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Il blog di Michela Zernitz

Kiev 1926-1980 : 2

Quel seminterrato dell’Hotel Continental che non esiste più

“Osip Mandel’štam non era un tipo stanziale. Agli spostamenti era stato abituato fin da piccolo. Nel 1898 la sua famiglia si trasferì a Pietroburgo da Varsavia, dove era nato sette anni prima. Prima della rivoluzione viaggiò in Europa e, successivamente, trascorse lunghi periodi sulle rive del Mar Nero, a Mosca, nel Caucaso, e amò perfino il confino a Voronež, ma con la città di Kiev il rapporto fu particolare. Qui infatti aveva conosciuto Nadežda Chàzina, la donna che sarebbe stata al suo fianco per tutta la vita, e che ne custodì l’opera dopo la morte, avvenuta nel 1938, durante la deportazione in un gulag della Siberia orientale. 

In fuga dalla fame e dalla violenza della guerra civile, nel febbraio del 1919 Mandel’štam lasciò Mosca per il Sud. A inizio aprile è a Kiev e vi resterà fino alla fine di agosto, quando sarà costretto a seguire i bolscevichi cacciati dalla capitale che tenevano da febbraio. L’avvicendamento al potere dei nazionalisti ucraini faceva di Mandel’štam, proveniente dalla Russia bolscevica, un nemico, e il fatto che fosse ebreo lo esponeva ai rischi del locale antisemitismo.

Quello del 1919 fu il suo più lungo soggiorno a Kiev. Mandel’štam trovò impiego presso la Sezione estetica per l’infanzia della Previdenza sociale (Sobes) e si inserì nella vita culturale locale. Leggeva i suoi versi alle serate collettive di poesia e frequentava il caffè ChLAM, il cuore della vita artistica della capitale. Se la parola chlam significa ciarpame, cianfrusaglie, è anche l’acronimo di Artisti-Letterati-Attori-Musicisti. Fu proprio allo ChLAM, acquartierato nel seminterrato dell’Hotel Continental, che, la sera del 1° maggio, avvenne l’incontro tra il ventottenne Osip Emil’evič e la diciannovenne Nadežda Jakovlevna Chazina, aspirante pittrice sotto la guida della già affermata artista dell’avanguardia Aleksandra Èkster, che prima della guerra aveva a lungo frequentato gli ambienti artistici europei. Nelle sue memorie, Nadežda rievoca l’allegria di quella giornata, con i giovani allievi di Èkster rumorosamente impegnati a dipingere le decorazioni per la festa del Primo maggio. Quei ragazzi, “più a sinistra della sinistra”, erano imbevuti di ideali rivoluzionari e indifferenti al pericolo. In quei giorni di guerra civile si sparava per le strade e “noi correvano a nasconderci nei portoni”.

Nel suo pezzo su Kiev, scritto nel 1926, cioè sette anni dopo quella prima volta, Mandel’štam si sofferma a osservare la facciata restaurata dell’Hotel Continental, alle cui finestre vede affacciarsi i musicisti di una jazz band americana. Ma che ne era stato di quel grand hotel, com’è che non lo avevo mai sentito nominare prima? E se ne ho recuperato la storia lo devo a internet. Infatti, nonostante bombe e missili stiano devastando l’Ucraina, i siti che ti invitano a visitarne le bellezze sono rimasti al loro posto e rinnovano l’invito in tante lingue diverse, fra cui l’ucraino, il russo, l’inglese e spesso anche l’italiano. Ho potuto così rendermi conto che nel 1980 restava assai poco della Kiev del 1926, e soprattutto della città alta, mentre il Podol versava nel suo quieto disfacimento. E dunque davanti al centralissimo Hotel Continental io non potevo esserci mai passata, per il semplice fatto che durante l’occupazione tedesca della città, i nazisti confiscarono quell’albergo che poi bruciò in un rogo accidentale.

Via Nikolaevskaja, laterale del Kreščatik, che è visibile sullo sfondo.
Sul lato destro l’imponente Hotel Continental.

Costruito nel 1897 su modello dei più prestigiosi alberghi europei, il Continental si presentava con una facciata alla moda eclettica, in una mescolanza di moduli rinascimentali e barocchi. Gli incontri presso il circolo-caffè ChLAM, ospitato come abbiamo visto nel suo seminterrato, si tennero fra il 1918 e il 1919, e non solo Nadežda Chazina ne era assidua frequentatrice, ma ci potevi incontrare lo stesso Bulgakov, che pure alle conventicole artistiche era piuttosto allergico. E nella Guardia Bianca, che prometto di leggere presto, Bulgakov questo caffè ce lo mette, ma a modo suo, perché lo ribattezza Prach, acronimo di poeti-registi-attori-artisti, e che in sé significa polvere/ceneri. Forse a voi, comprensibilmente, poco importano le sorti dell’Hotel Continental, e avrebbero lasciato indifferente anche me se, navigando sempre sui siti che offrono giri turistici della città, non avessi scoperto un collegamento con il mio passato di borsista. E qui, non me ne si voglia, metto temporaneamente fra parentesi Mandel’štam e il suo pezzo su Kiev del 1926.

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