Kiev 1926-1980 : 3
Digressione: quando l’obščežitie si svuotò e io passeggiai ai Lipki

Nel 1980 l’URSS ospitò i XXII giochi olimpici. Sgombriamo il campo da facili equivoci: a me le olimpiadi non interessano proprio, come in genere non ho interesse per alcuna cronaca sportiva. Però, in quell’unico singolo caso, furono le Olimpiadi a interessarsi a me. A me, come a ogni altro studente degli obščežitija universitari, dai quali fummo sfrattati anzitempo per consentire il loro, degli obščežitija, passaggio di categoria, da modesti dormitori studenteschia a alberghi a tre stelle. Operazione che, a causa di un parziale boicottaggio dei giochi per via che l’URSS aveva attaccato l’Afghanistan, riuscì solo in parte, ma che, per noi studenti, comportò un netto miglioramento delle condizioni abitative nel successivo anno accademico.
Essendo Kiev, assieme a Mosca, Leningrado e Minsk, una delle quattro città in cui si giocarono le partite del torneo di calcio, gli obščežitija avrebbero ospitato, non certo i calciatori, per i quali furono ristrutturati e costruiti di sana pianta alberghi di lusso, bensì i tifosi, e non certo quelli occidentali, ma i più adattabili tifosi dell’Europa dell’est.

Lo sfratto ci fu regolarmente comunicato e a fine aprile tutti i borsisti e i dottorandi, sovietici e non, avevano lasciato le loro stanze, mentre io, grazie a qualche maneggio, che francamente non ricordo, ottenni di trattenermi fino alla fine di maggio. L’obščežitie si svuotò e i lavori di straordinaria manutenzione ebbero inizio. Dovetti lasciare la stanza al secondo piano, che dividevo con Vera, mia personale stukačka, cioè delatrice, e mi trasferii al piano terra con Tanja, che anche lei era una stukačka, ma di quelle che te lo dicevano, e quindi ci si poteva fidare. La nostra presenza era a mala pena tollerata: non avevamo più l’uso della cucina né degli spazi comuni, che attraversavamo facendoci largo fra bidoni di pittura, scale, reti, materassi, calcinacci e sacchi di cemento. Non ricordo come trascorsi quelle giornate primaverili liberate prematuramente dalle lezioni. Con ogni probabilità mi sarò dedicata alla mia attività preferita, che consisteva nello studio di quell’affascinante creatura che era per me l’homo sovieticus, al quale mi sforzavo, almeno esteriormente, di assomigliare. Nell’URSS del 1980 un occidentale era visto come un portatore di beni introvabili che gli andavano sottratti, attraverso il furto o dietro adeguato compenso, per alimentare il traffico illegale di articoli di consumo carenti. Quel mercato nero, noto come farcòvka, aveva i suoi agenti ovunque. I farcòvščiki annusavano l’occidentale a isolati di distanza, lo pedinavano e approfittavano del momento più opportuno per abbordarlo nella sua lingua – tanto per dire quanto erano esperti e versati nel commercio questi signori – con l’obiettivo di farsi portare al suo albergo dove avrebbero potuto selezionare direttamente dalla sua valigia le mercanzie più interessanti. All’inizio ci avevano provato spesso anche con me. Ma in quel mese di maggio non mi capitava più di sentirmi biascicare insistenti richieste di dollari e jeans da un tizio che mi era strisciato alle spalle, a riprova che il mio processo di camaleontizzazione era a buon punto. Sovietico non significava russo, e sia il mio accento che mio aspetto potevano essere compatibili con quelli di una cittadina del Caucaso o dell’Asia centrale. Ma la mia sovieticità fu conclamata l’anno successivo quando, in una luminosa giornata di febbraio, mentre camminavo di traverso a una piazza abbagliata dal riflesso della neve, intravidi avanzare a braccia tese verso di me un giovane che, giunto alla mia altezza, mi strinse in un abbraccio che allentava solo per ripetermi mia sorella armena, e poi riprendeva a stritolarmi dalla gioia.
Il periodo della borsa fu l’unica volta in tutta la mia vita che il solo fatto di vivere assumeva un valore di apprendimento esperienziale, e questa idea del perdere tempo, che qui mi perseguita, be’ lì non esisteva proprio.
Nella camera che dividevo con Tanja, e che era abbastanza piccola, succedeva che si fermasse per la notte, su un materasso probabilmente sottratto all’ammasso, anche Saša Bejdik, un dottorando in geografia con cui sia io che Tanja ci facevamo delle gran risate. Saša Bejdik era di Kiev e in obščežitie capitava di rado. Ma in quel mese di maggio del 1980, forse perché aveva finito gli esami o forse chissà, Saša Bejdik venne a trovarci spesso, e tutte le volte che tiravamo tardi approfittava del materasso. Non ho più sentito Saša da allora, ma, sullo stesso scaffale della cartelletta con le foto del Podol, c’è un’altra cartelletta, inconfondibilmente sovietica, che ancora riporta, perfettamente leggibili dopo quarant’anni, il prezzo (7 copechi) e il luogo di fabbricazione (Lettonia). Questa cartelletta Saša me la consegnò il giorno della mia partenza. Il fermaglio metallico stringe un mazzetto di fogli dattiloscritti che mostrano il segno del tempo: i caratteri sono sbiaditi e la carta è ingiallita. Quando, qualche sera fa, l’ho ripresa in mano, ricordavo solo il florilegio dei miei ridicoli errori sui quali ci eravamo tutti e tre scompisciati. Ora, tranquilli, non intendo riportavi il contenuto di tutti quei nove fogli. Saša non era, almeno allora, un Mandel’štam, e nemmeno un Blok, che doveva però amare perché su quei fogli ne trascrive due poesie, ma aveva un animo poetico e, a differenza di me, amava prendere nota delle cose, o per lo meno così fece in quell’occasione. Quattro, di quelle nove pagine, riferiscono nel dettaglio la passeggiata nella quale Saša mi mostrò Lipki, il quartiere in cui aveva trascorso l’infanzia e in cui forse ancora viveva. Di quella passeggiata mi resta un ricordo molto sintetico. Stando al resoconto di Saša, la passeggiata fu la sua risposta alla mia richiesta di mostrarmi Kiev. Una richiesta piuttosto vaga, considerato che 1- vivevo a Kiev da settembre, e quindi una qualche idea dovevo pure essermela fatta, e 2- con i miei amici l’avevo girata per bene, tanto che il Podol lo avevo fotografato. Ma quella richiesta, a ripensarci oggi, potrebbe avere avuto un secondo fine che sicuramente non gli confidai. E qui ci vuole una digressione nella digressione. Spero che non sarà troppo lunga, ma è indispensabile per comprendere il mio desiderio di camaleontizzarmi che, oggi lo vedo con chiarezza, altro non era che la manifestazione esterna di un processo di adattamento interno alle regole del regime sovietico.