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Il blog di Michela Zernitz

Scarabocchi 2 – Foglie

Guardo e vedo. Le venature delle foglie secche di ginkgo biloba si diramano dall’attaccatura al gambo moltiplicandosi e irradiandosi per tutta l’estensione della foglia, e in realtà sono la foglia. Poiché la forma e il perimetro di ciascuna foglia è dato dal preciso ordine di crescita dei vasi che la costituiscono, ogni venuzza blocca il proprio allungamento giusto quella nanodistanza oltre la sua vicina e prima di quella di destra, o viceversa. E il bordo che in questo modo viene a crearsi ricorda il profilo di un monte con al centro, ma mai proprio esattamente al centro, la vetta tondeggiante e scanalata che degrada sui fianchi in linee mai diritte. Forse il diritto in natura non c’è, ecco perché ci affanniamo tanto a cercarlo, perché lottiamo per conquistarlo pur sapendo che resterà sempre una tensione, un’astrazione, relegato costitutivamente al rango di principio. Forse la vita è questa, senza diritti ma con molta direzione e obbedienza. Seguo con la matita il bordo delizioso di questo morbido crinale e poi quello di un’altra foglia e infine traccio i gambi, nessuno propriamente diritto, benché dessero l’impressione di esserlo. Uno è leggermente ricurvo, un altro si inclina dopo una impercettibile strozzatura, e un altro ancora in incipiente torsione su se stesso.

Avevo sotto gli occhi una cosa nuova che però avrei imparato solo più tardi e attraverso gli occhi di un maestro. Maestro è chi sa vedere e ci mostra quello che ha visto.

Credendo tuttavia di avere veduto e compreso qualcosa di nuovo mi sono accinta a riscrivere community, anzi COMMUNITY, e mi sono presto appassionata alla forma ottenuta, non perché ricordasse la foglia da cui ero partita, ma perché mi pareva che comunque comunicasse una certa sensuosa volontà vitale. Addirittura una certa dose di ferinità, del tipo associabile alle piante carnivore, corredate come sono di aguzzi peduncoli. Ecco, l’aguzzo, appunto, le linee curve che comunque si congiungono di punta, si prendono di petto.

Non mi ero allontanata granché dal gesto già sperimentato. Ho provato a giocare con i colori, ma senza avvertire scintille.

Ho spedito i lavori alla maestra alludendo alla mia insoddisfazione, avrebbe saputo indicarmi un modo per ampliare la mia gamma di forme? Compito non facile per una persona che come me ignora le regole del disegno oltre ai rudimenti di disegno geometrico acquisiti a scuola. Il disegno come supporto visuale della matematica e di applicazioni tecniche, la copia di strutture architettoniche, dove c’è molto diritto, anche se le vedute migliori e più vere sono quelle realizzate a mano libera nelle quali di veramente diritto non c’è nulla.

Sarà la nostra vista? Sarà l’effetto della luce? Sarà che la composizione atomica e subatomica dei materiali per quanto costrette nelle linee squadrate tracciate dagli ingegneri e messe a piombo dai muratori trovano comunque il modo di farsi percepire da noi?

O non sarà che in un mondo squadrato non viviamo bene e per sentirci a nostro agio, almeno contemplando un quadro abbiamo bisogno di appoggiare lo sguardo sul segno accennato, impreciso, mai diritto, più naturale, appunto, imperfetto come noi, o perfetto come noi, a seconda di come la si vuole guardare?

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