Lo sguardo di Jamie – Il dolore di amare male

Le cose che non ti ho detto [Hope Gap, UK 2019] è un film scritto e diretto da William Nicholson, basato sulla sua opera teatrale La ritirata da Mosca andata in scena nel 1999.
Nella prefazione all’edizione del 2004, in cui l’autore fornisce elementi autobiografici all’origine di quello che definisce play about a family, leggo due cose che mi colpiscono.
La prima riguarda l’attitudine letteraria di Nicholson, che si è evoluta dalla narrazione di sé mirata a suscitare la simpatia e l’ammirazione del pubblico, a una scrittura che scrosti via le bugie che tutti diciamo in cerca d’amore e ci porti a “guardare e ri-conoscere la verità: semplice eppure molto appagante.”
La seconda cosa riguarda la genesi della pièce. “Un giorno mi imbattei nell’antologia che mia madre aveva fatto per me un sacco di anni prima [una selezione di versi sul tema dell’amore perduto, all’epoca della prima cocente delusione amorosa dell’autore], la lessi e ne rimasi sopraffatto. In quelle poesie ora coglievo i sogni e gli echi della vita di lei, non del mio dramma acerbo. Ho così deciso di raccontare il fallimento del matrimonio dei miei genitori. E questo è il risultato. Non è un documentario, perché non mi è dato sapere ciò che avevano nel cuore e nella mente. Mentre conosco tutto quello che è accaduto nel mio cuore e nella mia mente, e quindi conosco i personaggi, Alice, Edward e Jamie, perché sono tutti me. Cerco di raccontare la verità del dolore di amare male, perché anch’io l’ho fatto.”
Venendo al film, se l’intento era quello di raccontare il travaglio del trentenne Jamie, direi che Nicholson ci è pienamente riuscito. Mentre mi commuovevo sulle parole conclusive di Jamie, e quando ancora non sapevo nulla di Nicholson, mi sono detta che il film parlava del figlio, forse di tutti i figli coinvolti nell’infelicità dei genitori. E sul travaglio di quel figlio si concentra questa riflessione.
Hope Gap mantiene un ordito drammaturgico intessuto dei dialoghi fra i tre membri di una famiglia che, a poche scene dall’inizio, va in pezzi: il marito Edward (Bill Nighy) lascia Grace (Annette Bening) per andare a vivere con Angela, una donna a sua volta lasciata dal marito, mentre il giovane Jamie si sente chiamato a prendersi cura della madre.
Jamie è interpretato da Josh O’Connor che, guarda caso, si ritrova a raccogliere le confidenze di una madre sola, come già nella serie La mia famiglia e altri animali, nella quale interpretava il figlio maggiore della vedova Durrell, che la appoggia nelle sue difficoltà economiche ed educative. Nel film, O’Connor esplora nuove corde del cuore filiale, risultando efficace sia nell’essere elusivo per sottrarsi alle frecciate con cui la madre mira alle sue insicurezze, sia nell’appello struggente che le rivolge quando ne intuisce il desiderio di morte.
Del teatro il film conserva anche una sostanziale unità di luogo: la casa e la scogliera di Seaford, con l’eccezione di qualche rapida incursione nella vita londinese di Jamie.
Qualche cenno sulla coppia. Edward è un insegnante che nel tempo libero collabora con Wikipedia, attività che è uno dei bersagli del sarcasmo della moglie. È abitudinario, gentile, riservato e sulle difensive. Grace è invece una donna diretta ed esigente. Dotata di una prodigiosa memoria poetica, commenta le situazioni della vita a suon di versi e lavora a un’antologia che avrà per titolo Sono già stato qui, il confortante incipit di una poesia di Dante Gabriel Rossetti, secondo cui ogni sentimento che ci troviamo a vivere ha già ispirato il canto o il lamento di un poeta.
Potrebbe essere un film sul proverbiale riserbo emotivo dell’uomo britannico che rende infelice la moglie estroversa, ma, fin dalle prime battute coniugali, l’atteggiamento provocatorio di Grace verso l’incapacità del marito di mostrare sentimenti e volontà propri evidenzia la passività infelice dell’uomo. L’abbandono è una catastrofe nella vita della donna e un acceleratore nella maturazione esistenziale del figlio che, fino a quel momento, sembrava aver modellato il proprio stile sentimentale su quello del padre. Tra Jamie e i genitori, e con Grace in particolare, si viene a creare una vicinanza nuova. Amandoli entrambi, Jamie rimane a entrambi fedele, imparando a conoscerli nel fallimento della loro intimità. È imbarazzato e infastidito dalle scenate della madre, dalla sua incapacità di ascoltare senza esprimere giudizi caustici, ma è anche acutamente coinvolto dal suo aver raggiunto l’orlo del precipizio della vita così come l’aveva intesa fino a quel momento. Raccoglie il racconto del padre sulle circostanze del suo innamoramento per Grace, sul fascino emanato dalla giovane incontrata salendo sul treno sbagliato. Ma il matrimonio viaggiava in una direzione che, al pari di quella del treno, non era la sua. Ha trascorso quasi trent’anni sforzandosi invano di diventare l’uomo che Grace voleva che lui fosse. Una consapevolezza che l’ha fulminato nel momento in cui Angela gli ha posato la mano sul braccio. Un gesto sfiorato di semplice vicinanza umana di cui Grace, nonostante tutta la sua fede religiosa e la dedizione alla parola poetica, non sembra capace. Nell’accusare i due uomini di tenere le distanze, Grace non sa di avere reso se stessa almeno altrettanto inavvicinabile. Una Eva avvelenata dalle certezze del frutto dell’albero della conoscenza non può che proteggere il suo dolore sferrando attacchi.
Mitezza e mansuetudine appartengono invece all’ateo e pessimista Jamie che, per quanto affaticato, non si lascia scoraggiare dall’espressione irruenta del dolore della madre. Così come sta accanto al padre, le cui ragioni non sente meno degne di comprensione. Senza cedere alla tentazione di schierarsi, che significherebbe vietarsi la possibilità di vivere fino in fondo il suo dramma di figlio, Jamie attraversa il proprio deserto arrivando a conoscersi meglio e a maturare un amore nuovo per Grace e per Ed. E come Jamie neanche noi siamo portati a schierarci con uno dei tre personaggi, se non temporaneamente oscillando tra le ragioni dell’uno o dell’altro.
Grace attraversa le fasi della perdita, dalla negazione al desiderio di togliersi la vita, e qui Jamie confessa alla madre la propria incapacità di aiutarla. Le rassicurazioni di lei non lo tranquillizzano e, per fare breccia nella sua corazza, Jamie per la prima volta forza la propria. Ammette che il suo rapporto con le donne non funziona, di essere come il padre poco disponibile. Benché toccata da quel segno di cambiamento, Grace dà una risposta nel suo stile: pregherà perché le cose si mettano meglio per Jamie. E anzi gli propone un patto: se con le donne funzionerà, allora lui crederà in Dio? E, con arguzia inattesa nel clima drammatico, Jamie rovescia le condizioni, se la preghiera non funzionerà allora la madre smetterà di credere?
Pare di assistere a un quodlibet che si conclude con la dichiarazione del conflitto profondo di Grace: Se solo potessi smettere di credere, allora potrei andarmene, cosa che desidero fare, notte e giorno. Dal quodlibet ad Amleto: Voglio solo addormentarmi. Non più risvegli. È il risveglio che fa più male. L’istante in cui la nebbia dei sogni si dirada e pensi che forse non è vero. Forse lui è ancora al tuo fianco. Giri la testa sul cuscino, ma non c’è nessuno.
Fuori dal quodlibet e lontano da Shakespeare, Jamie è solo un figlio che accetta fino in fondo il dolore di amare, quando le chiede: Se decidessi di farlo me lo diresti prima? Giustifica il suo diritto a sapere con una risposta di pura realtà, che toglie ogni alone romantico al vagheggiato volo dalla scogliera: toccherebbe a lui clear after you – cioè rimettere le cose a posto. Risistemare e riordinare è in genere quello che fa una madre con un figlio, ma qui i ruoli sono invertiti. Jamie vuole essere pronto, come dovrebbe esserlo una madre nei confronti dello scompiglio che portano i figli nella vita dei genitori. Forse accorgendosi per la prima volta della sofferenza del figlio, Grace fa un altro passo fuori della propria: Devi aver conosciuto momenti neri per parlarmi così. Jamie alza ancora la posta: Non posso chiederti di vivere per me. Ciascuno deve portare il suo peso. Forse per la prima volta Jamie vede se stesso sulla strada già percorsa dai genitori: – Se non ce la fai più ad andare avanti saprò che la strada è troppo in salita e troppo lunga. Saprò che alla fine l’infelicità vince. Ma se invece andrai avanti e terrai duro, saprò che per quanto male si metteranno le cose potrò resistere anch’io perché tu l’avrai fatto prima di me. Al che Grace, tornata madre, lo abbraccia con semplici parole che ci riportano alla memoria le ballate di Lord Randal o Bob Dylan: My darling boy, how you’ve grown up.
Jamie ha cavato da dentro di sé l’uomo capace di tenere in vita una persona disperata, riportando così in vita la madre che Grace aveva dimenticato di essere. E non solo la madre, ma anche l’essere umano capace di salvarne altri dalla disperazione, come la sentiamo fare al telefono dell’associazione Friendline nella scena successiva. Verrebbe da dire che Jamie ha partorito la rinascita di sua madre.

Il film finisce con la voce fuori campo di Jamie che recita una delle poesie raccolte dalla madre (Say not the struggle nought availeth [Non dire che la lotta a nulla è valsa] composta dal poeta vittoriano Arthur Hugh Clough, probabilmente all’indomani del fallimento della lotta cartista per i diritti.) A questa poesia, che è l’ennesima riaffermazione dei valori vittoriani della perseveranza e del lavoro instancabile, Jamie aggiunge i versi del suo personale inno alla genitorialità:
All’inizio pensavo di potervi salvare, ma tutto quello che posso fare è onorarvi.
Mia madre, prima fra le donne, mio calore e mio conforto, mia sicurezza, mio orgoglio, tu sei colei che voglio esaudire, di cui voglio l’approvazione.
Mio padre, primo fra gli uomini, mio insegnante e mio giudice, l’uomo che so diventerò.
Ora state invecchiando.
Siete ancora davanti a me e sarete sempre un tratto di strada più in là.
Perdonatemi di volervi sapere forti per sempre.
Perdonatemi di temere sempre la vostra infelicità.
Come voi soffrite, così anch’io soffrirò.
Come voi resistete, così anch’io resisterò.
Tenetemi per mano ancora una volta in mezzo a voi
sul sentiero di un tempo, poi lasciatemi andare.