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Il blog di Michela Zernitz

Kiev 1926-1980 : 11

Nel 1980 il Kreščatik non si poteva proprio evitare

Anche se oggi è difficile immaginare un qualsiasi paese del mondo privo di un presidio culinario italiano, nel 1980 la cortina di ferro sbarrava l’accesso tanto alla cameraria ohridella come alla pizza, per non dire poi dell’importazione degli ingredienti necessari alla sua corretta preparazione. Nonostante le limitazioni, la mia pizza – non storcano il naso i puristi del settore – suscitò grande entusiasmo fra quei sempliciotti, culinariamente parlando, dei miei amici – sia all’obščežitije sia nella società nella società. Nonché il mio di entusiasmo, che, solo a nominare la parola pizza, le mie endorfine, mortificate da mesi di granaglie e cappuccio marinato, si risvegliavano stordite. A Kiev non era disponibile un ingrediente giusto che fosse uno. La conserva di pomodoro aveva lo zucchero, l’origano era una spezia ignota e quanto alla mozzarella i più navigati potevano vantarne solo conoscenza cinematografica. Dopo vari tentativi, mi risolsi a rimpiazzare l’origano con un’erba caucasica – souvenir di un viaggio di anni prima della mia amica Lara – erba che, al mio palato ormai corrotto da mesi di dieta sovietica pareva un più che dignitoso surrogato. Alla mozzarella sostituii il sulugùni, formaggio georgiano fresco con una certa attitudine alla filatura, reperibile con discreta continuità esclusivamente presso il negozio di latticini Molokò, al n. 46 del Kreščatik. Si trattava di una latteria sovradimensionata quanto a spazi e personale, considerato che sugli scaffali a parete sfilavano cortei di colorate confezioni di prodotti caseari, malauguratamente non disponibili. Le commesse di Molokò apparivano legate da rapporti di forte e reciproca cordialità, e catturarne l’attenzione era il principale ostacolo all’acquisto del formaggio. Prima o poi però una di quelle signore si rassegnava ad afferrare lo scontrino che andavo agitando sotto gli occhi ora dell’una ora dell’altra. Degnatolo di una rapida occhiata per verificare che l’importo equivalesse ai trecento grammi di sulugùni che reclamavo, e ripresa la conversazione con le colleghe con più foga di prima, la rassegnata pescava alcune fette dal liquido di governo e le avvoltolava alla bell’e meglio nella carta, garantendo così che la salamoia residua sgocciolasse fino al suo esaurimento un po’ ovunque, e non solo sul marciapiede del Kreščatik.

La tappa successiva riguardava il pezzo forte, la pasta di pane già lievitata che avevo casualmente scoperto nella fornitissima Kulinarìja, al numero 7 del Kreščatik. La Kulinarìja, detta anche amichevolmente Kulinarka, era quanto di più vicino a una nostra rosticceria o a una gastronomia o a un supermercato ben fornito: vendeva focacce salate ripiene, dolci, cotolette, piatti pronti di carne e di pesce, insalate e altri contorni, salse e perfino semilavorati, come appunto la pasta di pane fresca. Ed era stata proprio lei, la  pasta di pane fresca, a ricordarmi l’esistenza della pizza a spingermi a introdurla nella grande città che la ignorava.

Nella caffetteria della Kulinarija al n. 7-11 del Kreščatik

Non amando, come già ampiamente ribadito, questa via così affollata e dalle proporzioni imperiali che su di una provinciale come me producevano un effetto disorientante, cercavo di abbinare l’approvvigionamento sul Kreščatik a una telefonata a casa, che era possibile effettuare solo dal Glavpočtamt, cioè l’Ufficio Postale Centrale, al numero 22 del Kreščatik, angolo con l’attuale Piazza Indipendenza, Majdan Nezaležnosti, una piazza che nel tempo ha avuto mille nomi diversi, ma che nel 1980 si chiamava ancora piazza della Rivoluzione di Ottobre. Anche il maestoso Glavpočtamt faceva parte degli edifici ricostruiti nel dopoguerra nello stile prediletto da Stalin, ma di tanta maestosità io frequentavo solo il pianterreno, con la sua sfilza di maleodoranti cabine telefoniche. Un edificio così, oggi, non può che essere stato trasformato in un palazzo di abitazioni di lusso o in un grand hotel. E immagino che, insieme alle cabine che sapevano di polvere e sudore stantio, siano state spazzate via anche le inespressive operatrici, a cui non avresti strappato un sorriso o un guizzo di stupore neanche a fargli un triplo salto mortale davanti alla barriera di vetro che le separava dal popolo in attesa di comunicare con una lontana repubblica dell’Asia centrale o, più raramente, con il mondo oltrecortina. Dopo un tempo di attesa che poteva variare dai cinque ai sessanta minuti, una di queste signore urlava il nome del Paese di cui era riuscita a catturare la linea insieme al numero della cabina nella quale già squillava il telefono. Ma capitava anche che il nome del paese fosse seguito dall’informazione, sempre pronunciata a un volume tale che non potesse sfuggire a nessuno dei presenti, che la linea era interrotta. Popròbujte zàvtra, riprovi domani, era la sola risposta che avrei cavato alla signora nel caso mi fossi avventurata a chiederle una previsione sui tempi di ripristino della linea. E se neanche il giorno dopo il collegamento era stato ristabilito, optavo per un tranquillizzante telegramma alla famiglia, il cui pensiero, nel caso di prolungata assenza di notizie, andava automaticamente ai gulag. Del resto, se mia madre si era preoccupata soprattutto del clima rigido che mi aspettava da quelle parti, per mio padre l’insormontabile ostacolo erano i comunisti. Tanto era stato felice di pagarmi i corsi di tedesco al Goethe Institut in Germania, quanto fu irremovibile nel negarmi i soldi per il biglietto ferroviario per Kiev, Mosca, Kiev. Soldi che invece mi prestò l’amico Piero, e al quale non non li ho mai restituiti. Il mio depresso e innamorato amico Piero Greco. Fui in bolletta per anni dopo la Russia e quando finalmente avrei avuto di che saldare il debito ero troppo imbarazzata per farlo. In fondo non era una gran somma, e lui lavorava già come medico, aveva messo su famiglia e i contatti si erano interrotti… eppure, ancora adesso che ne scrivo, al solo pensiero mi prende un improvviso accesso di sudorazione diffusa. Certo è uno dei giugni più caldi della storia recente, ma temo ci sia dell’altro. Uno di quei sospesi che gli americani chiamano unfinished business… chissà quanti altri ne ho. Magari è proprio a causa di questo sospeso, che da quando ho avuto uno stipendio regolare mi è capitato di elargire denaro e prestiti senza pensarci due volte. Ma non sarebbe stato più economico restituire i soldi a Piero Greco, mi chiedo, e non mi rispondo. Ci sarà un motivo per cui non mi sbarazzo di questo sospeso, ma preferisco non pensarci.

Se mio padre si disinteressò alla fonte del finanziamento del biglietto, mia madre concentrò il suo impegno economico nell’acquisto di un collo di marmotta per rifinire il cappotto di montone che mi ero potuta permettere con il modesto guadagno di due mesi del praticantato che avevo svolto in Svizzera quella stessa estate. A organizzare il praticantato era stato un collega di mio padre, l’ingegner Vyskochil, un cecoslovacco fuoriuscito, assieme alla famiglia, dopo l’invasione del suo paese da parte dei carri armati sovietici nel 1968. Era speranza di mio padre che il contatto ravvicinato con l’esperienza del comunismo vissuta in prima persona dall’ingegner Vyskochil potesse distogliermi dalle fantasie russe e avviarmi invece a una lucrativa carriera di interprete nella azienda svizzera per la quale entrambi lavoravano. Tuttavia, resosi conto che a nulla potevano sulla mia determinazione i suoi tetri resoconti di vita nel paese comunista, il gentile Vyskochil decise di aiutarmi nell’acquisto di un cappotto adatto ai rigori del paese comunista. In un caldo sabato di agosto mi accompagnò a uno spaccio di indumenti in pelle, gestito da un altro fuoriuscito cecoslovacco. Dalle lunghe rotaie, che si perdevano nel fondo del basso e scarsamente illuminato magazzino, pendevano giacche e cappotti in pelle più adatti agli agenti della Stasi che a una giovane donna convinta che di lì a qualche settimana sarebbe stata accolta nei salotti di Nataša Rostova. Riuscii tuttavia a trovare qualcosa che faceva al caso mio, il fedele cappotto di montone che per anni mi ha scaldato, e che mi costò esattamente tutti i risparmi del praticantato svizzero, vedi un po’ alle volte come le cose combaciano giuste giuste. Senza un franco in tasca ritornai in Italia dove affrontai la resistenza di mio padre che mi spinse a ricorrrere all’amico Piero, e il resto l’ho già raccontato. Dove sia finito quel montone, ecco questo proprio non lo ricordo. Ma se mi attenni, com’è probabile, alla regola aurea di mia madre, una Marie Kondo ante litteram, secondo la quale all’ingresso in armadio di un nuovo capo d’abbigliamento doveva corrispondere l’eliminazione di un suo simile più anziano, sicuramente l’avrò donato, ma a chi o a quale ente proprio non saprei dire. Una dimenticanza che, a differenza del mio debito non saldato a Piero, non dà luogo ad alcuno sfogo di umori corporei.

Spigolando in rete sul destino del Glavpočtamt, mi imbatto in uno dei tanti blog di nostalgici che, non molto diversamente da quel che inseguo io su queste pagine, cercano di trattenere dall’oblio paesaggi e stili di vita che stanno venendo seppelliti dalla recente ondata rivoluzionaria messa in moto dagli interessi economici dei nuovi ricconi, ondata che, dalla fine degli anni Novanta, ha cambiato la faccia delle grandi città dell’ex Unione Sovietica. Scorro le foto storiche del Kreščatik che mi chiariscono una volta per tutte, se ancora ce ne fosse bisogno, che la città amata da Mandel’štam aveva poco in comune con quella che conobbi io, e certo non solo per i kaštany in salute. Leggo che i radicali rifacimenti architettonici operati sulle rovine della seconda guerra mondiale, portarono anche alla realizzazione, nel 1958, del Glavpočtamt sul luogo di una casa di appartamenti a due piani, nella quale, a partire dal 1849, si era insediato il primo ufficio postale della città. Se le circostanze della nascita del Glavpočtamt non si discostano da quelle delle altre ricostruzioni postbelliche, una notizia tuttavia mi coglie alla sprovvista. Il pomeriggio del due agosto 1989, mentre nel caldo italiano stavo preparando gli esami di concorso per un posto di insegnamento di lingua e letteratura inglese, il mio russo ormai definitivamente messo in soffitta, il colonnato superiore sul lato dell’edificio che affaccia su piazza della Rivoluzione d’Ottobre cedette improvvisamente, facendo precipitare sui passanti l’intero portico superiore, del peso di alcune centinaia di tonnellate. Il crollo, che uccise tredici passanti, mi appare oggi come l’involontaria anticipazione del crollo di quell’altro muro, che aveva fatto vittime ben più numerose finché restò in piedi.  L’indagine sulle cause del cedimento non giunse a risultati definitivi. Non si esclusero né negligenza nell’esecuzione dei recenti lavori di restauro dell’edificio né l’assestamento del terreno nel complesso sotterraneo sottostante alla piazza.

Lo ricordo bene, quel complesso sotterraneo sotto piazza della Rivoluzione d’Ottobre, con le sue pareti rivestite di mattonelle rettangolari giallo sporco, e le lunghe diramazioni che si snodavano sotto il Kreščatik, una rete di gallerie assai più frequentate dei marciapiedi soprastanti, soprattutto d’inverno. Mi capitò di trascorrerci più di qualche pausa pranzo. Ci si dava appuntamento al solito chiosco e, incuranti del fitto traffico pedonale che ci sfilavano accanto, appollaiate su uno sgabello, con Lara e qualche sua collega bevevamo caffè e prolungavamo il piacere di una fetta di torta a base di pan di Spagna e creme colorate. La metropolitana di Kiev è profondissima, e, ad alcune stazioni, per raggiungere il binario si dovevano scendere interminabili scale mobili, tanto che, per le piccole distanze, era preferibile la filovia. Eppure aveva un fascino, lasciarmi trasportare senza fretta dalle ripide e interminabili scale mobili verso in centro della terra. Mentre grigi uomini in colbacco mi superavano a passo spedito, frettolosi di riemergere in qualche lontano quartiere di periferia.

Quando una lettrice fa presente a Lichovid, la giornalista che si occupa di società sul sito di informazione indipendente day.kyiv.ua, che sì nel 1980 la città era davvero bella, e che quella città del 1980 anche a lei manca un sacco, ma che però, nel 1980, gli scaffali dei negozi erano vuoti, allora Lichovid si spazientisce, impercettibilmente, ma si spazientisce, perché se ne esce con una domanda, che proprio una vera domanda non è. Ma insomma, si chiede, per riempire gli scaffali dei negozi si dovevano proprio distruggere i kaštany del Kreščatik?

Così, di botto, quasi senza accorgersene, Lichovid passa dall’indifferenza dei ricconi e dei costruttori mafiosi per il patrimonio architettonico, ai kaštany del Kreščatik. E la chiude lì.

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