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Il blog di Michela Zernitz

Kiev 1926-1980 : 6

Gli insegnamenti della passeggiata con Saša Bejdik nel quartiere dei Giovani Tigli: dal cemento del capitalista Richter all’antibiotico che non c’era

Frequentando la società nella società – costituita, come ormai dovrebbe essere chiaro, da amici ebrei di discendenza e non di libera scelta – capii un sacco di cose che, standomene solo all’obščežitie, e in compagnia di Tatjana Ivanovna, la ligia filologa romanza incaricata di migliorare il russo mio e della borsista francese, non avrei mai capito. Ecco perché quando chiesi a Saša Bejdik di mostrarmi Kiev, non volevo semplicemente conoscere meglio Kiev, ma volevo conoscere Kiev dalla prospettiva di un giovane che non la pensava allo stesso modo dei miei amici, nessuno dei quali abitava, né aveva abitato da bambino, nel ricco quartiere di Lipki, che vuol dire giovani tigli. In questo quartiere, dove i miei amici non mi avevano mai portato – e oggi penso che probabilmente se ne tenessero alla larga – c’erano le ville degli alti papaveri del partito, silenziose e immerse nel verde, perché Lipki, almeno nel mio ricordo sintetico del 1980, era un quartiere immerso nel verde. E una di queste abitazioni, di una sobrietà insolitamente non sovietica, con le finestre schermate da pannelli di lino bianco ad attenuare la luce già filtrata dal fogliame degli alberi, mi incuriosì, e chiesi a Saša chi ci abitasse, e lui mi disse che non ci abitava nessuno, era una clinica per i membri del partito.

Una clinica privata?

Non privata, ma per i membri del partito.

E in quell’attimo, mentre osservavo il prato perfettamente rasato e rastrellato, le fronde dei tigli che ricamavano ombre tremolanti sui vetri foderati di lino bianco, mi tornarono in mente le pareti scrostate del policlinico vicino all’obščežitie, i camici gualciti e macchiati del personale che vi si aggirava indolente, e pensai che una ingiustizia così smaccata proprio non me la sarei aspettata. Ingiustizia aggravata dalla segretezza, perché all’ingresso di quella villa fra i tigli non c’era una targa con su scritto clinica, non c’era scritto un bel niente, e a vederla così, dal di fuori, non potevi proprio immaginare che fosse una clinica. E nel mio ricordo sintetico c’è anche una fastidiosa sensazione allo stomaco, che mi ritorna tutte le volte che ci penso.

Casa delle chimere, la villa dell’architetto Gorodeckij, costruita nel 1902 con il cemento del capitalista Richter

Rievocando la nostra passeggiata ai Lipki, nel suo resoconto che si è perfettamente conservato nella cartelletta da 17 copechi, Saša sostiene di avermi raccontato che, nel 1902, il grande architetto kieviano Vjačeslav Gorodeckij decise di costruirsi una villa proprio in quel quartiere signorile, su un terreno acquistato per poco per niente. Il terreno in realtà poggiava su un dirupo sul quale fino a quel momento nessuno si era mai sognato di costruirci niente, tanto meno una villa imponente come quella vagheggiata da Gorodeckij, il che ne spiega il prezzo vantaggioso. Come confermano i siti che vendono tour guidati per Kiev, la villa ha resistito ai rivolgimenti storici e anzi, dopo un vistoso restauro – gli ex sovietici non hanno perduto il gusto per i restauri a tinte forti – rappresenta una delle principali curiosità architettoniche della città. Secondo Saša Bejdik (ma i siti di tour dubitano di questa versione) il progetto poté essere realizzato grazie al cemento armato nel quale aveva investito il capitalista Richter. Ora che questo Richter fosse o meno parente del decano del legname rovinato dalla nazionalizzazione dei mezzi di produzione di cui parla Mandel’štam, poco importa. Resta comunque il fatto che il suo cemento faticava a fare breccia nella diffidenza dei kieviani verso quel materiale non ancora sperimentato. Richter colse la palla al balzo, come si dice, e saputo del progetto di Gorodeckij gli propose di fornirgli gratuitamente tutto il cemento di cui aveva bisogno a patto che non usasse altri materiali. Gorodeckij accettò e, grazie all’effetto promozionale della bizzarra “Casa delle chimere”, gli affari di Richter si rimisero in sesto. Gi svettanti ornamenti della parte superiore della villa sono una sorta di caravanserraglio, in puro cemento, nel quale coabitano pacificamente animali della savana e creature mitiche, a testimonianza degli eclettici interessi dell’architetto e della sua passione per i safari.

Al tempo in cui era frequentato da Mandel’štam, l’Hotel Continental si trovava in via Nicola II. In epoca sovietica via Nicola II divenne via Lenin, e oggi si chiama via Gorodeckij, in onore del grande architetto, delle cui opere, a parte la Casa delle chimere, non sopravvive quasi nulla, a ulteriore dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, delle enormi trasformazioni architettoniche subite dalla Kiev del 1926. Il fatto che Mandel’štam non faccia cenno all’eccentrica costruzione sta forse a indicare che la fantasia in cemento di Gorodeckij non lo colpì un granché, come non dovette colpire me, se resta solo il resoconto di Bejdik a testimoniare che passai del tempo a osservarla.

* * *

Come ho già detto, il mio ricordo sintetico della passeggiata ai Giovani tigli è imperniato su quella clinica per i pezzi grossi del PCUS, che mi è rimasta impressa proprio per il confronto con il policlinico dei cui servizi ebbi modo di avvalermi nei due anni di permanenza nel villaggio di chruščevki universitarie. Il mio primo contatto con il policlinico avvenne a gennaio, e ne sono sicura perché ero tornata ammalata dal viaggio di Capodanno con Galkin. Al rientro da Leningrado mi ero fermata un paio di giorni a Mosca, e di quel paio di giorni mi è restata impressa la notte in cui Galkin si sbracciò a lungo in mezzo a una arteria del centro, a quell’ora semideserta, cercando di accalappiare una delle Volga gialle o nere che ci sfrecciavano accanto, e che se lui, a ogni sfrecciata, non fosse balzato indietro, se lo sarebbero trascinato via, barba fulva, giaccone stazzonato, invernale ma sempre stazzonato, e tutto il resto. Il risucchio dei taxi lanciati nella notte era potenziato dal secco vento siberiano che ci sparava alle spalle con i suoi 20 gradi sottozero. Non che avessi propriamente freddo, ma avvertivo il corpo a corpo ingaggiato da quelle raffiche con la mia doppia blindatura: montone all’esterno e braci di vodka all’interno, il cui calore tuttavia, mano a mano che l’attesa si prolungava, andava affievolendosi. La vodka è uno dei pochi punti su cui i russi non transigono. Lasciano correre e rinunciano a tante cose, ma quando si tratta di brindare – e a una tavola russa si conviene di portare il bicchiere alle labbra solo in seguito a un brindisi – ne va dell’amicizia, della lealtà, e di un sacco di altri capisaldi dell’umana convivenza. E anche quella sera, pur invocando la mia congenita inadeguatezza mediterranea, ero riuscita a saltare solo pochi giri della vodka che gli amici di Galkin mi versavano a forza nel bicchiere. Montone e vodka mi difesero strenuamente ma il protrarsi dell’attesa giocò a favore del nemico. Seppi che il fronte era stato sfondato quando una lama gelida mi penetrò la schiena facendo esplodere un istantaneo colpo di tosse. Non ebbi dubbi: mi ero ammalata. Il ricordo di quella certezza si salda con quello del policlinico di via Lomonosov.

* * *

Una dottoressa di poche parole, dopo avermi auscultato con cura, dà un nome alla mia tosse: bronchìt! E mentre mi rivesto compila una ricetta. Le chiedo a che farmaco corrisponda quel nome sconosciuto: antibiòtik! Dove lo trovo? Aptèka. Fortunatamente dal nostro villaggio di chruščevki non mancava la farmacia, anzi, visto che eravamo in parecchi a viverci, ce n’era più di una. Con i posti di lavoro l’Unione Sovietica non badava a spese. Un buco a salario minimo lo trovavi sempre. Se, magari, la notte prima ti eri ubriacato e non ce l’avevi fatta a rientrare sulle tue gambe perché la camionetta del vytrezvitel’  ti aveva raccolto sulla neve privo di sensi e ti aveva sottoposto al trattamento di routine – doccia gelata, iniezioni di vitamina B, flebo reidratante e comunicazione al datore di lavoro; se era andata così, e magari non era la prima volta che ti eri fatto accalappiare dal furgone del vytrezvitel’, il datore di lavoro era autorizzato a licenziarti. Una volta rimesso in sesto, però, tua moglie ti cacciava in strada finché non ti fossi procurato un altro straccio di lavoro, e da qualche parte di sicuro ti prendevano. Poi c’erano le donne anziane bisognose di arrotondare la magra pensione di stato. Tra le occupazioni sottoqualificate e sottopagate mi torna in mente il da noi sconosciuto mestiere di dežurnaja, al quale ricorrevano le donne non più giovani. Ogni pianerottolo di obščežitie, ogni piano di albergo e di ente pubblico era tenuto d’occhio da una imponente signora assisa a una specie di cattedra scolastica. La signora aveva facoltà di interessarsi alla tua identità e al motivo del tuo passaggio, intervenire nelle camere in cui la bisboccia avesse suscitato lamentele, e a lei potevi rivolgere richieste di informazioni e lamentele. Potevi rivolgere, appunto. Quanto poi a ottenere un qualsiasi riscontro, era un altro paio di maniche. Innanzitutto perché le dežurnye, come dice il nome, si alternavano, e raramente passavano le consegne, ciò che autorizzava la signora di turno, questo significa dežurnaja, a rispondere alla tua sollecitazione con uno sguardo vuoto. Non molto diverso fu lo sguardo rivolto alla mia prescrizione dalla dežurnaja in camice ingrigito, di turno alla farmacia che incontrai poco lontano dal policlinico. La ricetta mi fu restituita con il sintetico ma eloquente commento che designava l’assenza di un prodotto: Netu [pronuncia niètu], non c’è. Allora tu chiedi, ma arriverà? E lei ti risponde: Non lo so. Quando la stessa scena si ripete alla seconda e alla terza farmacia, anche una sprovveduta sullo stato della distribuzione farmaceutica statale mangia la foglia. Il prodotto mancante lo rubrichi alla categoria di deficìt. Ora, un deficìt può essere grande, e quindi il prodotto te lo puoi scordare per le vie di acquisto normali, oppure temporaneo, cioè, almeno in teoria, esiste la possibilità di ottenerlo senza scambio di favori con la caponegozio, pagamento in valuta straniera, o vero e proprio baratto; basta un colpo di fortuna e te lo trovi davanti quando meno te lo aspetti, oppure lo conquisti dopo una prolungata permanenza in coda, sempre di avere avuto la soffiata sull’orario, o almeno sul giorno, della consegna di quel particolare deficìt.

***

In realtà la scarsità degli approvvigionamenti, alimentari ma non solo, era un problema che affliggeva cronicamente il paese fin dagli anni Sessanta. Ma anziché distogliere risorse verso l’incremento della produzione dei beni di consumo e il miglioramento della distribuzione, si scelse di rendere prioritariamente disponibili le merci deficitarie a chi occupava i gradini più alti della scala gerarchica, cioè innanzitutto alla nomenklatura, dai membri del Politburo giù giù fino ai comitati di partito locali. Queste persone, insieme ad altre considerate degne di pasti, prodotti tecnologici e cure in linea con i loro meriti verso il paese, come scienziati o esponenti del sindacato, avevano accesso a razioni speciali, ospedali speciali, mense speciali e negozi speciali riforniti anche da linee produttive speciali, nonché accesso agevolato alle liste d’attesa per appartamenti e automobili. All’epoca non mi sfuggiva l’assenza di molti articoli dagli scaffali dei negozi ma, come ho avuto modo di raccontare altrove, questa limitazione del consumo dei generi di prima necessità aveva il benefico effetto di alleggerirmi dal desiderio di acquisti che invece mi affliggeva a casa, dove la spinta all’acquisto sembrava la propulsione stessa verso l’ingresso nella vita adulta. Le merci volevano la mia attenzione, il mio desiderio, perfino la mia ripugnanza. Insomma, così mi sembrò dopo qualche mese di disintossicazione sovietica, da noi il dialogo con le merci era continuo e sottraeva tempo ad altri dialoghi, era uno sfondo di confronto reciproco che inquinava le relazioni. Indifferente com’ero diventata a tanta penuria, guardavo con sufficienza al confronto che ossessionava i sovietici, di cui la persecuzione dei cambiavalute clandestini era il sintomo più visibile. Molte merci di importazione, infatti, erano acquistabili solo in valuta straniera, da parte degli stranieri, appunto, ma anche da parte di certe categorie di cittadini, o comunque attraverso intermediari, nei famigerati negozi Berëzka. Ma se potevo serenamente ignorare la carenza dei beni di consumo, con la salute non c’era da scherzare. L’acquisto di un medicinale non era qualcosa a cui si potesse rinunciare facilmente, o almeno così credevo fino a quando non comunicai la frustrante ricerca dell’antibiotico all’amica Lara.

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