Resistenza russa – 2

NO WAR
FERMATE LA GUERRA
NON CREDETE ALLA PROPAGANDA
QUI VI RACCONTANO BUGIE
RUSSI CONTRO LA GUERRA
Julia Davis – analista dei media russi, che su Twitter dichiara con sottile humour anglosassone: guardo la TV di stato russa, così non dovete farlo voi – posta sul suo profilo un’incredibile breve sequenza del TG del primo Canale della TV statale, nella quale si svolge una scena che ha l’eguale solo nei film. Mentre la presentatrice legge la velina con le ultime notizie, alle sue spalle entra in scena una donna che mostra un cartello di protesta contro la guerra e ne recita il testo, senza tuttavia provocare la minima reazione nella giornalista che seguita imperturbata a spacciare l’informazione ricevuta.
Che sia una fake? Un simile atto dimostrativo sull’ammiraglia della TV di stato può davvero essere sfuggito alle maglie del controllo, tanto più durante il telegiornale che raggiunge ogni angolo del paese e su cui si forma l’opinione del pubblico che non sa o non può documentarsi altrimenti? E se è vero, quale coraggio può spingere a compierlo?
Ma un amico conferma: questa cosa è successa. E mi rinvia alla Novaya Gazeta, l’unico medium indipendente, e operante dall’interno, che ancora resiste.

Sopra, la foto del giorno sul sito di Novaya Gazeta che, per poterla pubblicare, ha dovuto cancellare sia le parole vietate (3 volte war-guerra) che l’esplicita accusa di informazione menzognera. Novaya Gazeta dà come non ancora confermata la notizia che a inscenare l’azione di protesta a portata di telecamere sia stata la giornalista del Primo canale, Marina Ovsjannikova.
Breve parentesi su Novaya Gazeta. Si tratta del giornale fondato, tra gli altri, da Anna Politkovskaja. Una fonte autorevole attribuisce la sua sopravvivenza agli ormai venti giorni di informazione di guerra al fatto che Dmitrij Muratov, uno dei due direttori responsabili, è uno dei due premi Nobel per la pace 2021. Dopo l’emanazione del nuovo codice della comunicazione, che vieta l’utilizzo delle parole guerra, aggressione e invasione, il giornale ha indetto un referendum fra i lettori che si sono dichiarati, per oltre il 90%, favorevoli ad accettare questa limitazione pur di tenere in vita il giornale.
Sul sito, la foto è seguita da un aggiornamento di qualche ora più tardi (h. 10:43): “Fino ad ora è sconosciuto il luogo di detenzione della collaboratrice del Primo Canale, Marina Ovsjannikova,” ci ha dichiarato questa mattina Daniil Berman, avvocato del progetto OVD-INFO (organizzazione indipendente per la difesa dei diritti contro le persecuzioni politiche). Non si riesce a contattarla da più di 12 ore.
Il post Twitter di Julia Davis rimanda anche alla registrazione del video che Marina Ovsjannikova ha ripreso prima della sua azione di protesta, per motivarla e incitare i telespettatori a far sentire la propria voce.

Le parole di Marina:
Quello che sta succedendo in Ucraina è un crimine e la Russia è il paese aggressore. La responsabilità di questa aggressione pesa sulla coscienza di un solo uomo, e quest’uomo è Vladimir Putin.
Mio padre è ucraino e mia madre è russa e non sono mai stati nemici.
La collana che porto al collo simbolizza la necessità di fermare immediatamente questa guerra fratricida e riportare la pace tra i nostri paesi fratelli.
Purtroppo negli ultimi anni ho lavorato al Primo Canale occupandomi della propaganda del Cremlino e ora me ne vergogno profondamente. Mi vergogno di avere consentito la diffusione di menzogne attraverso uno schermo televisivo. Mi vergogno di aver permesso la zombizzazione del popolo russo.
Non abbiamo detto niente quando tutto questo è cominciato, nel 2014. Non siamo usciti a protestare quando Putin ha avvelenato Navalnyj. Ci siamo limitati a osservare in silenzio questo regime disumano. Ora tutto il mondo ci ha girato le spalle e neanche dieci generazioni di nostri discendenti potranno lavarsi dal disonore di questo fratricidio.
Noi siamo russi, persone riflessive e intelligenti, e solo noi abbiamo il potere di fermare questa follia.
Scendete in strada a protestare. Non abbiate paura di niente. Non ci possono sbattere tutti dentro.
Ho ascoltato e riascoltato Marina, cercando di trovare qualcosa di speciale nel volto di questa giovane donna che in nome della verità ha sacrificato non solo la sua ben pagata carriera, ma molto di più, e quanto di più non sappiamo ancora. Ma non trovo nulla, se non comune umanità, bellezza, travaglio. Forse l’azione è stata concordata con tutto lo studio e lei si è offerta di entrare in scena, o le è toccata la pagliuzza più corta. Come sia andata non è importante, alla fine conta solo che sarà lei a pagare il prezzo più alto.
Quello di Marina è un volto di una compostezza che si ricorda, ma non possiamo trattenerlo come icona isolata, perché, fuori dalla redazione del TG del Primo Canale, c’è un mondo di russi zittiti dalla protervia del potere, nella migliore tradizione che, partendo dai primi zar, si incrudelisce nel periodo sovietico per riaffacciarsi negli ultimi anni, dopo una breve parentesi, con tutta la sua assolutezza schiacciante. E dal 24 febbraio a oggi sono 14.940 (dato OVD-Info) gli arrestati fra chi ha osato dire NO alla guerra.
Da dove viene il coraggio di Marina e di tutti quei russi che nei decenni hanno pagato il prezzo della libertà di parola venendo privati della libertà tutta, con il confino, nel migliore dei casi, e poi con ogni forma di sopraffazione escogitata dal potere? I dissidenti, coccolati dall’Occidente, financo strumentalizzati, arrivavano da noi spesso dopo anni di persecuzione e l’emigrazione non era che l’ultima resa, con la speranza, spesso vana, che avrebbero potuto dare il loro contributo dall’esterno.
E mi domando, come possiamo noi, viziati dalla libertà di dire tutto e il contrario di tutto, dal politicante di turno all’ultimo odiatore da smartphone, arrivare a estromettere dal nostro panorama culturale libri russi, attori russi, direttori d’orchestra russi, classici russi… pretenderemmo anche da Dostoevskij una presa di distanza dall’autocrate di Mosca prima di riammetterne l’opera nelle nostre librerie dove gli scaffali d’onore sono riservati agli inarrestabili bestseller dei pennivendoli asserviti a mode e potentati correnti?
Dell’epoca sovietica si ricordano come proverbiali le immagini di donne russe imbaccuccate in fila per la carta igienica davanti ai supermercati di stato. Meno note le file davanti alle librerie per accaparrarsi prima dell’esurimento un altro tipo di carta, una copia dell’ultimo libro di versi di un poeta amato.
Il popolo russo legge e commenta le situazioni della vita citando versi da Achmatova, Okudžava, Puškin, Majakovskij, per fare i primi nomi che vengono in mente. E ogni russo ha memoria di almeno un parente deportato, morto nei lager o in combattimento nella Grande Guerra Patriottica (la nostra II Guerra Mondiale).
Facciamo lo sforzo di ricordarcene prima di unirci virtuosamente alla nuova frenesia di cancellazioni, l’ignava consolazione di chi crede di vivere nell’Impero del Bene e che, come tale, si sente giustificato a mandare al rogo ogni opera maturata nel presunto Impero del Male.