Figli di un dio minore, ovvero la morte della tragedia

Non avendo purtroppo fatto studi classici sono particolarmente grata al film di Yorgos Lanthimos, Il sacrificio del cervo sacro, per aver offerto in versione popolare, accessibile alla nostra sensibilità desacralizzata, il tema dello scambio sacrificale necessario a ristabilire l’ordine dopo una violazione grave, un crimine di quelli che, nonostante il forte elemento di responsabilità personale, le nostre leggi derubricano al rango di imperizia, negligenza, insomma dalla colpevolezza alla colposità.
Steven Murphy è un cardiochirurgo che, si capisce nel corso del film, si astiene dall’alcol non solo perché ha la transaminasi alta, come spiega la moglie, ma perché ne abusava. Contro ogni previsione, un paziente non è sopravvissuto a un intervento per sua mano. Mano che, probabilmente – il film lascia fuori indagini, aule di tribunale, ecc. – dopo un paio di drink non era più così ferma.
Il figlio della vittima è un sedicenne psicologicamente disturbato, ed è lui, forse proprio grazie al suo disassamento con la mentalità corrente, a svolgere il ruolo di mediatore fra reo, vittima e legge. Legge che però non ha nulla a che vedere con la legge civile delle cause per indennizzo, ma è la legge silenziosa che vive nella trama delle cose e le regola. Una legge che il nostro sguardo, informato al diritto positivo e abituato a radicare la propria sicurezza nel benessere e nella divinità scientifica, ha perduto la capacità di riconoscere. Martin, questo il nome del ragazzo, sembra interpretare il ruolo di uno strambo Tiresia/Calcante inascoltato fino a che la sua psicotica predizione sulla necessità di un sacrificio comincerà a manifestarsi.
Il film inizia con lo schermo occupato dai tessuti pulsanti di un cuore esposto durante un’operazione. Poi mdp sulle braccia del chirurgo che si liberano del camice azzurro e lo gettano nel contenitore per i rifiuti, sulle mani che rovesciano i guanti di lattice insanguinato e li mandano a raggiungere il camice. Sosta insistita sui dispositivi non più utilizzabili. Il sangue fra i rifiuti speciali del materiale ospedaliero usa a getta. A posteriori il messaggio è chiaro e odora di rancorose divinità sanguinarie: sangue che esige di essere lavato con altro sangue innocente, le colpe dei padri destinate a ricadere sui figli, in linea con il titolo che è un esplicito riferimento alla cerva bianca che prende il posto sacrificale della figlia di Agamennone, reo a sua volta di aver ucciso un animale caro agli dei. Ma a differenza di Isacco salvato da Jahvè e di Ifigenia sottratta al sacrificio in extremis da Artemide, il dio dimenticato dei nostri tempi non si accontenterà dell’intenzione sacrificale del genitore. Incrudelito anzi dall’oblio in cui è stato relegato non ha altro modo di farsi riconoscere se non attraverso la manifestazione grottesca della sua onnipotenza.
Il film ci introduce poi nell’enigma inquietante della relazione fra il chirurgo e il ragazzo. Steven gli elargisce tempo e doni che questi accetta con una naturalezza ai limiti dell’indifferenza. Nel giro di poche scene le distanze si accorciano: Steven invita a casa Martin che produce una buona impressione su moglie e figli, e subito dopo Martin insiste perché il medico accetti l’invito a cena della madre. Vedova e orfano paiono inconsapevoli delle distanze sociali, sono invadenti in un modo tra l’infantile, lo stolido e il posseduto, quasi agiti da una necessità che li trascende rendendoli insensibili al disagio di Steven. In breve il chirurgo si ritrova letteralmente messo all’angolo in una partita della quale non conosce le regole ed è troppo incredulo e pigro per sforzarsi di indovinarle.
Steven è interpretato da un efficace Colin Farrell che, man mano che il personaggio affonda nelle sabbie mobili, somiglia sempre meno a uno ieratico Freud di mezza età e ci riporta invece alla memoria il disorientato e debole Terry di Sogni e delitti, il film in cui Woody Allen offre a sua volta una versione svuotata della tragedia classica (Cassandra’s Dream, il titolo originale del film, è infatti il nome sia della barca sia del cane su cui lo scombinato Terry-Farrell ha scommesso vincendo il gruzzolo che ne ha permesso l’acquisto).
Quando infine Martin esplicita al sempre più sconcertato e assediato chirurgo che dovrà sacrificare di sua mano un figlio pena la morte di tutta la sua famiglia, questi prima cerca di tenere lontano il ragazzo, poi lo imprigiona e lo sevizia. A te che guardi è evidente che uno così non lo fermi con corde e nastro adesivo e presto lo capisce anche la moglie, la bravissima Kidman che trasuda terrore e frigido coraggio. E ti chiedi cosa aspettino a chiamare uno sciamano o un esorcista o a prendere accordi con la cognata di Esculapio. È così evidente che con regali e minacce non si andrà da nessuna parte!
Ma i Murphy niente, se ne tornano sempre più terrei e prostrati alla loro villa nella suburbia, così assurdamente enorme che quando vanno in cerca di un figlio ci mettono un quarto d’ora a passarla tutta. Sono isolati, non hanno legami veri fuori di lì. Autosufficienza, mi salvo con le mie forze, difendo da solo la mia famiglia. Il mito americano che porta alla costruzione di bunker atomici/tombe di famiglia, come se si potesse sfuggire al destino collettivo. Questo però è il loro orizzonte. Il massimo della profezia che possono accettare è quello della tac o di un consulto di luminari. La vicenda si dipana in una non meglio precisata città americana di medie dimensioni i cui luoghi sono caratterizzati da un’astrattezza fredda, quasi che, separatisi dalla trama della vita, gli abitanti vivano in ambienti serialmente artificiali. L’abitazione dei Murphy non è casa, ma una delle tante ville anonime scelte in base alla metratura e in attesa di essere scambiata con un’altra in un quartiere più prestigioso quando la capacità economica lo consentirà. Neanche l’ospedale ha i toni di preoccupazione dolente di un luogo di cura. Una minacciosa mdp – sostenuta dalle ombrose e metalliche sequenze elettroniche di Ligeti e Gubaidulina – insegue i personaggi in corridoi kubrickiani che non portano da nessuna parte, piomba alle spalle di Steven come un rapace e lui è troppo lento, tardo, nel suo sapere tecnico per sfuggire all’inseguimento del destino che ha inconsapevolmente messo in moto. Porte che non si sa su cosa diano, in un ospedale che è una spoglia fabbrica di manutenzione della macchina umana.
Isolati e incalzati dalla malattia che ha già aggredito i figli e minaccia di ucciderli tutti, i Murphy si piegano finalmente all’assenza di alternative: il sacrificio sarà compiuto nel salotto dove i due figli e la moglie, legati e incappucciati, vengono distribuiti come bersagli tra divani e poltrone. Quando Steven imbraccia il fucile e, dopo un ultimo sguardo sfocato ai suoi, si cala lo spesso berretto di lana sugli occhi e comincia a ruotare su se stesso barcollando e mancando i colpi, non solo non incarna i tratti dell’eroe tragico ma ci riporta alla mente la scena della casa di scommesse a Saigon, dove un giovane e devastato Christopher Walken ripete ogni notte il rito della roulette russa. Il film che, guarda caso, in originale si intitola The Deer Hunter, mette in controcampo l’ordine etico della caccia al cervo – il sacrificio compiuto con un unico colpo letale, e leale – e l’azzardo della casa di scommesse in cui il disertore Walken convoca il suo destino giocando con il caso, notte dopo notte. Basterà che l’amico e compagno di Vietnam, venuto dall’America per ricondurlo a casa, lo riporti al ricordo delle loro battute di caccia perché il tamburo smetta di girare a vuoto e esegua il destino. Ma mentre la bandana rossa che cinge la fronte di Walken gli lascia libera la vista, gli occhi di Steven non vogliono vedere: diversamente dal disertore Walken, che giocava a rimandare il sacrificio di sé, per Steven Murphy cardiochirurgo, padre e marito, non c’è che il caso a cui affidare la scelta della vittima.
Forse la tragedia in questo film è il nostro avere perso la capacità di vivere la tragedia. Il tragico dell’esistenza umana è ridotto a un rituale grottesco orchestrato da un dio che, reso mostruoso dal nostro oblio, non conosce altro modo di esigere il prezzo della colpa se non servendosi del linguaggio malato della devianza splatter.