A proposito di reclusioni…
Yol, la prigionia dimenticata

In questi tempi di confinamento i disegni di nonno Guido sulla guerra d’Africa e la prigionia in India chiedono nuova attenzione. Nonno Guido non era un artista e non lo vidi mai disegnare se non per lavoro. Lo ricordo alla sua scrivania nello studio sul canale impegnato a tirare linee sui progetti per gli impianti di riscaldamento. Gli occhiali dalla montatura spessa calcati sul naso, l’odore di fumo e acqua di colonia, le matite con la lunga mina orlata di scanalature chiare lasciate dal temperino che portava sempre in tasca. Appuntiva le mine strofinandole sulla barretta di legno rivestita di carta vetrata a grana sottile. La toccavo, perché io toccavo tutto, e mi restava la polvere nera sulle dita che pulivo sul vestito, pulito… io. Lui invece aveva sempre le mani asciutte e senza traccia di polvere. Il collo rigido, la schiena incurvata, i folti e ribelli riccioli grigi lisciati all’indietro con il pettine bagnato, ogni mattina.

E poi c’era l’album in cui Lapis aveva raccolto quei disegni. Meglio la prigionia del fronte, concludeva lei richiudendolo, e lui non commentava. Guido non parla, si lamentava Lapis con la figlia. Le prove di quegli anni trascorsi nella misteriosa India erano il collo e la schiena irrigiditi. Per forza che ti sei ridotto così, in quell’umidaccio, brontolava Lapis quando, nelle giornate brutte, gli occhi di Guido si stringevano improvvisamente e le labbra si stiravano in una smorfia. Sembrava rimproverarlo di non essersi protetto abbastanza mentre era lontano da lei, di avere permesso a quel clima di trasformarlo in un vecchio. C’erano poi lo sbiadito foulard di seta a disegni arancioni che Lapis mi donò quando venne ad abitare da noi, il ventaglio di paglia intrecciata, eliminato in chissà quale trasloco, le coperte ruvide che riscaldavano male i nostri letti infantili, il baule di metallo grigio nel sottotetto della soffitta nel quale la mamma conservava piegati e stirati gli avanzi di stoffa.

Lo stesso baule di cui parla Angela Giannitrapani nella lettera al padre verso la fine del suo Quando cadrà la neve a Yol (2017, Argot edizioni). L’autrice ricorda che i suoi giocattoli erano stipati in “un bauletto di ferro pesante, con lunghi chiavistelli … A volte, aperto il coperchio, restavo lì accovacciata per qualche minuto ad osservarlo. Sapevo che era tuo. Che era stato tuo. Lo guardavo sui lati; aveva borchie concentriche e era color rosso bruno, quasi ruggine. Lo ricordi?”

Il padre di Angela era un siciliano del 1916, Guido un veneto del 1897. Furono catturati in Libia a distanza di un anno uno dall’altro. La piazzaforte di Bardia si arrese infatti una prima volta nel gennaio del 1941, per essere riconquistata in quello stesso anno con l’intervento tedesco in Africa, e definitivamente perduta il 2 gennaio 1942. Secondo lo stato di servizio, Guido, capitano di complemento, fu richiamato alle Armi nel maggio del 1941 e inviato a Bardia a fine agosto. Nella Bardia isolata del secondo assedio, Guido era addetto ai rifornimenti notturni via mare.
Ti immagino a bordo di questa barchetta, probabilmente disegnata alle prime luci del mattino, forse per lasciare andare la tensione della notte e trovare qualche ora di sonno. Chissà se ti eri portato le matite colorate da casa, o se te le procurasti in una bottega di Tripoli… e forse c’erano altri disegni, oltre ai sessantadue dell’album. Uno degli ultimi reca la data dell’arrivo a Yol: maggio ’43.
Maggio, il più crudele dei mesi, almeno per te. Il mese in cui ti morì la mamma nel giorno del tuo settimo compleanno, il mese del richiamo e il mese dell’arrivo nel teatro dell’ultimo atto dell’interminabile prigionia. Reduce medaglia d’argento della Grande Guerra a ventun anni, a quarantadue fosti rimesso in uniforme e comandato in Libia. Strappato a Lapis e alla tua unica figlia che aveva dodici anni. Ne avevo dodici anch’io quando moristi, troppo piccola per immaginare le domande di oggi.

Dopo aver letto Giannitrapani i tuoi disegni hanno preso vita, non sono più solo gli ironici bozzetti in cui ti rendevi riconoscibile per la statura e il dorso già allora leggermente incurvato, i piedi ingigantiti dalle enormi calzature e il naso aquilino che spunta dalla bustina calata sugli occhi. Più mi addentro fra i diari e le lettere dei tuoi compagni di Yol più le tue tavole, ormai picchiettate di umido, raccontano una storia di cui non sentii mai parola. Dicono per esempio che, oltre al clima sopportabile solo nei mesi più freddi, vi ammalavate di malaria e perfino di colera; che con l’arrivo dei diluvi monsonici la dissenteria delle colline si diffondeva fulminea nel campo; che con il passar del tempo il reparto psichiatrico divenne sempre più affollato e che le lettere da casa arrivavano di rado e con ritardi di mesi. Ora so che quella stanzetta dall’aria accogliente con la stufa nel mezzo poteva essere un inferno di promiscuità e che, per salvaguardare un minimo di riservatezza, recintavate lo stretto rettangolo personale con teli e e lenzuoli; che le giornate interminabili erano scandite da appello e conta, immancabilmente seguita dal saluto al duce e al re e, dopo la caduta del fascismo, solo al re.
So che le divergenze caratteriali e politiche potevano rendere i rapporti fra i compagni di camera e di baracca molto tesi. Che per prevenire risse e tafferugli i cosiddetti irriducibili, cioè chi dopo l’8 settembre non abiurò alla fede fascista, furono infine riuniti in un unico campo, il 25, dove fino all’ultimo si perpetuò la ritualità del ventennio. Il disegno dice che abitasti nella terza ala del campo 27 fino al 4 aprile del 1944. E poi? Ora posso immaginare l’angoscia nei mesi della disfatta, con gli inglesi, i nemici, che sollecitavano anche la vostra resa morale! Che senso di spreco, per tutta la vita andata perduta, per i compagni uccisi. Per cosa, per chi, se poi agli inglesi si doveva la pace? Fu allora che smettesti di disegnare per sempre?

Adesso mi è chiaro come mai di Yol, dove vivesti per oltre tre anni, fino al rientro nel porto di Napoli nell’agosto del ’46, non restino che cinque disegni. Del primo campo indiano che ti ospitò per quasi due anni (Dehra Dun, a circa quattrocento chilometri a sud di Yol), avevi ritratto quasi tutto: i paria impegnati a costruire latrine e inceneritori, a riempire d’aqua grossi otri, a legare fasci di paglia per il rivestimento della lamiera dei tetti, quella lamiera che sotto lo sferzare della pioggia rimbombava assordante per settimane e settimane. Riuscivi ancora a ridere vedendo una sfilata di oche che ti riportò a La marcia del sabato… e ti sentivi ancora abbastanza in forma da autoritrarti in mezzo al filo spinato in pantaloni alla zuava e maglione a collo alto giallo, indumenti acquistati allo spaccio dove, in cambio delle banconote del campo, ci si riforniva un po’ di tutto.
Della manciata di tavole disegnate a Yol, la cittadella di baracche dove confluirono i prigionieri italiani dai vari campi indiani, tre furono ispirate dalla passeggiata settimanale. Venti di voi scortati da una sola guardia indiana, tanto esigue erano le possibilità di fuga dal pendio sassoso incuneato fra le montagne del nord e le risaie del sud nella valle del Kangra. Fare il bagno nel laghetto formato dal fiume che sgorgava in Himalaya e scorreva spumeggiante alle spalle del campo era forse l’unico sollievo.

Non eri amante della montagna e non subivi il richiamo delle vette himalayane che altri invece si distraevano sognando di conquistare. Dopo lo sbarco degli alleati in Italia, le maglie della reclusione allargate, gli appassionati di alpinismo ebbero il permesso di allontanarsi per qualche settimana e, messa insieme una rudimentale attrezzatura, si avventurarono fra le nevi perenni del massiccio che chiudeva l’orizzonte più lontano. Non era il tuo genere. E ora mi chiedo come passasti quei due ultimi lunghissimi anni, quando la temuta sconfitta divenne realtà e sapevi i tuoi sotto i bombardamenti. Forse studiavi, forse perfezionavi l’inglese, forse anche tu curavi un piccolo orto, forse cercavi di disegnare, di certo seguivi l’avanzata degli alleati sullo Statesman o la Civil and Military Gazette. E poi quell’amico. Cosa darei per ricordarne anche solo il nome.

Così, ora che siamo in un tempo strano e inaspettato, reclusi a causa di un virus che uccide gli anziani e mette gli interessi delle generazioni in conflitto, un tempo in cui lo scontento è gridato e gli schermi schiamazzano di complotti e di attacchi alle libertà fondamentali, ti vedo mentre lentamente ti scosti dal capannello in cui, fra le voci sempre più alte, si approfondisce il solco delle divergenze. Non partecipavi, e non per mancanza di opinioni o di coraggio, ma perché avevi imparato sulla tua pelle, o forse lo sapevi da sempre, quanto fosse inutile e distruttivo quel dividersi in una situazione sulla quale non avevate potere. La sommessa ironia delle tue vignette coglie un’umanità che, quando si esacerbano gli animi, rischia di andare perduta.
Forse disegnare acquietava il tumulto dei sentimenti, e nel gesto leggero maturava il distacco che ti tratteneva dallo scivolare nel disgusto. A un certo punto però non ci furono più anse di pace. Restò solo il silenzio dal quale non uscisti più. Lo stesso con il quale mi raggiungevi in cucina mentre lavavo i piatti e infilavi nella tasca del mio grembiule da casa la moneta con il veliero delle cinquecento lire d’argento, un tesoro nei rigori educativi di casa nostra. Chissà che cosa pensavi di tanta, altrettanto inutile, severità? Ma tu tacevi e oggi io scruto i tuoi segni in cerca di risposte alle domande che non ti feci mai.