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Il blog di Michela Zernitz

Anche le serie crescono

Susan Lewis e Gregg Pratt osservano dal cortile delle ambulanze il rogo di Doc Magoo’s, il bar-tavola calda di fronte all’ingresso dell’ospedale. E.R. s9 ep21.

L’8 marzo mi è capitato di vedere, a vent’anni dalla sua prima messa in onda, l’episodio di E.R. intitolato Orgoglio e pregiudizio, in originale Just a Touch (s10 ep19).

Da qualche stagione E.R. è sempre E.R. ma non più l’E.R. degli esordi. Non lo è più non tanto perché la maggior parte dei personaggi delle prime stagioni sono morti o si sono trasferiti. È proprio il setting del Chicago County Hospital a avere subito mutamenti profondi che hanno trasformato i personaggi, in un processo trasversale che interessa tanto i sanitari più anziani quanto i più giovani.

«Sam avrebbe potuto essere più solidale con Pratt,» commenta Curzio appena i titoli di coda si sono spenti, dando inizio al nostro rito serale che consiste nel trattenere gli echi della visione fino a quando uno dei due rompe il silenzio e si apre la discussione. Va detto che io sono dialogica e i pensieri raramente mi sorprendono fuori da una conversazione. L’osservazione di Curzio è sufficiente a presentarmi bell’e pronta, e apparentemente sbucata dal nulla, una teoria interpretativa sulla trasformazione della serie. Quando in realtà è il disagio covato almeno da un paio di stagioni a coagularsi in parole organizzate, anziché sbottare in moti di insofferenza per quello che mi appariva uno scadimento della serie.

Premessa. Greg Pratt (Mekhi Phifer) è un bravo medico. Dal suo ingresso nell’ottava stagione lo abbiamo visto crescere, che, nel suo caso, ha significato imparare a esprimere le sue buone capacità di diagnosi e di intervento senza smargiassate o salti gerarchici. Nelle relazioni con i pazienti e i colleghi meno esperti sa essere empatico con una nota di quella esuberante simpatia che può virare nella seduzione. E, nel caso in questione, proprio di questa ambiguità si è trattato. Una donna che lamentava dolori alla schiena manifestatisi in assenza di sollecitazioni fisiche è presa in contropiede dall’inizitiva di Pratt di praticarle un controllo senologico, e l’atteggiamento non sufficientemente distaccato del medico le lascia in dubbio circa la reale necessità della accurata palpazione. L’esito negativo dell’esame induce la donna a riferire i suoi sospetti alla direttrice la quale, oltre ad ammonire Pratt, programma un corso di formazione sulle modalità di cura da prestare alle pazienti donne. Nella sua ansia di essere scagionato, Pratt cerca la conferma dell’infermiera Sam (Linda Cardellini) che aveva convocato come testimone della visita. Benché l’attenzione di Sam fosse stata distratta da una telefonata, Sam non esita ad accusarlo di avere molestato la donna quantomeno con lo sguardo, per concludere, grossolanamente, accomunandolo a tutto il genere maschile che, com’è noto, è interessato a una cosa sola. Tanto che se inventassero «un frigo con tv al plasma e vagina incorporati per noi donne sarà la fine.»

Sam mentre esprime a Pratt il suo punto di vista sugli uomini. E.R. s10 ep19.

«Sam, » ribatto io, «sta semplicemente sfogando la frustrazione e la rabbia verso l’ex marito che, tra un affare fallito e il successivo, si è ripresentato senza preavviso a inscenare il teatrino domestico in cui interpreta il padre compiacente e sollecito. Sam scarica la sua impotenza di fronte all’ex su Pratt, il collega verso il quale non prova nessun coinvolgimento. Il suo mostrarsi insensibile e svalutativa con Pratt corrisponde al suo atteggiamento succube nei confronti di un uomo che disprezza e che teme.»

Ma Curzio non molla: «Siamo d’accordo, ma da una collega ci si aspetterebbe quel sostegno di cui prima o poi ogni operatore del pronto soccorso sa di avere bisogno.»

«Il pronto soccorso non è più quello di qualche anno prima,» ribatto io, «i tagli draconiani alla sanità hanno reso i turni massacranti. Alla riduzione del personale si supplisce con avventizi disorientati. E tutto questo, oltre a esporre i medici a un più alto rischio di errore, erode le basi della loro coesione. Le relazioni umane si sono sfrangiate semplicemente perché non c’è più il tempo di coltivarle. Come avveniva per esempio nella saletta del caffè, così ricorrente nelle prime stagioni. Ora il caffè si compra al distributore e si consuma in piedi. È venuto meno uno spazio per sfoghi e confidenze, ma anche per confronti, spesso aspri e destinati a ricomporsi solo in un secondo momento, magari tirando a canestro nel cortile delle ambulanze o davanti a una birra a fine turno nella tavola calda di Doc Magoo’s… Che ne è stato di divani e i tavolini? Quella stanza è diventata poco più di uno spogliatoio e i rari scambi tra colleghi non superano il paio di battute davanti all’armadietto personale, giusto nel tempo di infilarsi il cappotto… E, come se non bastasse, neanche la tavola calda esiste più, è letteralmente esplosa… più chiaro di così!

«Tornando a Sam, (ormai sono un fiume in piena) il suo personaggio è l’incarnazione del nuovo operatore sanitario precario. Ed è interessante notare come la precarizzazione del posto di lavoro – che ha portato Sam da una città all’altra prima di approdare al County di Chicago, in un nuovo nomadismo lavorativo scambiato per libertà personale  – abbia il suo corrispettivo nel modo precarizzato in cui lei concepisce la sua vita personale. E non si tratta solo della difficoltà a organizzare e sostenere una vita di coppia lavorando in turni lunghi e logoranti, che è la caratteristica del pronto soccorso, ma la precarizzazione, l’instabilità, l’insicurezza ti bloccano in una eterna provvisorietà. E alla provvisorietà si sopravvive impedendosi di proiettarsi in relazioni con ambizioni di stabilità e continuità. Dimensioni dalle quali anzi ci si tiene lontani perché di esse si è portati a cogliere solo il correlato di privazione della libertà individuale. E a questo punto, quale ricetta migliore, per scongiurare il pericolo del legame, se non quella di ridurre il partner – ogni possibile partner – a un prestatore d’opera sessuale occasionale, facilmente alienabile con il ricorso a una scorta di stereotipi denigranti? Una precarizzazione dell’anima che anche quando, come nel caso di Sam, non intacca la sua agguerrita produttività, la rende sorda alle sue esigenze profonde, incapace, ma prima ancora disinteressata, al dialogo con se stessa, e quindi con chiunque altro. Perciò Sam si lascia manipolare da un belloccio di cui si è invaghita da ragazza e che ha fatto il possibile per dimostrarle la propria inaffidabilità e nocività.»  

No, non è più l’E.R. di qualche stagione fa. Siamo stati in Africa al seguito di Kovač e di Carter, la fuga nell’altrove che li ha spinti al superamento dei traumi in cui erano bloccati e ne ha rinsaldato l’amicizia, ciò che il County Hospital da solo non è più in grado di fare. Ma non è la stessa cosa. Non posso non rimpiangere il profondo legame tra Greene e Ross, capace di reggere alle frequenti divergenze e scontri aperti. E più in generale rimpiango le dinamiche fra tutto il personale, improntate a un crudo cameratismo che, anche nei momenti più critici, rimaneva ancorato allo spirito di corpo che lo univa. Proprio questo senso di appartenenza è stato mandato in frantumi dalla precarizzazione: salvare la pelle è l’unica priorità, oserei dire l’orizzonte esistenziale. Non ti puoi più fidare di nessuno, perché, al fondo, il collega è un concorrente.»

E magari il mio rimpianto fosse limitato a un’innocua vicenda finzionale che ha preso una svolta indesiderata! Purtroppo la svolta indesiderata riguarda tutta una società nella quale, per discutibile privilegio anagrafico, ho avuto modo di vivere.

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