggere e studiare è fondamentale, ma non basta. Per sapere se una teoria è valida dovrà verificarla di persona, vivendo. E Orwell è diventato Orwell proprio perché non ha mai creduto a nessuna teoria che non avesse superato il test della vita. E se il test non era superato, lui alla teoria ci lavorava finché non diventava giusta, secondo la sua esperienza.
Il Delta del fiume Irrawaddy è stato il primo banco di prova di tutte le conoscenze e le teorie e i solchi mentali che una scuola come Eton, fucina dei futuri amministratori del più grande Impero dell’età moderna, non poteva non inculcare in una giovane malleabile mente. Ecco perché, secondo me, Eri Blair ha sopportato tutto quello che ha sopportato. Che fra l’altro, dopo che aveva fatto fuori quel prezioso elefante, lo hanno spedito nel profondo del Delta, a raccogliere informazioni sui vari intrighi e macchinazioni criminosi di quei birmani che lo odiavano. E qui, secondo qualcuno, lui si è fatto un’idea già bella chiara di quanto, in condizioni di illibertà, la sorveglianza dei britannici fosse efferata, e quando si intaccano le libertà è automatico che la sorveglianza aumenti, e se poi aumenta anche la tecnologia, le libertà te le scordi proprio. E così, qualche anno dopo, e cioè anche dopo aver partecipato alla guerra civile spagnola e aver conosciuto i maneggi dell’OPUM, le brigate mandate da Stalin, ha capito come saremmo andati a finire oggi noi, che ci portiamo appollaiata sulla spalla una studentessa fuori corso che fa rapporto su tutto quello che facciamo, e con questa studentessa abbiamo pure fatto amicizia. Dopo aver attraversato, e digerito, queste esperienze, Orwell ha scritto 1984, quel romanzo che piace tanto ai ragazzi, e anche ai commentatori che, periodicamente, vanno a rileggerselo per vedere se Orwell aveva previsto bene, o se si era sbagliato, e fanno, periodicamente, un bilancio delle profezie azzeccate e di quelle bucate.

Vi domanderete che cosa c’entra con Kiev questo pistolotto su Eric Blair nella polizia coloniale, l’elefante e tutto il resto. Non ne sono sicura, ma credo che il legame tra Kiev e il Delta dell’Irrawaddy sia il seguente: rischiando la vita in quelle paludi, Orwell si è dolorosamente liberato della mentalità che gli era venuta dalla sua classe sociale, quella che lui definiva, con la precisione da chirurgo sociale inglese, la parte inferiore delle classi medie superiori (the lower-upper-middle classes). Si è anche ripulito di tutte le scorie imperialistiche che, nonostante i suoi convincimenti internazionalisti, continuavano a suppurargli dentro e a generare dolorosi conflitti. Quelle scorie se le è strappate via una a una. Suo padre aveva lavorato in India nell’amministrazione della produzione e del commercio dell’oppio, e il nonno materno commerciava in teak proprio in Birmania dove, vedi un po’ le coincidenze, anche lui fu assegnato. E una volta che si fu strappato di dosso tutte le idee più o meno consapevoli che facevano di lui, a sua insaputa, un imperialista della fascia bassa dell’alta borghesia dell’Impero britannico, Orwell ci ha preso gusto, e ha deciso che, prima di affezionarsi a qualsiasi teoria l’avrebbe messa alla prova dei fatti. Non ce n’è stato un altro come lui, che ha provato le condizioni degli altri, prima di pontificarci sopra.
Ecco, io non sono neanche un milionesimo di Orwell, ma quando mi ricordo quanto ero giovane all’epoca della mia borsa a Kiev, e quanto scarsamente e malamente istruita fossi, penso che, se per Orwell ci fu il servizio nella polizia imperiale in Birmania, per me ci fu Kiev, ad aprirmi gli occhi, e a strapparmi una a una le impercettibili convinzioni di cui ero, a mia insaputa, impregnata, quel cascame mentale che ti filtra la vista di tutto quello che hai davanti, tanto che ti sembra naturale vedere le cose in quel modo, e pensi che le vedano tutti così, e se non le vedono così sono ben strani. Se una teoria, anche modesta, anzi a maggior ragione perché più le teorie sono piccole più si annidano in anfratti nascosti e difficilmente raggiungibili; dicevo, se una teoria non regge alla verifica della realtà, va sradicata. Un continuo spennarsi, penna a penna, delle idee che ci sembrano tanto naturali, come alla gallina le sue penne, ma che se le guardi dritto negli occhi svaporano, perché non hanno nessuna consistenza. Capire solleva la nebbia dell’emozione, quell’emozione che ti faceva sentire tanto unito e tanto vicino a quelli che, come te fino a poco prima, se ne stanno ancora aggrappati a una teoria non verificata. Ma quando te la sei strappata di dosso succede che ti senti parecchio sola. E così, al mio definitivo rientro in Italia, alleggerita di una camionata di piccole ma anche grandi teorie, non sapevo più cosa fare, né con chi parlare, ma questa è un’altra storia.