Kiev 1926-1980 : 4
Digressione II: gli amici fidati di Cesare e la repubblica autonoma ebraica

Quando fui in procinto di partire per l’Unione Sovietica, Cesare, un mio compagno di corso che l’anno precedente era stato borsista a Mosca, volle ragguagliarmi sui rischi a cui sarei andata incontro. Se i ragguagli relativi alle asprezze della vita materiale risultarono superflui, non fu affatto superflua l’insistenza con cui mi mise in guardia dal dare confidenza alla mia compagna di stanza. Dividerai la camera con una studentessa indietro con gli esami che, pur di rimanere all’università, accetta di controllare i tuoi movimenti e stendere un rapporto periodico sulla tua condotta. E andò esattamente così: la mia Vera, oltre a non essere una dottoranda, era anche parecchio indietro con gli esami; e in quell’anno di coabitazione non la vidi mai fare uno sforzo per recuperare il ritardo, tipo aprire un libro. Nel nostro breve, ma intenso incontro, Cesare non si stancò di ripetermi di non fidarmi di nessuno che non fosse una persona fidata. E come facevo a scoprire che uno era fidato se non potevo dargli confidenza? Semplice, appena arrivata a Mosca avrei dovuto fare una cosa.
Sì, a Mosca e non a Kiev, perché ogni borsista, prima di poter raggiungere la sede di studio alla quale era stato destinato, doveva trascorrere a Mosca il tempo necessario per la formalizzazione dell’equivalente di un permesso di soggiorno. La cosa che secondo Cesare avrei dovuto fare appena arrivata a Mosca era una telefonata, anzi due telefonate. Telefonate che avevano lo scopo di portare i suoi saluti ai suoi più stretti amici moscoviti, la cui affidabilità era certificata. E io, che pure la faccia tosta non mi manca, quando non ho uno scopo per avviare una conversazione, mi prende l’ansia di non sapere cosa dire. Come faccio a telefonargli, protestai, per dirgli che sono una tua amica e gli porto i tuoi saluti, visto che, questi amici fidati, te li sei salutati per conto tuo poco tempo fa? Ma lui fu irremovibile: Non preoccuparti, li saluti da parte mia e al resto pensano loro.
Non fu semplice. Per prima cosa c’era il russo, che, anche quando avevi superato tutti gli esami, non lo sapevi parlare, perché a quel tempo non è che i russi girassero dalle nostre parti come girano ora, anzi giravano fino a quando la guerra… E il fatto di dover affrontare al telefono uno sconosciuto, per quanto fidato, solo per portargli i saluti di un altro amico, di cui ci fidavamo sia io che lo sconosciuto, be’, a chiunque un po’ d’ansia gli sarebbe venuta. Per farla breve, il primo amico a cui avevo deciso di telefonare, che in realtà erano una coppia di giovani ricercatori, e c’era sempre la speranza che rispondesse la ricercatrice e non il ricercatore, non rispose mai alle mie chiamate, che feci più volte al giorno per tutti i sette giorni della mia permanenza a Mosca. Così, quando anche la mattina del settimo giorno il telefono dei ricercatori suonò a vuoto, mi toccò rivolgermi all’amico che avrei voluto evitare, e cioè Galkin, di professione scultore, stato famiglia divorziato. In un modo che ancor oggi ha per me del sorprendente, tanto i ricercatori erano stati latitanti, quanto Galkin sembrò essersene stato seduto accanto all’apparecchio per tutti quei giorni in attesa della mia chiamata. Senza ombra di esitazione o di imbarazzo, Ernest Galkin mi subissò di spiegazioni su come raggiungere il suo appartamento in periferia. Per quel poco che mi era riuscito di capire non avrei mai raggiunto nessun appartamento, ma grazie ai telefoni pubblici, che a quei tempi erano dappertutto, Galkin mi teleguidò non solo sul percorso intermodale, ma anche sul lato della strada su cui ci saremmo incontrati. E su quel marciapiede fu Galkin a riconoscermi, facilitato dal fatto che non mi fossi ancora camaleontizzata. Quanto a me, capii che l’uomo che si dirigeva con caracollante sicurezza verso di me non era un cambiavalute, non solo per via della folta barba rossa, il preannunciato segno di riconoscimento, ma soprattutto per la giacca stazzonata che un cambiavalute non si sarebbe mai sognato di indossare.
Ernest Galkin parlava in continuazione, e io, alcune parole, le capivo bene. Ma capii soprattutto il motivo per cui bastava dire a uno sconosciuto che gli portavi i saluti di un amico comune che quello, senza aspettare neanche un minuto, doveva vederti immediatamente e raccontarti tutto quello che, evidentemente, si era tenuto dentro dal giorno della partenza di quell’amico. Perciò feci una delle cose che mi riesce meglio: ascoltai, anche se quel che ascoltavo era poco più che una corrente sonora dalla quale affioravano occasionali relitti di frase. E a quei relitti mi appigliavo come a solidi scogli per rallentare l’inarrestabile flusso di Galkin, chiedendogli in che senso intendesse proprio quelle parole lì. La tappa al negozio di alimentari mi concesse una breve tregua. Galkin comprò un barattolo di una pietanza pronta a base di carne e piselli, una pagnotta grigia e del vino. Poi, con quei tre articoli in una sporta a rete, raggiungemmo il suo appartamento. Nonostante non abbia più rivisto quell’appartamento, ne conservo un ricordo vivido. Erano in tutto due stanze al piano terra di una chruščevka, con le finestre che davano su un giardino interno di pochi metri quadri, del quale Galkin aveva l’uso esclusivo. In quel giorno di settembre, il minuscolo spiazzo di erba rinsecchita e arbusti striminziti era inondato dal sole, che filtrava anche nelle stanze dal soffitto basso immergendole nella calda luce dorata dei pomeriggi di fine estate. Tanto che non sembrava di essere in una chruščevka alla periferia della capitale sovietica, ma in una di quelle dacie di cui sono pieni i romanzi russi dell’Ottocento. L’appartamento, oltre che da Ernest, era popolato dalle creature che in quel periodo realizzava: giganteschi insetti in compensato, tipo che un coleottero era grande come un gatto, ma molto più inquietante.
Sgombrato da martelli e scalpelli uno spazio per due sul divano, Ernest mi incoraggiò a mangiare il contenuto del barattolo, che aveva scaldato a bagnomaria. Io mangiai, ma a fatica, un po’ per l’emozione ma anche perché il contenuto del barattolo non aveva un gusto riconoscibile. Però mangiai. Tra un boccone e l’altro, Ernest riprendeva a borbottare e io a ascoltare. Di scoglio in scoglio venni a sapere, per esempio, che aveva un figlio piccolo e che con la sua ex i rapporti non erano facili. Che capitava, quando lavorava di notte, che lo scalpello o il seghetto sbagliassero mira, e allora l’ambulanza arrivava come un fulmine – probabilmente al pronto soccorso aspettavano la telefonata di Galkin come lui aveva aspettato la mia – e tutte le volte lo salvavano dal dissanguamento. Forse temendo che non ci credessi, Galkin si arrotolò la manica della camicia a quadretti mettendo a nudo un paio di lunghe cicatrici. Capii anche che ce la metteva tutta a mostrarsi spensierato ma che proprio spensierato non doveva essere. Che era nato in Estremo Oriente e che i suoi genitori parlavano il cinese. Prima di riaccompagnarmi al capolinea del tram, mi scrisse il nome di una coppia di amici di Kiev. Telefonagli e portagli i saluti di Galkin. E non fidarti di nessun altro. Magari ti faccio un invito per Natale e ce ne andiamo per qualche giorno a Leningrado, dove ho degli amici che ci possono ospitare. Pur avendo passato con me meno di un pomeriggio, in cui io avrò sì e no balbettato qualche frase, Galkin sapeva che poteva fidarsi di me, e lo avrebbe saputo anche se non mi fosse uscita neppure una parola di bocca, bastavano quei saluti di Cesare. Capii, anche se per capirlo fino in fondo mi ci volle del tempo, che c’era una specie di società nella società, nella quale persone come Galkin potevano muoversi senza patemi, dire tutto quello che gli passava per la testa, e soprattutto lamentarsi del potere sovietico, che non c’era neanche bisogno di criticarlo parola per parola, che tanto si criticava da solo, bastava scuotere la mano all’indirizzo dei caporioni fossilizzati, dell’assurdo funzionamento di tutto l’insieme e ci si era capiti. Un gesto che, se non eri con una persona fidata, avrebbe potuto, non necessariamente, ma avrebbe potuto, procurarti una visita dei servizi, e altre spiacevoli conseguenze. Bastava davvero un niente. Anche nel 1980.
È stato così che sono diventata amica degli amici kieviani di Galkin, e attraverso di loro, di tante altre persone. Sarebbe andata diversamente se invece fossi riuscita a parlare con i due ricercatori, perché i ricercatori erano russi, mentre Galkin era ebreo. E quella ebrea era una nazionalità, scritta sul passaporto insieme a tutti gli altri dati identificativi del cittadino sovietico.
Ripensando alla necessità di registrare sul passaporto la nazionalità di appartenza, della quale all’epoca mi ero limitata a stupirmi, mi sono fatta qualche domanda e la vicenda che ho scoperto ha dell’incredibile. Ma nell’URSS, e soprattutto sotto Stalin, vicende di questo tipo erano tutt’altro che rare, a conferma della inclinazione di quel grande paese a condurre esperimenti su larga scala con la vita degli esseri umani. Accortosi che la pur numerosa nazionalità ebraica era priva di una sua repubblica ebraica, nel 1934 Stalin si convinse che anche gli ebrei sovietici dovessero avere una terra tutta loro. Forse voleva risarcirli dei pogrom patiti al tempo dell’Impero russo, o forse voleva solo andare fino in fondo alla sua idea fissa che a ogni nazionalità doveva corrispondere un territorio. Fatto sta che Stalin, dopo aver guardato per bene la carta degli sterminati territori sovietici, mise il dito su un triangolino di terra, grande come Belgio e Paesi Bassi insieme, all’estremo confine orientale con la Cina, il famoso confine Amur che tranquillo non è mai stato, e lo chiamò Regione Autonoma Ebraica. Probabilmente confidava che perfino una terra paludosa, malsana e afflitta da vistose escursioni climatiche, com’era quella sulla quale era caduta la scelta, una volta affidata alla operosità ebraica si sarebbe trasformata in florida regione agricola.

La promessa di quella terra da coltivare attirò effettivamente svariate migliaia di ebrei, ma, com’era tipico dello sperimentalismo staliniano, quella potente l’idea di partenza fu poi sostenuta da una scrupolosa elaborazione della strategia attuativa. Andò così che moltissimi di quei migranti morirono di stenti e di malattie, molti altri fuggirono prima di fare la stessa fine, e oggi nella RAE di ebrei ne sono rimasti assai pochi. Ciò non toglie che il triangolo di terra delimitato dal fiume Amur fu comunque strappato alla palude, e costituisce una delle due uniche regioni a nazionalità ebraica sul pianeta. Inoltre, nella capitale Birobidžan, che è anche una stazione della Transiberiana, ci sono scuole e università dove si insegna l’yiddish. Questo per dire che nell’URSS, il principio del rispetto della nazionalità era preso molto sul serio, almeno sulla carta. Al compimento della maggiore età era necessario richiedere il passaporto, e fra i dati identificativo era necessario fornire quello della nazionalità. E la nazionalità la si sceglieva liberamente. Se non ti piaceva fare il kirgiso come i tuoi genitori, potevi scegliere di fare il kazako o il russo o l’ebreo. Grazie alla RAE anche quella ebraica poté diventare una nazionalità a tutti gli effetti, anche se le città a popolazione prevalentemente ebraica, come Odessa, si trovavano a un continente e mezzo di distanza da Birobidžan.
Ora mi chiedo se per caso i genitori di Galkin non fossero stati tra quegli ebrei che la propaganda staliniana aveva spinto a colonizzare la loro nuova Regione Autonoma, magari per avvicinarsi ai luoghi della lingua che amavano studiare. Purtroppo quando conobbi Galkin non glielo potei chiedere per il semplice fatto che ignoravo l’intera vicenda. Lo strano è che oggi, che l’URSS non c’è più da un sacco di anni, in internet la gente condivide i ricordi di vita sovietica, e sui forum dibattono su questo e quell’aspetto di una quotidianità andata per sempre. E anch’io trovo risposte alle domande che all’epoca non mi facevo, come per esempio quanto poteva costare la pagnotta grigia comprata da Galkin (14 copechi) e come mai la farina fosse di colore grigio (perché era metà frumento e metà segale), come pure quanto costavano tutti gli altri tipi di pane, uguali da Leningrado a Birobidžan.