Kiev 1926-1980 : 7
Dell’amore per la salute dei kieviani e della loro indifferenza a inezie quali la lunghezza delle lenzuola o la mancata invenzione della scopa
Quando telefonai alla mia amica Lara, ex moglie, ma ancora convivente, di Julik, al quale Galkin mi aveva chiesto di portare i suoi saluti, e le raccontai della diagnosi e della vana ricerca dell’antibiòtik, sentii una sommessa risata all’altro capo del filo. Lara mi invitò a passare da lei quella sera, dopo il lavoro. E, a giudicare dall’accoglienza che mi riservò, nell’orario di lavoro doveva essere riuscita a infilare un viaggetto al mercato kolchoziano di piazza Bessarabia. Per prima cosa mi fece sedere a tavola di fronte a un piatto di brodo di pollo fumante, che fu seguito da una porzione della gallina che quel brodo aveva generato. La fiducia nel brodo di pollo come panacea contro ogni genere di malanno in casa di Lara e Julik era incrollabile. Lara mi fece bere anche numerose tazze di tè nero, indiano, con abbondante miele kolchoziano. Con bronchìt devi bere molto, mi disse. Poi mi diede due barattoli di una densa marmellata, a base di bacche di kalina, viburno rosso, e kljukva, ossicocco, da noi più noto come cranberry, alle quali avrei dovuto attingere senza economia, se volevo bystro popravljat’sja, cioè rimettermi in fretta Senza rendermene conto, grazie al piglio insolitamente deciso di Lara ero stata immessa nel circuito di medicina popolare che teneva in salute i kieviani, a dispetto di tutte le mancanze del sistema medico-farmaceutico. Sistema che, evidentemente, preferiva concentrare le proprie risorse sui pochi tizi che avevano accesso a quelle villette fra le frasche, che nessuna targa si prendeva la briga di segnalare come presidi di cura pubblica, ancorché speciale, com’erano speciali tutti i privilegi che gli spettavano in virtù della professata lealtà al partito.
Lara lavorava in un qualche ente pubblico di restauro e guadagnava poco. Un pollo al mercato kolchoziano di piazza Bessarabia costava almeno tre volte tanto un analogo venduto dal gastronòm statale. Al gastronòm di via Lomonosov, però, di polli non ne vidi mai. Il reparto macelleria consisteva in un ammaccato vassoio di alluminio sul quale giacevano, sorvolati da instancabili mosche, sanguinolenti brandelli di carne rossa, con spesse bordature di grasso e corredo di ossa. Il mercato coperto di piazza Bessarabia era tutt’altra storia. Il perimetro di questo enorme bazar in stile liberty, situato all’estremità sud del Kreščatik, ospitava i banchi sui quali i contadini kolchoziani disponevano i frutti della produzione privata a loro concessa. Latticini, carne, frutta, miele, verdura costavano assai più degli alimenti statali, ma, a differenza di quelli, godevano della perfetta distribuzione che i circuiti statali non seppero mai realizzare. Nei kolchòzy, così si raccontava, il lavoro del contadino non si differenziava dal lavoro dell’operaio. A fine turno, quando smontava dal servizio collettivo, il kolchoznik era libero di dedicarsi alla coltivazione di un appezzamento proprio e alla cura dei suoi animali. Si trattava di spettanze rigorosamente contingentate, e a maggior ragione messe al massimo profitto. A Kiev correvano varie leggende sul conto dei kolchozniki. Si diceva che accumulassero in banca veri e propri patrimoni che però, data l’assenza di beni di consumo, non avevano modo di spendere. Quando ti eri comprato una Volga e l’ultimo modello di televisore, era finita. Per non parlare dei coltivatori caucasici, che sarebbero stati così facoltosi da permettersi il noleggio di aerei privati per trasportare fino a Kiev la loro mercanzia esotica: meloni, arance, fichi, albicocche, e altre prelibatezze. Tornando a Lara, non le chiesi mai nulla dei suoi genitori. Il padre doveva essere morto e la madre, contadina, veniva nominata solo in relazione alla figlia. Puoi fermarti a dormire, mi informava Lara per telefono, Vika è dalla nonna in campagna. Non mi domandai mai in che campagna abitasse questa benedetta nonna, non chiesi mai di fare una scappata a trovarla e magari dare un occhio al kolchoz… o forse la nonna non lavorava neanche in un kolchoz e non aveva neanche i milioni in banca. A quell’epoca Vika aveva 5 anni e i suoi genitori gradivano il bilocale il più possibile libero per poter vivere le loro storie in stanze separate. A tutti questi anni di distanza mi mordo i gomiti: possibile che non abbia fatto qualche domanda in più? E mi chiedo, non ero curiosa o mi sembrava inopportuno fare domande? Se avessi chiesto!!! Ma non chiedevo niente. Così devo limitarmi alle ipotesi. Di certo madre di campagna e figlia di città non andavano d’accordo. Mettiamo che la madre lavorasse, o avesse lavorato, in un kolchoz, allora forse era ricca, e quindi allungava alla figlia i soldi per gli acquisti al mercato di piazza Bessarabia. Mettiamo invece che non lavorasse, ma che vivesse in una dacia, in questo caso era benestante, se no come avrebbe fatto a vivere senza lavorare? Quindi i soldi da quella parte arrivavano, sia in un caso che nell’altro. Inoltre, a volte, quando aveva accompagnato la figlia in campagna dalla madre, magari durante l’orario di lavoro, – non mi do pace di non averglielo chiesto – Lara tornava con frutta e ricotta e forse anche quel pollo davanti al quale mi fece sedere la sera che arrivai da lei con la tosse, tanta tosse.
Dopo cena Lara aprì il divano letto della sua stanza, lo coprì con un lenzuolo pulito e mi fece stendere a pancia in giù. A questo punto non posso non affidare ai posteri due dati fondamentali della vita nell’URSS all’inizio degli anni Ottanta, il mio microscopico punto di vista temporale su quel grande paese. Il primo è il lenzuolo sovietico. Il lenzuolo sovietico era di uno spesso lino ruvido, a volte ammorbidito da una percentuale di cotone, e proveniva prevalentemente da manifatture bielorusse. Non era mai interamente bianco, ma bordato con strisce e righe di colori pastello, rosa, azzurro, verde, o una combinazione di queste tinte. Ne ho comprate di queste belle lenzuola, che però non ho mai potuto usare come tali. Per il semplice e incomprensibile fatto che le lenzuola sovietiche non erano di misura sufficiente a coprire l’intera lunghezza di qualsiasi materasso pensato per un umano adulto. Si potevano rimboccare ai lati, ma lasciavano, o da capo o da piedi, una porzione di materasso scoperta, e, per ovvi motivi, quella porzione finiva per lo più sotto il cuscino. Una circostanza tanto accettabile su un letto sovietico quanto inammissibile su un letto italiano. Come ho già detto, i sovietici lasciavano correre tante cose, e non sentii mai nessuno di loro notare né tanto meno lamentarsi delle misure sballate delle lenzuola. Come non li sentii lamentarsi dell’assenza nel paese delle scope o dell’inesistenza degli aspirapolvere. Il pavimento si spazzava, piegando la schiena, con il venik, un ciuffo di saggina, che poi sarebbe il sorgo, meno alto di un metro. Si trattava originariamente di un accessorio per il bagno di vapore, il rito celebrato tradizionalmente dai contadini russi il giorno precedente la festa, che appunto con il venik si flagellavano per ottimizzare gli effetti del vapore sull’organismo. Uno degli aspetti più rimarchevoli della vita quotidiana sovietica, almeno come io la percepivo, era l’indifferenza al benessere, al nostro ricercatissimo comfort, e a molte altre cose, tranne pochissime, tra cui, come si diceva prima, la vodka. E a questa indifferenza corrispondeva una grande attenzione a quel che potevi lasciarti sfuggire quando di vodka ne avevi tracannata troppa. Ma non c’era solo la vodka a mettere il sovietico di buon umore. La distribuzione, per quanto fallace e discontinua, si applicava a rendere disponibili varii tipi di libagioni, dai vini moldavi all’amatissimo šampanskoe, fino a forniture speciali di cognac armeno, quest’ultimo però acquisibile solo po blatu, cioè attraverso quella complessa rete di conoscenze e scambi di favore che permettevano di imbandire sontuose tavolate.
A schiena nuda, comandò Lara. Mi spogliai. No, non faceva freddo. E questo è il secondo fatto sorprendente. Se in inverno casa nostra era teatro di una battaglia al grado in più o in meno, combattuta dai miei genitori al termostato della caldaia, battaglia a cui poi si aggiunse anche mia nonna, con le donne che alzavano furtivamente e l’uomo che riabbassava inveendo contro le donne che avevano alzato, e che negavano di averlo fatto, nei piccoli appartamenti sovietici, come del resto negli obščežitija, la temperatura era talmente alta, e non regolabile, che il raffreddamento dell’ambiente era affidato unicamente a un finestrino. Questo finestrino, chiamato fortočka, era ricavato nella parte superiore dei vetri delle doppie finestre che, in previsione dell’inverno, venivano interamente sigillate, tranne che per quella piccola doppia anta apribile chiamata fortočka. Si tratta sicuramente di una procedura ormai scomparsa, almeno nei grandi centri, e che aveva a che vedere con la necessità di tenere lontani gli spifferi che soffiavano attraverso le malconce intelaiature dell’epoca. Alla finestra della nostra camera provvide Vera, che un pomeriggio di ottobre si presentò armata di tutto il necessario che era stato distribuito dalla dežurnaja del piano. Si inserivano strisce di ovatta in ogni visibile fessura e negli interstizi tra l’intelaiatura e il vetro. L’ovatta veniva poi spennellata con una colla a base di farina bollita e poi rivestito di strisce, di un paio di centimetri di larghezza, di carta per “incollare le finestre”. No, almeno nelle case che frequentai io, il nastro per mascherature non esisteva, né tanto meno si conoscevano i paraspifferi di gomma piuma… Le finestre rimanevano sigillate fino a primavera e il cambio d’aria avveniva aprendo le fortočki, e ce n’era davvero bisogno, visto che in quei piccoli ambienti nessuno si faceva scrupolo a fumare.
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Dunque, mi spoglio e mi stendo a pancia in giù sul lenzuolo che copre buona parte del divano letto di Lara. Lara avvolge dell’ovatta attorno all’estremità di una matita e la spruzza di alcol. Accende un fiammifero e lo accosta all’ovatta che subito prende fuoco. Inserisce la matita fiammeggiante in un vasetto di vetro, ce la tiene qualche secondo e poi mi appoggia il vasetto sulla schiena. Ripete l’operazione con un altro vasetto, e poi un altro e un altro ancora finché tutta la zona dei polmoni è rivestita di calotte calde che mi bruciano la pelle. Mi fidavo di Lara, anzi ricordo di essere stata affascinata dalla sopravvivenza di quella medicina popolare nel paese del comunismo e dell’ateismo scientifici. Da un rapido giro su internet apprendo che la pratica a cui mi sottopose Lara quarant’anni fa è tornata di moda anche dalle nostre parti, e va sotto il nome di coppettazione, anche se la sua efficacia continua ad essere priva di riscontri scientifici. Raffreddandosi, le coppette creano un vuoto che stimolerebbe la circolazione sanguigna e linfatica. Ricordo la sensazione di risucchio che avvertivo sulla schiena, e gli ematomi che rimasero, per alcuni giorni, a ricordare il trattamento. Toccò poi a un’altra terapis: un pediluvio in acqua bollente nella quale Lara aveva disciolto un’abbondante dose di polvere di semi di senape. La senape in polvere, chissà perché, non era un deficìt, come non lo erano l’orzo perlato, il riso, i piselli secchi spezzati, lo zucchero bianco, il burro, il kefir e il cappuccio marinato. Tutti prodotti che, come si può immaginare, costituivano la base della mia dieta sovietica, occasionalmente integrata da incursioni al mercato di piazza Bessarabia dove spendevo le economie del mio stipendio mensile di 110 rubli in miele e ricotta, o alle cene dagli amici sulle cui tavole non era infrequente trovare caviale, aringa e il delizioso pesce secco. Il pediluvio di senape, mi spiegò Lara, accelerava la circolazione in modo così energico da poter indurre un aborto. Lara aveva abortito un paio di volte – non con la senape però – e molte donne vantavano una collezione di interruzioni plurime di gravidanza. Nelle farmacie, infatti, c’era grande deficìt non solo di antibiotici, ma di molti altri farmaci, tra cui la pillola anticoncezionale. L’aborto chirurgico era perciò la principale forma di controllo delle nascite. L’ufficialità della pratica risaliva ai tempi della rivoluzione e della guerra civile, quando molte coppie ritenevano che quel mondo fosse troppo feroce per accogliere nuovi figli. Così, nel 1980, bastava andare al primo policlinico che incontravi per venire messa in lista: nessun ostacolo, nessuna domanda indiscreta, nessun movimento per la vita. Secondo Lara, era possibile procurarsi degli anticoncezionali della Germania dell’Est. Tuttavia contenevano ormoni in dosi così elevate da rendere preferibile l’aborto chirurgico. E gli uomini?
Guarii dalla mia bronchìt, ma in quanto tempo e se grazie alla mia tempra o alle cure di Lara, o a entrambe le cose non saprei dire, certo è che l’antibiotico non servì. Resta il ricordo di quelle cure, e della fiducia con cui i kieviani erano sempre pronti a farti dono di rimedi fatti in casa, di cui, durante l’estate, accumulavano scorte che dovevano servire per tutto l’inverno.
Le lodi che Mandel’štam rivolgeva nel 1926 all’amore della vita dei kieviani e alla creativa sollecitudine per la loro salute, riguardavano ancora le donne kieviane del 1980. Una delle mie insegnanti di russo, per citare solo un altro ricordo, combatteva le infreddature inalando gocce di macerato di aglio e peperoncino e raccomandava di rinforzare le difese dell’organismo con la vitamina C generosamente contenuta – in assenza di agrumi – nella cipolla cruda. Lo sai che in Siberia sgranocchiano cipolla anche sugli autobus? No, non lo sapevo. Perfino lo scrittore ucraino di lingua russa Aleksej Nikitin accenna alla spasmodica preoccupazione femminile per la salute. In Victory Park, il suo romanzo ambientato a Kiev nel 1984, per la precisione nel quartiere Komsomol sulla riva sinistra del Dnepr, il quartiere che si affaccia appunto sul Parco della Vittoria che dà il nome al romanzo, Nikitin scrive:
“Dopo aver fatto colazione, le nonne di via Žmačenko portavano i nipotini all’ombra del boschetto di pini perché respirassero i fitoncidi e gli olii essenziali di cui si parlava in modo assai circostanziato e con cognizione di causa nella rivista di salute “Zdorov’e”. Le nonne di Kiev leggono immancabilmente “Zdorov’e”, ma sanno anche molte altre cose su cui la rivista tace. Sanno per certo che, se si nutre un bambino a biscotti secchi, quello si farà alto. Una vera nonna non comprerà mai la limonata al nipote. Macché limonata! Solo acqua minerale Boržom con un po’ di marmellata. Perché un ragazzino sia forte, deve mangiare carne di mucca vecchia. Vecchia! Rossa! Solo manzo! E affinché respiri bene e i polmoni non si ammalino, bisogna dargli del grasso. E che significa “non lo vuole”? Aggiungete al kefir la panna acida e gli dite che è gelato!”
I rimedi di Lara e della lettrice di russo, la testimonianza romanzata di Nikitin, i barattoli di marmellata delle estive bacche rosse sugli scaffali delle camere delle studentesse, questi i miei modesti riferimenti. Ma l’apprezzamento di Mandel’štam per la vitalità e il perseguimento del benessere degli abitanti di Kiev nasceva da qualcosa di più della semplice osservazione: la pena per la malattia della sua amata Nadežda. Ma andiamo con ordine.

