E.R. – La necessità di scegliere

Del Amico : Non volevi sprecare il sangue perché non te ne fregava niente se quel ragazzo moriva…
Carter : Ho fatto quello che reputavo giusto
Del Amico : Avresti fatto la stessa cosa se non fosse stato uno stupratore?
Carter : Ogni caso è diverso dall’altro, lo sai…
Del Amico : Hai limitato al minimo l’assistenza al paziente
Carter : No ….(lunga pausa) no
Stralcio di dialogo sul passaggio pedonale sopraelevato appena fuori il County City Hospital. In una gelida sera di inverno, Carter cerca un chiarimento con la collega Del Amico fortemente critica sull’azzardo terapeutico da lui praticato su uno stupratore seriale in pericolo di vita. Nell’episodio 13 della quarta stagione, Una scelta difficile [Carter’s Choice], John Wells mette a tema una della principali tensioni della serie, ovvero il dilemma etico-deontologico ricorrente nell’attività medica in un pronto soccorso, dove i trattamenti vanno formulati senza il tempo per lunghe ponderazioni o consulti specialistici. E ciò avviene nonostante i limiti posti alla discrezionalità decisionale da protocolli e linee guida che normano l’ampia casistica medica, in merito alle priorità e le procedure, qualora gli interessi dei diversi pazienti o le opinioni fra i sanitari siano in competizione tra loro, o la volontà di un paziente confligga con quella dei suoi familiari. Né mancano i ripensamenti del sanitario responsabile che ha perduto un paziente. Ne veniamo a conoscenza dagli scambi con i colleghi ancora indugianti attorno al corpo esanime, o in successivi dialoghi privati, in cui il medico generalmente riceve rassicurazioni sull’inevitabilità dell’esito infausto.
In questo episodio, tuttavia, si aggiunge un elemento di ulteriore valenza etica: il paziente non è uno sconosciuto qualsiasi, bensì un giovane stupratore seriale di donne anziane, in buona parte vittime curate al pronto soccorso, e dallo stesso Carter.
Chiamato a farsi carico di un paziente cui rinuncerebbe volentieri, Carter esita, e ogni sua movenza incarna la lotta tra il dovere ippocratico della cura e l’ingiustizia di prestargliela. Su Chicago infuria una tempesta di neve e le scorte di sangue sono bloccate all’aeroporto. Il dilemma di Carter è inasprito dal fatto di aver poco prima tentato inutilmente di salvare la vita alla guardia giurata accorsa in difesa dell’ultima vittima del maniaco. Anziché gettarsi come di consueto sul paziente, Carter si allontana da lui di qualche passo, quasi sperasse che il suo destino si compisse prima di ogni intervento. La camera inquadra per qualche istante la testa bionda del ragazzo dal volto quasi imberbe, a differenza di quello scuro e ispido della guardia spirata poco prima. Staccandosi da quel volto che non lascerebbe supporre nessuna devianza, la camera ruota senza posa attorno al lettino, mostrandoci i gesti di Del Amico e delle infermiere che si sono messe al lavoro con la lena di sempre, mentre Carter indugia. Come la guardia, anche lo stupratore ha perduto oltre un litro di sangue e per essere stabilizzato e operato ha urgente bisogno di una trasfusione. Ma tanto Carter si era affannato a cercare di riportare in vita il primo paziente, la suola degli scarponi da neve immersa nel sangue del poveretto, quanto ora si prende il tempo di valutare la situazione con distacco. In un gioco di campo e controcampo, l’espressione sempre più alterata di Del Amico, che intima a Carter di chiedere le ultime quattro sacche di zero positivo, si alterna al volto di Carter che, sordo alla ragionevole esortazione della collega, con lenta freddezza sposta lo sguardo dal corpo privo di coscienza, alla sacca del drenaggio toracico piena a metà e alla densa pozza carminio sotto i suoi piedi. Infine, scuotendo il capo, dichiara che reinfonderà nel ragazzo il sangue recuperato, quantitativo giudicato insufficiente dalla collega apertamente disapprovante. La manovra tuttavia riesce ma Del Amico, strappatisi rabbiosamente camice e guanti, rifiuta di accompagnare il paziente in sala operatoria, inseguita dallo sguardo dispiaciuto di Carter.
Questa linea narrativa si intreccia con quella di una giovane in travaglio, che resiste caparbiamente al ricovero in ostetricia. Appare presto chiaro che, al pari del suo premuroso compagno, la ragazza è affetta da ritardo mentale e teme le venga sottratta la neonata.
Compresa la situazione, la squadra tutta femminile che la assiste si adopera per tranquillizzarla e sostenerla con sorrisi e incoraggiamenti. Qui le riprese seguono un andamento circolare più lento, concedendosi lunghe soste sul volto della partoriente. Un volto scialbo, attraversato da moti di timore e ottusa ostinazione, che però, a travaglio in corso, si trasforma in quello deformato dal dolore di una madre che sta mettendo al mondo un figlio, e sul quale la disabilità non ha più posto. L’atmosfera è soffusa nella luce calda e insieme diafana di una natività, i volti e i camici azzurri sembrano a loro volta emanare luce, vita, radiosità… ma, a nascita avvenuta, il tema della scelta ci riporta sulla terra. Judy, la sorella della ragazza, ha un colloquio con Carol, la risoluta quanto empatica capoinfermiera, che, basandosi sui comportamenti dei due giovani, si è convinta che siano in grado di prendersi cura della bambina. Mentre Judy, che ha vissuto e conosciuto di persona la loro scarsa autonomia, ritiene che l’amore, di cui sono sì capaci, non sia tuttavia sufficiente per una adeguata cura della neonata. Quando Carol le chiede se sia sicura di poter esprimere un simile giudizio, Judy risponde: “Vorrei poterne fare a meno”.

La scena si chiude lasciandoci in sospeso. L’assistente sociale verrà alla fine convocata per provvedere all’adozione della bimba? Oppure Judy, che immaginiamo sia anche la tutrice della sorella, avrà dei ripensamenti che la porteranno a trovare una soluzione, magari con un proprio maggiore coinvolgimento? E noi che cosa avremmo fatto al suo posto?
Una delle caratteristiche di E.R. è proprio quella di porre i personaggi di fronte a scelte di varia natura lasciandole però in sospeso, forse proprio perché tali rimangano anche nella nostra coscienza. Talvolta suggerendoci, a distanza di qualche sequenza, o di qualche episodio, che non sempre disponiamo di tutti gli elementi per valutare correttamente una scelta che inizialmente non condividevamo. Ed è proprio ciò che accade in conclusione di episodio.
Carter, angustiato dal dissidio con Del Amico, si fa trovare quella sera stessa ad attenderla seduto sui gradini fuori dalla sua porta di casa e, andando dritto alla questione che li ha divisi, le confessa di aver desiderato la morte del giovane e pensato che non meritasse quel sangue.
E fin qui nulla che non avessimo immaginato anche noi, non così le successive parole di Carter che riguardano la gestione delle risorse in regime di scarsità. Una situazione di grande attualità oggi, quando ci viene ricordato quotidianamente il numero dei posti di terapia intensiva occupati dai malati Covid, e il messaggio implicito è “più vi prendete la Covid meno saremo in grado di curarvi di altre patologie”.
Carter infatti, il volto stanco e anche un po’ bevuto, aggiunge : “e se poi fosse arrivato qualcuno a cui serviva una trasfusione… magari un bambino investito da una macchina, o un operaio ferito sul lavoro… se qualcuno fosse morto perché ci siamo giocati il sangue per quel ragazzo… non me la sarei mai perdonata… non credo… stava a me decidere… e ho deciso.”

Siamo certi che Carter si senta in pace con la sua coscienza, anche se ammette che dei dubbi lo avrebbero probabilmente atteso se lo stupratore fosse morto. Ma ancora non si alza dai gradini nell’androne male illuminato. In qualche modo non dichiarato e forse non compreso, Carter ha bisogno che la sua scelta sia, se non condivisa, almeno accettata dalla sua collega e amica, e proprio per questo vuole sapere se la pensa ancora come qualche ora prima.
– Secondo te ho sbagliato? ne sei sicura?
E qui Del Amico, guardandolo con ritrovata tenerezza, gli prende una mano nella sua. Carter si passa la mano libera fra i capelli e la scena sfuma nel fine puntata.
Mi dico che forse ogni decisione importante è sì individuale, ma necessita anche di una sorta di convalida psicologica che deriva dalla accettazione, eventualmente anche nel possibile dissenso, almeno da parte delle persone il cui giudizio ci sta a cuore. Il fatto che E.R. lasci spesso tali questioni insolute, limitandosi cioè a porle, rientra in una tradizione che enfatizza la responsabilità della libera scelta, ciò che è tipico delle società anglosassoni, o comunque della tradizione protestante.
Nelle scuole pubbliche anglosassoni si insegna etica, non religione. E proprio lo studio dell’etica come base della convivenza civile porta a considerare i valori di altre culture, gli interessi dei diversi gruppi sociali o di età, ecc. Insomma i giovani vengono addestrati a considerare e farsi carico anche di altri punti di vista oltre a quelli ricevuti in famiglia, fatti salvi alcuni principi etici fondamentali. Una riprova dello scrupolo civico ed etico vivo in queste società, scrupolo che purtroppo tormenta meno la nostra, è l’esistenza stessa di rubriche tenute da un esperto sul tema in periodici assolutamente laici. Leggo con grande curiosità i quesiti che i lettori del New York Times pongono settimanalmente a The Ethicist, che si può tradurre come esperto in etica.
Una lettrice si chiede, per esempio, se sia eticamente corretto ricevere il vaccino in anticipo rispetto alla sua fascia di età, per il solo fatto di essere la moglie di un lavoratore essenziale che, in quanto tale, ne ha invece diritto. Mentre un’altra, chiamata a far parte della giuria di un processo, esita sulla correttezza di rifiutare la convocazione invocando il rischio sanitario in tempi di pandemia. C’è poi il caso di una coppia che, avendo recentemente scoperto post razzisti e antiliberali sul profilo fb della loro affezionata e responsabile dog sitter, si interroga sull’opportunità di continuare ad avvalersi del suo servizio il cui compenso contribuisce, indirettamente, a sostenere una detestabile propaganda politica.
Nei casi fin qui enumerati, come in molti altri del resto, trovo le risposte di The Ethicist condivisibili, anzi in linea con quello che avrei potuto, anche se con minore capacità argomentativa, rispondere io.
Una risposta, tuttavia, mi è rimasta impressa per la sua dissonanza con il mio istintivo sentire e che, perciò, mi ha fatto più riflettere. La questione viene posta dal figlio di un anziano, il quale è tentato di riconfigurare il profilo YouTube del padre a sua insaputa. Il vecchio, fino a prima della pandemia persona mite, religiosa e disinteressata alla politica, ha subito una drastica trasformazione a causa della prolungata frequentazione dei video di YouTube, a indirizzarlo verso i quali era stato proprio il figlio, che, vivendo lontano, sperava di aiutare il padre a occupare il nuovo tempo povero di socialità. La piattaforma, tuttavia, avendo profilato l’utente in base alle sue ricerche di contenuti religiosi conservatori, ha preso a somministrargli disinformazione di estrema destra; e più ore l’uomo trascorre su quella propaganda più l’algoritmo gli fornisce notizie inattendibili. In conclusione, il padre è diventato polemico e aggressivo, al punto che, nelle loro conversazioni telefoniche, non c’è modo di distoglierlo dalle sue nuove ossessioni complottiste, con il risultato che i rapporti fra padre e figlio si sono pesantemente deteriorati.
Mi chiedo se, nei panni del figlio, di fronte a un caso di così palese manipolazione mentale, mi sarei rivolta a un esperto di etica o non avrei semplicemente ammaestrato l’algoritmo a sottoporre a mio padre una selezione più equilibrata di contenuti. E mi rispondo: no, non avrei scritto a nessun Ethicist e, se per questo, a nessuna nostrana rubrica di posta dei lettori, per quanta stima nutra per i pareri di Natalia Aspesi; e sì, mi sarei inserita nel profilo di mio padre e avrei provveduto a selezionare video di segno opposto a quelli che lo stavano condizionando.
Che motivazioni mi avrebbero guidato? La tutela della salute mentale del mio vecchio, da sempre disinteressato alla politica, e come tale vittima inconsapevole di una abile propaganda falsificatoria gestita in modo automatico e disumano. E, non meno importante, la speranza recuperare la buona relazione che avevamo prima dell’isolamento pandemico.

Forte delle mie motivazioni familiari, leggo senza grandi attese la risposta di The Ethicist il quale, con mia sorpresa, la vede diversamente. Secondo lui, o che non sia una lei? No, Google mi conferma che si tratta effettivamente di un uomo, il professor Kwame Anthony Appiah, figlio di un ganese e di una britannica, entrambi di famiglie influenti, il quale ha insegnato nelle maggiori università americane ed è attualmente impiegato presso la facoltà di legge della New York University. Secondo Wikipedia, The Ethicist ama spaziare ben oltre i confini teorici della legge morale, e ha diffusamente indagato i temi della razza e dell’identità. Dietro questi tersi verdetti etici si cela dunque un coloritissimo personaggio e a stento mi trattengo dall’acquistare, dopo averne letto un allettante estratto Kindle, il suo La menzogna dell’identità.
Ma torniamo all’Appiah-ethicist che, pur mostrandosi comprensivo verso le motivazioni del lettore, si dice contrario ad agire all’insaputa del padre, e favorevole invece ad affrontarlo su un piano di parità e di chiarezza. Come dire, finché una persona è in grado di badare a se stessa – e quest’uomo vivendo da solo dimostra di esserlo – nessuno ha il diritto di trattarlo come se non fosse in grado di intendere e volere. La libertà umana va rispettata sempre. Sempre? Pur trovando ragionevole la posizione del professor Appiah, qualcosa mi mette a disagio. Penso infatti che l’ipotetico raggiro dell’algoritmo di YouTube costituirebbe non una limitazione alla libertà di un padre ma semmai una misura di contrasto alla subdola, per quanto impersonale e robotica, forma di circuizione di una mente priva di strumenti di analisi politica. Ma appena sotto questa mia obiettiva considerazione sento affiorare un’inquietudine. Sì, al posto di quel figlio, sarei terribilmente in ansia, oltre che addolorata e arrabbiata. Di fatto quel maledetto algoritmo ha ucciso mio padre e nelle nostre conversazioni chi mi parla è il suo zombie. A mettere le mani sul suo profilo mi spingerebbe anche il desiderio di riavere il padre che conosco e, forse soprattutto, di ritardare il momento di raccogliere il suo testimone. Testimone che mio padre, più si allontana dalla realtà, meno voglia avrà di passarmi e che, temo, dovrò strappargli con un colpo di mano, quando sarà il momento. Ma appunto, quando?
In conclusione del suo parere, The Ethicist suggerisce al lettore di mettere il padre di fronte all’alternativa: o la smetti di parlare di questa roba o ti telefonerò meno spesso. Ma se le telefonate sono l’ultima esile forma di rapporto ancora sussistente tra noi, il rischio di doverle diradare ulteriormente renderà ancora più aspro e doloroso il passaggio di consegne.
Forse Appiah, venendo da una grande famiglia, la fa facile a mollare il genitore, perché tanto ci sarà sempre uno stuolo di sorelle e parenti vari pronti ad accudirlo; non così in famiglie poco numerose disseminate ai quattro angoli del paese… Appiah uomo, Anita donna, con tutto quel che segue.
Concludo che compiere scelte etiche in una famiglia possa raramente trovare l’accordo fra tutti coloro che la compongono, in quanto la distanza generazionale ci rende portatori di aspettative solitamente in conflitto fra loro.
E a ricordarcelo è ancora il giovane Carter, in un episodio precedente. Dopo avere cercato di sottrarre il cugino Chase alla droga, senza però informarne la famiglia, Carter non riesce a evitare che le conseguenze di una ricaduta lascino il giovane gravemente menomato. A quel punto la situazione non può più essere nascosta e i nonni accusano Carter di avere assunto su di sé un compito che era di tutta la famiglia. Sarebbe cambiato qualcosa se la famiglia si fosse attivata per contrastare la tossicodipendenza di Chase? Pur rimanendo convinto del contrario e non rinnegando la scelta di rispettare la volontà del cugino, Carter non sarà però esente da dolorose riconsiderazioni del suo comportamento.
Eccomi ritornata a Carter! Ripercorro il domino mentale messo in moto dalla sua decisione di praticare un’autotrasfusione allo stupratore, e mi dico che, se preso per tutto quello che ha da offrire, e cioè capacità di tenere desta l’attenzione, coinvolgere emotivamente, sensibilizzare all’ingiustizia sociale, sollecitare la riflessione morale, un telefilm merita di essere guardato da vicino. Qualcuno obietterà: telefilm basso, film d’autore alto. Ma sono davvero gerarchie sensate, ancorate come sono nell’ideologia classificatoria del momento? Non sarà invece che proprio il frettoloso attributo di opera di genere impedisca di coglierne il valore intrinseco? Perché attendere che sia il tempo a cancellare lo stigma di cultura popolare da un telefilm, una canzone, un romanzo noir perché la critica seria li prenda in considerazione? Perché non dare ORA dignità alla reazione che un’opera provoca in noi e analizzare i meccanismi che hanno presieduto a quella reazione? Perché attendere che si spengano i fischi e gli schiamazzi ubriachi del popolino londinese assiepato ai piedi del palcoscenico elisabettiano per applicare strumenti colti alla genialità di Shakespeare e dei suoi colleghi? Scrivere romanzi a puntate nell’Ottocento era un mestiere, e i debiti di gioco e le mesate arretrate di pigione la principale spinta a comporre una nuova opera. Gli autori si piegavano al consenso del pubblico non diversamente da come i produttori di una serie agiscono in base ai dati di audience.
Ma al di là di tutto, resta la mia gratitudine per Michael Crichton, John Wells e ogni penna e mente che sta dietro a ogni buon episodio, alla laboriosa, e spesso anonima, collaborazione che dà alla luce creature capaci di incontrare il nostro desiderio. Del resto, si è forse unanimi sull’identità di Shakespeare e sul suo convergere su un unico soggetto?