Kiev 1926-1980 : 1
A Kiev io ci sono stata
Da quando è iniziata la guerra mi ha preso una grande agitazione. Non solo per la guerra in sé, una guerra vicino a casa. L’operazione speciale ZZZ di Putin mi riporta all’epoca in cui i russi erano dei mostri, ma io lo sapevo che non era così, per il semplice fatto che dei mostri non avrebbero potuto scrivere e comporre tutte le pagine e tutti gli spartiti che avevano scritto e composto, ma per poterlo dimostrare ho dovuto viverci insieme. Che poi, alla fin fine, non ho dimostrato proprio un bel niente. E ancora non mi decido a farlo. E questo mi rode.

Quando è scoppiata la guerra sono andata a rovistare fra i vecchi incartamenti di impegni di scrittura disattesi e ho trovato un progettino niente male, di cui in realtà mi ricordavo, e che negli anni ero andata a rivedermi, ma che, dopo averlo rivisto, avevo sempre riposto nella sua cartelletta senza farne nulla. Si tratta di una serie di foto dei luoghi in cui aveva vissuto Michail Bulgakov, e nei quali è ambientata La guardia bianca, o meglio la vicenda che riguarda i protagonisti del romanzo, i Turbin, che sono in larga parte modellati sulla famiglia della scrittore. Le foto le ho scattate io nel Podol, il quartiere più antico e meno quotato di Kiev, la città bassa, che digrada verso la sponda destra del Dnepr, e che, ignorato dalle magniloquenti ristrutturazioni dell’epoca staliniana, conservava una sua aria scialba, grigio-verdina, polverosa, scrostata, con le case a due piani tutte un po’ pencolanti, i gradini malfermi, le balaustre in legno intagliato dei balconcini e dei terrazzini di ingresso abbandonate al loro quieto disfacimento. Immaginare che quelle finestre protette da inferriate arrugginite avessero visto la guerra civile, nascosto persone in fuga, e fossero sopravvissute alla smania di glorioso rifacimento del tempo, mi dava una grande pace. Quanto poi a scrivere quel famoso articolo di accompagnamento alle foto per dare un volto ai luoghi della Guardia Bianca, e che il mio amico Julik – dai denti di acciaio, perché i suoi li aveva perduti per via della denutrizione durante l’assedio di Leningrado – mi spingeva a scrivere, be’ questo era un altro discorso. L’ho tanto rimandato da convincermi che La guardia bianca io la conoscevo bene, e che quindi sarebbe bastato leggere gli appunti del mio amico Julik e zac… il lavoro sarebbe stato pronto.

Io non abitavo nel Podol, abitavo in periferia, in via Lomonosov, che però, come scopro oggi consultando Google maps, dal Podol non è poi così distante. Via Lomonosov costeggiava un quartiere di cosiddette chruščevki, cioè condomini di cinque o più piani costruiti negli anni Sessanta nelle periferie delle città. Le chruščevki erano ben distanziate tra loro, immerse nel verde e fornite dei servizi essenziali, dal policlinico ai negozi di alimentari. Le chruščevki di via Lomonosov non costituivano un quartiere qualsiasi, ma un quartiere di obščežitija universitari, cioè alloggi per studenti, rigorosamente divisi per provenienza e tipologia di studi, una gerarchia che determinava la densità di studenti per stanza. Cioè, se la facoltà era, diciamo, pedagogia per l’infanzia, e gli studenti o le studentesse erano tutti sovietici, i letti erano così appiccicati fra loro che per raggiungere il proprio poco mancava che si dovesse camminare sopra i letti dei vicini. Il mio, invece, era un dormitorio a bassa densità, perché ospitava borsisti stranieri e dottorandi sovietici o provenienti dai paesi a influenza sovietica. Ricordo un cubano, un dominicano, un etiope, uno yemenita e poi tanti piccoli vietnamiti, e sì, c’era pure un curdo, con cui però non ci dicemmo quasi nulla, e un uzbeko che continuava a propormi dei massaggi rilassanti, in camera sua. Girava voce che lo yemenita dividesse la stanza con una capra che mungeva, visto che non era abituato al latte vaccino. Io la capra non la incontrai mai, ma di lui mi ricordo: un piccoletto abbronzato, con un caffettano bianco, e il capo coperto da una caciotta a uncinetto, sempre bianca. Tutti questi personaggi esotici erano lì, a Kiev, per prepararsi a diventare i futuri quadri politici e amministrativi dei loro paesi. L’Unione Sovietica li manteneva all’università dopo avergli insegnato, nel giro di un solo anno, quel tanto di russo indispensabile agli studi. Benché fosse, almeno in termini comparativi, un dormitorio di lusso, le condizioni igienico sanitarie del mio obščežitie lasciavano alquanto a desiderare. Non mi ci volle molto per adattarmi alle febbrili torme di scarafaggi ingrassati dagli avanzi di cibo che scaricavamo nelle pattumiere a muro collocate nel corridoio vicino alla cucina. Ma non tutti gli occidentali si adattavano, così mi sono resa conto che, per trovarsi bene come mi ci trovavo in un posto del genere, serviva una propensione personale. E che io quella propensione ce l’avevo, e bella radicata.

Quando è scoppiata la guerra, e Kiev è stata bombardata dai cugini russi, mi sono resa conto di un’altra cosa, e cioè che io, Kiev, credevo di conoscerla, ma non la conoscevo affatto, e non solo perché la avevo dimenticata. Così come ero convinta di conoscere La guardia bianca, e non la avevo nemmeno letta. Il fatto è che una borsista, poco più che ventenne, calata in un obščežitie per dottorandi, troverà la città che sta attorno a quell’obščežitie e alle sue pertinenze, assai più astratta e meno attraente dell’obščežitie medesimo.
Mi era sì rimasto il desiderio di ritornarci un giorno, non troppo lontano. Ma proprio quando avrei potuto, c’era stato l’abominio di Černòbyl’, con tutte quelle bugie, e quella indifferenza alla vita umana, con i bambini evacuati da Kiev e da chissà quanti altri posti. E come se Černòbyl’ fosse stato un tradimento fatto a me, personalmente, avevo riposto il fascicolo Kiev con stampigliato sopra NON RI-APRIRE – LA TUA VITA È QUI. E a forza di romanzi vittoriani e altri antidoti, alla mia vita di qua mi ci sono abituata. La muta linguistica benché dolorosa funzionava, e ha continuato a funzionare almeno fino al giorno in cui Putin si è messo in mente di liberare i cugini ucraini dall’orgia capitalistica – che lui chiama nazista – a cui si erano abbandonati, gli uni più delle altre, perché a guardare le badanti di Ternopil’ e di Černihiv che si prendono cura dei nostri vecchi, be’ quelle poverette del capitalismo masticano solo le briciole e rimpiangono, e non poco, i tempi del lavoro garantito, e dell’appartamento garantito, e del riscaldamento garantito, dal potere sovietico.
Quel mondo si era rotto, quasi tutti i miei amici ebrei se n’erano andati, chi in America e chi in Israele. Julik, a onor del vero no. Julik era rimasto a Kiev, e a Kiev era rimasta anche la sua ex moglie, la mia amica Lara. Ma con la quale, dalla caduta del Muro, c’erano state delle incomprensioni, nulla di personale, ma il fatto è che l’improvviso innesto del modello capitalista sui rottami di quello comunista aveva destabilizzato più di qualcuno. E probabilmente io, agli ex-sovietici, non gli avevo perdonato di essersi venduti così, senza la minima esitazione, al nostro modello di sviluppo. Avrebbero potuto aspettare un po’, a smantellare quel che c’era di buono nell’economia socialista, come i latticini a vari gradi di fermentazione, o il pane a prezzo calmierato, e invece loro avevano preferito i marchi luccicanti della nostra pubblicità. Perché è una verità incontrovertibile che noi siamo impareggiabili la nostra bravura a convincere il resto del mondo a desiderare di vivere a modo nostro. Ci vuole niente perché uno capisca che, se non ha quello yogurt lì, quello della ragazza che le viene da chiudere gli occhi per la beatitudine appena lo assaggia, se non ha quello yogurt lì, magari di una marca francese che non sa nemmeno come si legge, la sua vita non vale molto. E capisce anche che il suo yogurt e il suo kefir e il suo latte al forno, o la sua panna acida, venduti in quelle tristissime bottiglie di vetro, senza neanche un grammo di plastica o un’etichetta colorata a tirati su il morale, i suoi latticini di stato, uguali da Novosibirsk a Odessa, fanno proprio schifo. No, non ce l’ho con nessuno in particolare, tanto meno con l’amica Lara. Però, una volta chiaritomi che quel mondo che mi aveva insegnato a stare al mondo non esisteva più, me lo sono lasciata alle spalle sbattendo la porta. Negli anni Novanta tornai a Pietroburgo, dove pure gli amici erano rimasti, che anzi adesso potevano valicare i confini dell’ex mondo sovietico, ma Pietroburgo non mi faceva l’effetto di Kiev. Sapevo di appartenere a quella città di cui non ne volevo più sapere.

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Ma, e questo non lo avrei mai immaginato, la guerra scoppiata a Kiev, che all’inizio i russi pareva proprio che volessero riprendersela, la notizia di quella iniziativa selvaggia, stonata, fuori tempo massimo, ha riaperto la porta. E, come spesso mi capita, a capirlo ci ho messo un bel po’, anche se, da alcuni sintomi, avrei potuto fiutarlo subito. Primo, io che sono tanto comunicativa e sensibile alle esigenze del prossimo in difficoltà, questa volta non ho ceduto agli appelli in soccorso dei rifugiati. Neanche come interprete mi sono offerta. Me ne sono stata ferma. Cioè ferma in quel senso. Ma non ferma ferma. Che anzi mi sono mossa come non mi muovevo da tempo. Intanto ho cominciato a cercare di informarmi. Ho finalmente affrontato quella Nòvaja Gazeta messa in piedi dalla Politkovskaja e da un certo Muratov, che poi noi gli abbiamo anche dato il Nobel per la pace. E qualcuno ha anche ipotizzato che, proprio grazie a quel Nobel, Putin ci abbia pensato un bel po’ prima di zittire Muratov con una delle sue zampate. E alla fine è andata così che Muratov, e il resto della redazione, al secondo avvertimento che stavano uscendo troppo dalle linee guida – Mosca le sue linee guida sa tracciarle con grande chiarezza – si sono chiusi da soli, e allora basta anche con la Nòvaja Gazeta.
Ma, ancora prima che imbavagliassero l’informazione indipendente sono ritornata alla cartelletta, a quella delle foto con il progettino niente male, ed è spuntato anche un appunto che mi ha fatto tornare in mente perché non era niente male. Un appunto a matita che avevo dimenticato: tradurre articolo su Kiev di Mandel’štam. Chissà chi me lo aveva suggerito, perché non credo di avere mai letto niente di Mandel’štam. Si sa come va all’università, studi un po’ di pagine del manuale di letteratura su un autore e ti convinci che lo conosci, e dopo qualche anno, se l’autore non te lo vai a leggere, ti ricordi poco più del nome. Di Mandel’štam sapevo ancora meno che degli altri poeti del programma. E qui devo confessare una cosa, che se non la confesso ora qui oggi, non la confesso più: io la poesia non la capisco. E con la poesia in lingua originale faccio una fatica dannata. Come facevo una fatica dannata con il nostro Dante, a leggerlo nella sua lingua originale. Anche quando ho trovato il significato di tutte le parole, anche quando ho capito come vanno collegate tra loro, io di quella poesia non capisco quasi nulla, per non parlare poi di godermela, che io la poesia non me la godo affatto, posso al massimo soffrirmela.
Però il pezzo su Kiev, Mandel’štam lo aveva scritto in prosa, e io potevo provare a tradurlo. E l’ho tradotto, anche se mi ci è voluto un sacco di tempo. Un po’ perché, da bravo poeta, Mandel’štam non usa le parole come le userei io: una parola un significato. No, lui allude, evoca, giustappone e, soprattutto, si guarda dallo spiegare, come invece mi assicuro di fare io. E nonostante io e Mandel’štam non ci assomigliamo per niente, una cosa in comune ce la abbiamo: Kiev per lui è un luogo di inizio. Scoprire perché, mi ha emozionato, e nel prossimo pezzo vi spiego perché.