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Il blog di Michela Zernitz

Il Signore delle formiche

Le formiche hanno due stomaci, uno per sé e uno per condividere il cibo con un altro individuo della colonia. Così Braibanti spiega la sua passione affascinata per questi insetti, in una potente metafora della coesistenza nella persona dell’io individuale con l’io sociale.

Il film di Amelio mi ha afferrato lo stomaco fin dalle prime scene e me lo ha mollato all’ultima. Gastrotomizzata, ho visto sfilare in trasparente sovraimpressione sensazioni, collegamenti, domande, e tanto sdegno viscerale. All’epoca della vicenda io c’ero, ma non c’ero davvero, troppo presa dal crescere mio, privo di guide, per sapermi schierare. E quindi grazie, Amelio, per avere disseppellito la storia di persecuzione giudiziaria, ma prima ancora sociale, di Aldo Braibanti. Vien da pensare che l’uscita del film nel 2022 sia stata voluta, per sbrecciare con una sferzata di crudezza la retorica delle celebrazioni istituzionalizzate del centenario della nascita di Pasolini: entrambi intellettuali omosessuali, entrambi poeti, stesso anno di nascita, simili lineamenti angolosi e modo di parlare. E se Pasolini non avesse raggiunto la fama, se fosse stato di famiglia meno abbiente, se i suoi libri fossero rimasti invenduti e le sue opere teatrali non fossero state messe in scena, se non fosse stato accolto nella cerchia di Moravia?

E poi l’inevitabile collegamento a Il signore delle mosche. Che c’entra, mi sono chiesta, la distopia di Golding con la vicenda Braibanti? Golding immagina che da una catastrofe aerea durante la Seconda guerra mondiale sopravvivano solo dei bambini. Spiaggiati su una piccola isola disabitata del Pacifico, alcuni di loro si affannano a darsi un ordinamento sociale. Ma è ben presto il caporione ambizioso e violento ad avere il sopravvento e a tirare dalla sua la maggioranza: paura, competizione, desiderio di potere, sottomissione al più forte, sete di sangue, condizionano in breve la vita sull’isola. Se non fosse stato per il provvidenziale ritorno degli adulti, preferiamo non immaginare a quali ulteriori forme di violenza avrebbe portato quell’esperimento di autogoverno. La sete di sopraffazione, pessimisticamente ritenuta da Golding caratteristica innata degli umani, nel film diventa la disumana volontà di perbenistica omologazione della società adulta le cui istituzioni si scatenano contro la trasgressione omosessuale. La famiglia della presunta vittima del plagio, la chiesa che la sobilla e lo stato si alleano per ridurre i due rei all’impotenza: l’uno con le armi della giustizia, l’altro con il ricorso alla costrizione manicomiale. Le parole disumane scagliate contro Braibanti da ogni pulpito, e in particolare la cinica oscenità del Pubblico Ministero, mostrano in realtà le spaventate crepe di un ordine che si sentiva minacciato dall’attacco del pensiero libero di quegli anni.

Venendo all’oggi, mi chiedo quanto resti di quella spinta trasgressiva. Il pensiero libero è stato ridotto in soggezione dal nuovo pensiero manualisticamente corretto, che si insinua sempre più oppressivamente negli spazi liberi della nostra mente e financo del nostro corpo. Il signore delle formiche parla sì della persecuzione dell’omosessualità, ma in controluce possiamo leggervi la denuncia della volontà normativizzante della sessualità tutta, per la liberazione della quale ci si batteva, all’epoca riportata sullo schermo dal film di Amelio. Ma una potente risacca ha infranto quel sogno. La carica eversiva della sessualità è stata prosciugata prima attraverso la sua mercificazione e oggettivizzazione in modelli di desiderio stereotipati, e ora attraverso l’offerta di una fittizia libertà di scelta che, anziché congiungerci a un sentire più autentico di noi stessi, da noi stessi ci aliena chiamandoci a identificarci con uno dei nuovi profili predefiniti. Con correlati medicalizzanti, come il recente strumento farmacologico per il blocco della pubertà in vista di una precoce quanto scarsamente meditata transizione. Il corpo, l’ultimo baluardo della nostra libertà, è sotto attacco, ma si tratta di un attacco che, come tutto ciò che avviene ora, ci viene presentato come qualcosa di estremamente desiderabile: cediamo la nostra libertà in cambio dell’illusione di una maggiore libertà che, di volta in volta, va sotto il nome di comodità, innovazione, efficienza, rapidità.

Concludendo, la possibilità di vivere in modo socialmente accettato la propria sessualità ha ben poco a che vedere con il ricorso a procedure mediche che ci risparmino la fatica di capire chi siamo, nella nostra unicità. Eppure quella del gender è un’ideologia così potentemente pervasiva che si infila non solo in camera da letto, ma nel cervello dei più giovani che ora si tormentano sul tipo di camera da letto a loro più congeniale prima di avventurarsi semplicemente ad aprirne la porta. Se all’epoca di Braibanti la lotta per l’affermazione della propria identità (omo)sessuale avveniva in età adulta, a personalità consolidata, nel conflitto e nella sofferenza, adesso un preadolescente, privo di strumenti di autoconoscenza, è spinto a decidere sul proprio orientamento sessuale e di genere da una offerta esterna, confusiva e insieme deresponsabilizzante perché illude di poter risolvere una questione fondamentale senza passare per le asprezze dell’esperienza. Vedi il percorso a ritroso verso l’accettazione dell’attrazione così come si presenta di WAWWA – We Are Who We Are, l’illuminante serie tv di Luca Guadagnino. Quindi non c’è più nessuna battaglia di autoaffermazione da combattere, non c’è nessun io da conoscere e costruire nell’attrito con la vita, perché anche la conoscenza di sé è stata esternalizzata nel consumo di un profilo precostituito che, magari, alla luce della vita risulterà inadeguato e non necessariamente reversibile.

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