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Il blog di Michela Zernitz

Il viaggio nel tempo di una reclusa

Una grande opportunità, sembra aver commentato un monaco buddista a proposito della pandemia e delle misure restrittive alla libertà di movimento imposte ai cittadini dei paesi colpiti.

E per me certamente lo è stata, almeno nella prima fase.

La varietà di reazioni all’obbligo di clausura mi ha fatto pensare ai presupposti della Psicoterapia esistenziale (Neri Pozza 2019) di Irvin D. Yalom, autore di appassionanti storie di casi clinici e delle tre non meno avvincenti biografie romanzate di filosofi, delle quali solo La cura Schopenhauer se ne sta ancora nel mio salvadanaio delle consolazioni per i momenti difficili.

Riornando allo Yalom teorico, la sua psicoterapia esistenziale si distingue da quella freudiana nel presupposto che il conflitto originario dal quale scaturiscono le nevrosi non risiederebbe né nella pulsione sessuale né nel rapporto infantile con i genitori, bensì in quattro paure ultime del nostro essere nel mondo, che sono la paura della morte, dell’isolamento, della assenza di senso e della libertà. Poiché alla base di ogni nevrosi si nasconderebbe una di queste angosce, il compito del terapeuta esistenziale consiste nello scavare nella sintomatologia superficiale per affrontare a viso aperto il vero agente della sofferenza e venire a patti con esso.

Portando alla luce il mio disagio fondamentale, il lockdown mi ha offerto l’occasione di un’autoterapia. E credo che questo sia successo a molti perché la pandemia e l’obbligo del confinamento sono stimoli ideali per la paura sia della morte sia dell’isolamento. Abbiamo sentito di persone in preda al panico e incapaci di uscire di casa pur nello scrupoloso rispetto delle norme di sicurezza. Mentre noi afflitti dall’angoscia dell’isolamento ci siamo comportati in modi anche diametralmente opposti. Che in entrambi i casi hanno dato risultati sorprendenti, sia in positivo che in negativo. C’è chi è stato spinto verso la socialità di vicinato e il recupero di una comunicazione familiare spesso sacrificata dai troppi impegni, per scoprire magari che il tempo di qualità non è sempre superiore al più semplice e meno programmato stare insieme. Chi invece ha aumentato il tempo smart, oppure è caduto in depressione o in gravi stati d’ansia, o ancora, ha verificato che una convivenza non aveva più i requisiti di una relazione.

Insomma, il monaco aveva ragione: le limitazioni, a volerle prendere per quello che offrono, possono rivelarsi una grande opportunità.

Quanto a me, il lockdown mi ha riportato ai tempi della borsa di studio nell’URSS. Non perché all’epoca fossi stata coinvolta in una crisi sanitaria, ma per i limiti che il regime totalitario poneva a tutti, e a un’occidentale in particolare. Al permesso di soggiorno che dovevo sempre avere con me e sul quale era indicato il raggio entro cui potevo allontanarmi dalla città senza altro visto, che corrispondeva più o meno alla portata degli autobus extraurbani nell’area che oggi chiameremmo metropolitana. Ai controlli che subii, in più di qualche occasione, di passaporto, tesserino universitario e permessi vari. Alla vita all’interno della comunità chiusa della casa dello studente, parte di un sistema di alloggio rigorosamente gerarchico, in base al corso di studi e alla provenienza o nazionalità. Noi laureandi e laureati occidentali coabitavamo con l’élite dei dottorandi interni o provenienti dalle zone di influenza sovietica, dal Vietnam all’Etiopia e a Cuba. Mentre i nordamericani vivevano fianco a fianco con i professori. Un bel calderone nel quale in due anni riuscii a conoscere da vicino solo pochi componenti. Anche pernottare a casa di amici dava adito a segnalazioni alle autorità, da parte non si sa bene di chi, e soprattutto di visite del KGB agli amici del posto.

Pur senza avere nulla dello specifico sovietico, le misure del lockdown nostrano mi hanno restituito il senso di un limite e di una privazione che all’epoca mi avevano fatto assaporare una salutare frugalità. Quel meno di tutto che mi alleggeriva. Notiziari che nella loro soporifera elencazione dei raccolti sempre eccezionali nelle pianure del Turkmenistan, o del record di produzione nelle acciaierie di Magnitogorsk, mi permettevano di estraniarmi dalla cronaca. Vetrine allestite con pochi polverosi articoli quasi mai disponibili all’acquisto. E quando le merci solitamente carenti ricomparivano senza preavviso e in quantitativi limitati, le code davanti ai negozi. Alle quali non mi univo mai, certa di poter fare a meno di quasi tutto. Ristoranti in cui capitava di starsene seduti a leggere per oltre un’ora senza che un cameriere si disturbasse a lasciare il tavolo al quale si intratteneva con i colleghi per raggiungere il tuo e raccogliere l’ordinazione.

Come si può rimpiangere tutto questo? vorresti sapere tu che mi leggi.

Il fatto è che trovavo questa assenza di sollecitazioni riposante. Assenza di sollecitazioni indiscriminate, intendo. Perché invece, quando trascorrevo del tempo sia con gli amici del mio piccolo residence afflitto da orde di scarafaggi o con gli amici di fuori, le sollecitazioni erano tanto inattese quanto potenti. Notizie sulla vita reale russa che non raggiungevano il libero occidente o vi arrivavano deformate, tanto forte era l’isolamento reciproco dei due blocchi separati dalla cortina di ferro.

Insomma le limitazioni a cui dovevo sottostare sarebbero diventate davvero tali se mi fossi ostinata a cercare quello che mi ero lasciata alle spalle ma, poiché ero riuscita a non inimicarmele, mi aprivano nuove vie di conoscenza.

Ma torniamo a oggi. Svuotando le strade e tenendoci lontani gli uni dagli altri, il lockdown ha cancellato molto rumore e man mano che il silenzio guadagnava spazio nella mia vita mi pareva che i nuovi rapporti a distanza venissero rafforzati, più che indeboliti. Alleggerita dall’obbligo relazionale, e magari proprio perché l’isolamento mi riportava a una realtà che, dalla caduta di un Muro particolarmente odioso, esisteva ormai solo dentro di me, una mattina mi sono ritrovata a salire i tre gradini dello scaletto che mi separano dallo scaffale alto della libreria nel quale conservo i libri russi che prima o poi avrei voluto leggere. Lo scaffale dei debiti, così lo chiamo. Un gesto a lungo covato ma, siccome lavorando sempre con l’inglese il mio russo si è molto impoverito, tutte le volte le volte che sollevavo lo sguardo dal computer le costole rilegate di varie epoche di editoria sovietica, dai colori così poco Adelphi, mi diffidavano dalla lettura, non ce la farai mai. Quella mattina invece la mano ha sfilato la costola verde cupo su cui si intravvede appena il nome di Selik, l’amico medico che più di ogni altro aveva condiviso con me la sua passione per la letteratura e che mi aveva fatto pervenire il suo primo volume di racconti qualche anno dopo il mio ritorno in Italia. Non avevo mai ringraziato di quel dono, né tanto meno pensato di leggerlo. Carta ingiallita, interlinea minimo, stampa economica con chiazze di inchiostro sbiadito, Kiev 1994, tre anni dopo la caduta di Gorbachëv e otto anni dopo Chernobyl’, quando Kiev fu evacuata dei bambini. Ma questa è un’altra storia.

E da quel momento ho trascorso mattina dopo mattina sopra quelle pagine, spesso lacrimante per lo sforzo ma anche per la commossa gratitudine ai neuroni che mi restituivano con inaspettata sollecitudine la lingua che temevo di avere irrimediabilmente perduto. Arrivata alla fine di “Congedo”, il racconto in cui si narra del fratello dell’autore che, dopo una sfortunata incursione nel mondo della nuova imprenditoria, decide di lasciare il paese per Israele, mi sono lanciata in una lunga lettera a Selik. E dopo un paio di mattine di controlli lessicali e ortografici, ho premuto il tasto invio di una lunga mail traboccante gratitudine per quel tuffo rigenerante nel passato.

Quando infine ci hanno liberati, non solo mi sentivo guarita dall’isolamento, ma mi stavo addirittura godendo il piacere di amicizie ritrovate e che, nonostante l’oblio in cui le avevo lasciate cadere, sembravano avere atteso per tutti questi anni un mio cenno di vita. Sì, perché Selik è stato solo l’inizio di una serie di ritrovamenti.

Essere bloccata nello spazio mi ha consentito di viaggiare nel tempo, di ricongiungermi al passato e in qualche modo di ricucire pezzi della mia vita. Ora che ne scrivo però mi ritrovo con un nuovo interrogativo: perché sono fuggita così a lungo? Secondo lei, caro dottor Yalom, ciò che mi spaventa di più è davvero l’isolamento, come pensavo fino all’arrivo di questa pandemia, o che invece il mio vero terrore non sia la libertà?

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