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Il blog di Michela Zernitz

Come si cresce sotto il ricatto dell’emergenza?

Dai titoli di testa della serie Ippocrate

Amo le serie mediche con gli specializzandi. Mi piace osservare la vita che cresce, guidata da mentori esperti nel tendere invisibili ma robuste reti per proteggerla dalle conseguenze degli errori. Mi piace il percorso verso l’adultità, disseminato di buche, e di dossi che nascondono, per un tratto del viaggio, l’orizzonte. Ho amato gli specializzandi di Grey’s Anatomy, e prima di loro quelli di E.R., poi quelli di DOC e infine quelli di Ippocrate. Due serie americane, una italiana e una francese. Ognuna affascinante a modo suo, ognuna con accento e baricentro propri, con un proprio dosaggio di vita privata fuori dall’ospedale, di vicenda romantica, di capacità di crescita personale. Ognuna con un sistema sanitario di riferimento i cui aspetti critici si riverberano sull’intensità dei turni, sulle possibilità di cura, e sull’efficienza in generale. Gli specializzandi sono insicuri, spaventati dalla responsabilità, ma anche insofferenti dell’autorità e occasionalmente inclini a scelte avventate, sono umorali e troppo acerbi per saper mettere in prospettiva un incidente o un insuccesso. Gli specializzandi crescono sotto i nostri occhi, di stagione in stagione.

L’urgenza è un ingrediente essenziale di ogni serie medica, anche quando l’ambientazione non è il pronto soccorso. L’urgenza spinge il ritmo dell’azione creando quella suspense solitamente assente dalla routine di corsia. La malattia in reparto, la cura programmata, è raramente frequentata, a meno che la prognosi non abbia delle complicanze inattese, con sintomatologie criptiche, decodificabili solo dal medico geniale (capostipite della categoria è, ovviamente, Dr. House), o semplicemente bisognose di interventi salvavita. L’urgenza può essere determinata da disastri con numerose vittime delle quali è chiamato a fasi carico il personale di tutti i reparti, o dal trovarsi coinvolti in una situazione di primo soccorso anche in ambiente extra ospedaliero.

Benché assai lontano da E.R., la serie di medicina d’urgenza per antonomasia, Ippocrate può essere a sua volta definita una serie sulla medicina d’urgenza, a causa non tanto delle situazioni mediche in sé e per sé, bensì delle carenze strutturali del sistema ospedaliero pubblico. Carenze che trasformano la gestione ordinaria in emergenziale. Il personale medico è cronicamente insufficiente, nella prima stagione a causa di un contagio che ha mandato in quarantena quasi tutti gli strutturati, e nella seconda per un incidente alle tubature che ha dirottato i pazienti del pronto soccorso nei reparti. Ma anche se, almeno fino al terzo episodio, il personale a ranghi ridotti fa fronte stoicamente al sovraccarico di lavoro, lo spettatore non può non riconoscere i ben noti tratti di una carenza di risorse: posti letto insufficienti, strumentazione mancante o fuori uso, rifornimenti inadeguati, e poi le comunicazioni affrettate, occasione di sviste ed equivoci. Gli specializzandi sono coinvolti in mansioni che ne eccedono le competenze, e spesso in assenza di adeguata supervisione. Una situazione stimolante come una droga, ma che, se non elaborata, può portare alla prematura usura, oltre che a fatali errori.

Tutto questo denuncia Ippocrate (prima stagione: 2018, seconda: 2021), la serie ispirata al film omonimo (2014) dello stesso autore, il medico, diventato scrittore e regista, Thomas Lilti.  Se il suo Medico di campagna (2016) mostra il declino a cui è condannata la figura del medico famiglia nelle zone rurali, a causa dei ritmi di lavoro insostenibile, così Ippocrate denuncia lo smantellamento della sanità pubblica ospedaliera, alla quale, ormai, pare rivolgersi prevalentemente l’umanità più dissestata: immigrati, barboni, poveri di varia estrazione e patologia. I titoli di testa, realizzati da Gilles Pointeau di FUGU, alternano in un montaggio serrato immagini ospedaliere storiche e contemporanee, sostano su sguardi intensi, di infermiere e pazienti, passando da scene operatorie a momenti di convivialità fra sanitari, il bianco e nero delle immagini d’epoca che non contrasta molto con quelle recenti, dai colori pallidi e desaturati, a tratti sbiaditi come se impressi su pellicole asfittiche, incapaci di trattenerli a lungo. Un montaggio che ci ricorda i titoli di apertura di Chuck Braverman, che preludono a un’altra forma di degrado estremo: 2022 I sopravvissuti.

Un tuono orchestrale pone fine alla carrellata e la scritta IPPOCRATE si sovraimprime violentemente sullo still frame dell’ospedale all’imbrunire, plumbeo come la sera, epitaffio o memento? Sono immagini che anticipano la particolare fotografia della serie, avara di luce e di colori brillanti, priva di contrasti forti, quasi a sottolineare una continuità spazio-temporale soggetta a un inesorabile appannamento; primi piani indaganti volti e sguardi sconcertati, sofferenti, rassegnati; una scenografia ospedaliera fatta di spazi angusti e sovraffollati, di macchinari diagnostici ancora funzionanti ma obsoleti. In una parola, un ospedale pubblico strangolato dai tagli, che ancora lotta per stare a galla, ma per quanto ancora?

I titoli di testa sembrano interrogarci. C’è tanta differenza tra il mondo sanitario di inizio secolo e quello dei nostri giorni? E soprattutto, quand’è che le cose hanno cominciato a andare storte? Perché uno specializzando deve compiere una manovra rischiosa, e mai fatta prima, guidato a distanza dal supervisore, a sua volta impegnato in una manovra rischiosa su un altro paziente? Gli specializzandi sono coraggiosi, non si tirano indietro. Ma la responsabilità di cui vengono investiti è sproporzionata alla loro esperienza.

Ma c’è dell’altro che  accomuna gli specializzandi dell’ospedale universitario Raymond-Poincaré. Qualcosa che mi pare di vedere per la prima volta. Un tratto che trovo angosciante, e non so se si possa mettere in relazione solo con il carico soverchiante che grava sulle loro ancora fragili spalle. Gli specializzandi di Ippocrate sono accomunati in una sorta di reticenza generalizzata. Sono sul punto di dire, e tu vuoi sentire da loro come stanno le cose. Ma niente. Fissano l’interlocutore e tacciono. E, prima di andarsene, le solite quattro parole: è tutto a posto, anche questa volta ce la possono fare. Ma tu sai che non è così. Si tengono tutto dentro, non riescono a dirsi le cose neanche tra loro. Si guardano, magari finiscono anche a letto insieme, ma non comunicano. Ti viene da urlargli Insisti, fagli un’altra domanda, cerca di capire… ma già si sono, o sono stati, separati, da un’emergenza. Ecco, l’emergenza, oltre a essere la modalità di intervento consolidata, sembra anche giustificare i silenzi, il rimandare il discorso a un momento più opportuno, ci sarà modo di chiarirsi più avanti. Il contatto con se stessi, e il contatto con l’altro, vengono ricacciati sotto il tappeto; e su quel tappeto si continua a camminare, anzi a correre, per fronteggiare l’emergenza e tappare le falle di una nave che imbarca più acqua di quanta non riesca a svuotarne. In una situazione del genere, quel che senti davvero, quello che vorresti far presente, perde di importanza; è un nulla in quella burrasca, e alla fine non sai neanche più di avercelo dentro, quel bisogno di dire… è così che si esplode, e se non esplode la testa, lo fa il corpo, come la brillante specializzanda Chloé che lasciamo in fin di vita in chiusura della prima stagione.

Si può concludere dicendo che Ippocrate è sì una denuncia dell’agonia in cui versa la sanità pubblica, vittima di una gestione aziendalistica che ha scordato le ragioni sociali che l’avevano creata. Ma a me pare ci mostri anche come sono diventati i giovani, costantemente sotto pressione per non perdere terreno, per difendere l’agognato fortilizio della loro futura carriera. E la rete di sicurezza dov’è finita? Perché il mentore non raccoglie le silenziose richieste di aiuto? Che tipo di crescita può mai esserci se tutte le energie di un medico in formazione vanno nella sfiancante difesa di posizione, oltre alla quale ci sono solitudine e sballo? 

P.S. Ippocrate è andato in onda su Sky, a dicembre 2021 e a marzo 2022. Le prime due stagioni sono costituite da otto episodi di 50′ ciascuna. La terza pare sia in lavorazione. Gli specializzandi sono interpretati da Louise Bourgoin (Chloé), Alice Belaïdi (Alyson), Zacharie Chasseriaud (Hugo) e Karim Leklou interpreta l’albanese Arben.

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