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Il blog di Michela Zernitz

Perché The Undoing mi ha tolto il sonno

ovvero, Barbablù è vivo e non ha lasciato la casa di New York

Nicole Kidman e Noma Dumezweni

The Undoing è una miniserie HBO, uscita negli USA a ottobre 2020, scritta e prodotta da David E. Kelley (creatore anche di Big Little Lies) e diretta da Susanne Bier.
Protagonisti i coniugi Fraser, interpretati da Nicole Kidman e Hugh Grant, cast arricchito da un superbo Donald Sutherland nei panni di Franklin Reinhardt, padre di Grace Fraser. Il figlio della coppia, Henry (Noah Jupe) frequenta la prestigiosa Reardon School (50.000 $ l’anno), sovvenzionata anche dalle donazioni del padre di Grace, le fonti della cui ricchezza non sono dichiarate, ma che vediamospesso seduto davanti a una grande tela di Turner in un museo/galleria. Grace è una psicoterapeuta affermata e il marito Jonathan uno stimato oncologo pediatrico.
La serie è basata sul romanzo You Should Have Known di Jean Hanff Korelitz (2014), che ho voglia di leggere.

Grace ha una vita perfetta (aggettivo molto insistito), che divide fra un marito innamorato, ironico nonché ammirato professionista, un figlio che suona il violino, e lo studio bene avviato. Vive in un appartamento su due piani a Manhattan, indossa abiti stravaganti, cappotti di velluto lunghi quasi fino ai piedi, mantiglie, il volto e le spalle incorniciati dai fluenti capelli ramati. È una persona gentile, comprensiva, e soprattutto dotata di un garbato riserbo che ne marca la distanza dalle ricche dame pettegole e maliziose che organizzano l’asta annuale per finanziare la Reardon e con le quali è comunque in buoni rapporti. Le frequenta senza mai dare segno di volersene differenziare. Al telefono ride benevola alle rivelazioni e insinuazioni dell’amica avvocato Sylvia (Lily Rabe). È come se incarnasse una superiorità morale che non ha bisogno di ostentare o rivendicare.

A una riunione organizzativa dell’asta partecipa anche Elena Alves (una torbidamente conturbante Matilda De Angelis), madre latino americana di un alunno della scuola, chiaramente fuori contesto quanto a censo e modi, che culminano nell’allattamento della figlia neonata al cospetto delle dame che si scambiano occhiate significative – invidia per il turgido seno di Elena o riprovazione per quella mancanza di discrezione? Elena mostra da subito attrazione per Grace, è colpita proprio dalla sua gentilezza. Glielo dichiarerà nel successivo incontro nello spogliatoio di una palestra di lusso che è teatro di un brusco accorciamento di distanze: nuda, Elena si para sfrontatamente davanti a una Grace, sudata ma ancora vestita, che non aveva avvertito il suo silenzioso materializzarsi, e, piangendo, le confessa il suo disagio sociale. Si congeda baciando Grace sulla bocca, a suggello della confidenza e forse anche della volontà di intrusione/appropriazione della sua vita (un gesto che meriterebbe una riflessione a sé sulla relazione che si va instaurando fra le due donne). Si respira aria di vero e proprio stalking nei confronti della psicoterapeuta. E benché lei reagisca secondo il copione della gentilezza offrendo a Elena delle sedute gratuite, il suo turbamento è pari al nostro.

La sera dell’asta, una serata di gala alla quale partecipano tutti i personaggi, nonno Reinhardt incluso, seguiamo lo sguardo di Grace che scorge Elena – abito lungo drappeggiato e vistoso decolté – attorniata da un nugolo di giovani uomini e, poco dopo, in lacrime alla toilette. Nonostante la reticenza di Elena sulle ragioni della sua infelicità, l’empatica Grace le offre di farla accompagnare a casa dal loro autista. La giovane però preferisce la metropolitana. Poco dopo se ne va anche Jonathan richiamato in ospedale per il peggioramento di una piccola paziente. Rientrerà a casa alle prime ore del mattino, si infilerà a letto e farà l’amore con la moglie, che abbandonandosi al marito lo visualizza intento a scherzare paternamente con una bimba resa calva dalla chemio. Jonathan partirà di buonora per un convegno a Cleveland.

Il mattino dopo, il corpo di Elena massacrato a colpi di martello viene scoperto nel suo studio di artista dal figlioletto Miguel. La notizia del brutale assassinio fa il giro dei cellulari delle madri della Reardon e Grace, che vorrebbe condividere l’angoscia con il marito, non riesce a rintracciarlo, un’assenza che, con il passare delle ore e l’avanzare delle indagini, si riempie di sospetti sempre più pesanti: Jonathan è stato l’amante di Elena e il suo probabile assassino.

Fermiamoci qui. La vicenda è tutta giocata sulla lenta ma inesorabile rivelazione della doppia vita di Jonathan, ciò di cui la moglie non aveva mai avuto sentore, e di come lei affronti la verità sul marito man mano che affiorano nuove prove a suo carico. Un parallelo disvelamento riguarda la figura del padre, la cui confessione dei ripetuti tradimenti coniugali fa crollare il mito di marito e genitore perfetti. La perfezione da cui Grace si riteneva circondata, e su cui basava la propria sicurezza di donna e di terapeuta, si va inesorabilmente sgretolando. Anche del figlio si palesano aspetti imprevisti. Il suo spasmodico amore per il padre non accetta dubbi e temporeggiamenti. Alla visita in carcere, Henry presenta a Jonathan la sua richiesta di verità, l’hai ammazzata o no? Il padre nega e il figlio prende per buona la sua dichiarazione di innocenza. Ed è proprio alla fede del figlio che Grace affida la sua decisione di sostenere il marito, nell’intenzione, così dichiara a se stessa e al padre, di restituirgli un padre.

Assistere al crollo di ogni punto di riferimento nella vita di Grace, del mondo così armonioso nel quale si muoveva con elegante fluidità, stringe il cuore e insieme fa arrabbiare. Ma come è possibile, mi chiedo, che una strizzacervelli specializzata nella terapia di coppia, una persona addestrata a cercare i significati nascosti dei gesti e delle parole, non applichi questo sapere a se stessa, ignori i segni di una evidente disfunzionalità nella sua famiglia di origine, prima, e nel suo matrimonio poi? È pur vero che le uniche sedute alle quali assistiamo sono rivolte a una coppia gay che cerca di ritrovarsi dopo il tradimento del partner più timido e fedele, e a una arrogante donna al suo terzo matrimonio. Non sarà che questa donna intelligente e bene intenzionata abbia interamente delegato il suo intuito terapeutico e conoscitivo a formule psicologiche che possono andar bene per le superficiali nevrosi dei ricchi, ma che non servono a metterla in guardia su chi le vive accanto?
Quando papà Sutherland le confessa piangendo l’ennesima verità nascosta, ossia il prestito di cinquecentomila dollari fatto a Jonathan qualche tempo prima, Grace fa leva sul suo senso di colpa per indurlo a pagare la cauzione milionaria per la scarcerazione del marito e l’ingaggio della migliore penalista sulla piazza.
Sceneggiatura e regia congiurano a confondere non solo i sentimenti di Grace ma anche i miei, sempre più scompigliati dall’ambivalenza di Hugh Grant – invecchiato e appesantito sì, ma pur sempre l’uomo capace di friggerti con un sorriso – e dalle oscillazioni di Grace nei confronti della sua colpevolezza. La visione lucida di come stanno le cose sembra relegata in altre province, e in particolare nella professione legale, il cui impegno per avvalorare la versione del ricco imputato di turno ha l’esclusivo intento di farlo scagionare e prescinde da qualsiasi illusione sulla sua pretesa innocenza. La migliore penalista di New York, Haley Fitzgerald interpretata dalla britannica Noma Dumezweni, una maestosa madre terra nera originaria dello Swaziland, prima di accettare la difesa di Jonathan mette in guardia Grace dalle conseguenze di regalare al marito la libertà: un’assoluzione non redime l’assassino che ritornerà al suo fianco. Gli occhi di Haley sono wide open (non riesco a non pensare all’involontaria anticipazione kubrickiana di Kidman in Eyes Wide Shut) in forza di un cinismo sulla natura umana – o dovremmo definirlo realismo o conoscenza? – che trattiene l’empatia e la tenerezza femminili nei recessi della coscienza, lasciando invece in primo piano le crude armi della vista. Proprio su queste due staffe così ben bilanciate poggia e fiorisce il successo di questo avvocato, che tanto abilmente si destreggia fra le garanzie e le insidie del sistema legal-mediatico, e, pur di orientare giudice, opinione pubblica e giuria alla conclusione desiderata, non esita a far leva su sentimenti primordiali o a screditare la vittima.
Così come gli avvocati di questo tenore preferiscono non indagare sulla colpevolezza dei loro clienti, una psicoterapeuta come Grace fornisce ai suoi facoltosi pazienti gli strumenti per il recupero di una funzionalità sociale a bordo riva, entro i limiti della comune balneabilità, cioè bene al di qua di profondità inquietanti. E l’abitudine a non spingersi al largo è congruente con la lunghezza dello sguardo che presta a se stessa.

Nel pendolo tra incredulità e acquisizione di dati di realtà, tocco l’apice dello sconcerto quando, nel cuore della notte, la allampanata siluette della tormentata Grace lascia furtivamente la sicura dimora paterna, dove si è trasferita con il figlio per stare lontana dal marito tornato in libertà, e attraversa il buio di Central Park diretta proprio da lui. Come fai a infilarti nel letto dell’assassino della donna che te lo aveva portato via? Si sa, fa parte del genere, da Cappuccetto Rosso a Stephen King, che il/la protagonista si addentri nel bosco, confidi al lupo la sua meta, scambi il lupo per la nonna o entri nella casa diroccata nel folto della foresta con la civetta che stride al chiaro di una luna sinistramente attraversata da rapide nuvole scure. Tutto noto, eppure, il quantum d’ansia è probabilmente legato alla mia incapacità di accettare un simile comportamento proprio da Grace, e non da un’ingenua ragazzina ignara delle cose della vita. Come fa ad accontentarsi del ragionevole dubbio, sul quale Haley Fitzgerald baserà la difesa giudiziaria di Jonathan, per tornare a desiderarlo? Verrebbe da dire che non vuole rinunciare alla sua personale fiaba d’amore. E parlando di fiabe il pensiero va a Clarissa Pinkola Estés, la cantadora di origini messicano-magiare che ha rivisitato la tradizione orale contadina illuminandola con le teorie di Jung e l’etologia della fauna selvatica. Ma prima qualche parola anche su Elena, la vittima.
Dopo aver ceduto al fascino dell’oncologo empatico – cedimento verosimilmente favorito dalla fragilità emotiva causata dalla grave malattia del figlio e dalla gratitudine per il medico salvatore – Elena si era anche lasciata sedurre dai privilegi da cui una madre della sua condizione è esclusa, al punto di forzare Jonathan a iscrivere il piccolo Miguel alla Reardon. Sedotta o seduttrice? E come mai, nonostante tutto il suo disagio in quell’ambiente, insiste a volerne fare parte?
Al di là delle differenze tra le due donne, e mettendo da parte per il momento la intricata psicopatologia di Jonathan, è interessante osservare come entrambe entrino di spontanea volontà nel letto di Barbablù e di nuovo mi chiedo che cosa impedisce a noi donne, che pure ci consideriamo emancipate, di cogliere i segni. Solo un paio d’ore più tardi, mentre nessun tentativo di rilassamento riesce a farmi prendere sonno, intuisco d’un tratto l’origine dell’inquietudine che mi scatena la scena notturna di Grace, nella quale il pericolo non sta nel buio di Central Park ma in quello del suo desiderio. La donna evoluta che insiste nel suo desiderio per la persona sbagliata, che non ha voluto vedere né ha saputo difendersi, sono stata io, e il fatto che fossi più giovane e meno attrezzata di Grace non basta a tranquillizzarmi. La storia con il mio Barbablù da operetta non è archiviata così in profondità come speravo. O meglio lo è, ma non digerita come ormai dovrebbe essere. Pur avendo non solo fiutato ma vissuto il pericolo e il dolore, impiegai molto tempo prima di accettare di aver compiuto un madornale errore di valutazione, di avere scelto il letto peggiore dal quale imparare la mia lezione di vita. Grace sono io, e ci ho messo quattro episodi per vederlo!

L’approccio psicoterapeutico di Clarissa Pinkola Estés con le pazienti vittime di abuso si basa sul recupero di quell’istinto originario che consentiva alle donne legate alla terra di avvertire il pericolo, di fare lega con le altre donne, di darsela a gambe prima che fosse troppo tardi, di salvare la pelle loro e dei loro piccoli. Studiando il mondo animale, Pinkola crede di individuare elementi comuni fra la femmina di lupo e la femmina umana, “sensi acuti, spirito giocoso e indagatore, elevata capacità di devozione, attitudine a tenere i legami, grande forza e resistenza…” e al primo indizio di pericolo si immobilizzano in uno stato di acuita recettività, i sensi tesi per raccogliere più informazioni possibile sulla minaccia appena percepita. Ma se nelle femmine di lupo l’istinto è ancora vivo, le donne dei nostri giorni sembrano invece avere smarrito il loro. Attraverso l’interpretazione delle fiabe popolari che per secoli le donne si sono trasmesse di madre in figlia, Pinkola mostra come esse contenessero gli ammaestramenti di cui una ragazza ha bisogno per attingere alla propria eredità ancestrale di saggezza e intuito femminile per affrontare le difficoltà della vita adulta. Con la perdita delle fiabe, sostiene Pinkola, “l’istintualità femminile è stata razziata, respinta e celata sotto nuove costruzioni. […] relegata alle terre più aride della psiche. Nel corso della storia, le terre spirituali della Donna Selvaggia sono state saccheggiate o bruciate, le tane scoperchiate e i cicli naturali schiacciati in ritmi innaturali per compiacere altri.”
Pinkola traccia anche un interessante parallelo tra la natura incontaminata depredata e l’affievolirsi della natura istintuale femminile. “Non è così difficile da capire perché le foreste antiche e le donne anziane non sono più considerate risorse importanti. Né mistero né coincidenza che lupi, coyote, orsi e donne selvaggi godano di reputazioni simili. Ciò che hanno in comune sono gli archetipi istintuali e, in virtù di questi, l’immeritata fama di essere sgraziati, del tutto e intimamente pericolosi, e famelici.”
Probabilmente è il senso di questa perdita che mi angoscia così profondamente, la consapevolezza di non avere saputo difendermi, di avere indossato gli stessi paraocchi delle due donne vittima, e di essere stata fortunata a uscirne intera, sia pure con molti chili di meno e una ferita insanabile nella fiducia in me stessa. O forse è il dubbio che a un certo tipo di donna emancipata, al quale sembro appartenere, serva una lezione crudele per imparare a muoversi nel mondo delle relazioni amorose, un po’ come le malattie esantematiche dei bambini che, salvo infauste complicanze, predispongono il sistema immunitario a far fronte alle aggressioni più gravi. Ciò che nel mio caso è fortunatamente avvenuto, mentre la vita di Elena, e di molte altre come lei, è stata interrotta barbaramente, con incalcolabili conseguenze per i figli.
È possibile che le cose stiano proprio come crede Pinkola. Ora che le nonne vanno in palestra per tenersi in forma e si occupano di volontariato, hanno cioè imparato a rivolgere all’esterno la loro generosità e il loro impegno; ora che l’accento cade più sul secondo elemento del binomio natura-cultura, è possibile che la catena dell’accortezza istintuale femminile si sia interrotta, o quanto meno indebolita. E forse proprio per questo siamo avide, ma anche profondamente inquietate, da narrazioni che assolvono al ruolo delle fiabe di un tempo, quasi che del loro monito continuassimo ad avere bisogno per controbilanciare il nostro contenzioso sociale per la parità, che ci tiene in una terra di mezzo, e forse ci chiede un’identificazione con il ruolo maschile che ci distoglie dalla nostra natura profonda. Non sarà per caso che la nostra insistenza su parità e diritti ci abbia distratto da qualcosa di fondamentale che, in nome della superiorità morale e della perfezione, ci siamo lasciate rubare, se non lo abbiamo addirittura offerto in cambio?

Al tempo stesso penso che sarebbe una grave perdita rinunciare alla nostra disposizione fiduciosa verso la vita e il prossimo, e vedere sempre e ovunque tenebra e minaccia. Qual è dunque il punto di equilibrio fra accortezza e fiducia? E perché dobbiamo pagare prezzi alti per raggiungerlo senza cadere nel cinismo nei confronti degli uomini, che ci tiene schiave di un perenne conflitto?
E mentre così mi arrovello mi capita sotto gli occhi la riproposizione in podcast di un articolo uscito sul Guardian nel 2018, nove mesi dopo lo scandalo Weinstein, a firma di Eve Faibanks, classe 1983, a occhio e croce dell’età di Grace. Nell’articolo (We believed we could remake ourselves any way we liked: how the 1990s shaped #MeToo) Fairbanks si fa delle domande sul movimento #MeToo partendo dalla propria personale esperienza di giovane alle soglie del college, prima, e poi a inizio carriera, e del disagio legato alle avventure sessuali, e più in generale del suo rapporto con il desiderio, proprio e del partner.
Negli anni della sua adolescenza statunitense, Fairbanks ricorda che “i giovani erano fortemente spinti al successo. Il corpo e le scelte sessuali delle donne divennero oggetto di un esame sempre più incalzante, e l’aspettativa era che dovessimo essere perfette.” L’insistenza sulla perfezione riguardava non solo l’aspetto fisico (strappa una risata amara la rievocazione della “ossessione di scorticarci e esorcizzare la prova del peccato in noi sotto forma di peli superflui e punti neri”), ma pure il rendimento scolastico e perfino la capacità di divertirsi. E così, sentendosi sempre sotto esame, la giovane non può ignorare l’occhiata libidinosa del collega più grande e ci finisce a letto, incapace di trovare una scusa abbastanza dignitosa ai propri stessi occhi per rifiutare. Secondo Fairbanks, la triste realtà delle donne come lei, che oggi guardano alle se stesse più giovani (soltanto americane?), deriva da una forma di dissociazione dal proprio desiderio autentico. Il concetto di consenso positivo da parte di una donna, richiesto perché l’atto sessuale possa avere luogo, che oggi si presenta come la prevenzione della prevaricazione sessuale, fa sì che tutto l’onere di gestire la situazione ricada sulla donna. Si tratta di un consenso a base di indizi non solo verbali, la capacità cioè di comunicare, anche solo con una occhiata, il desiderio o il rifiuto. Eppure, secondo Fairbanks, neanche questo può funzionare, poiché “non era di una migliore descrizione del consenso ciò di cui avevo bisogno mentre crescevo. Non facevano che insegnarmi a quali cose avrei dovuto, o non dovuto, acconsentire affinché la mia vita non prendesse strade sbagliate. Tutta quell’enfasi sul mio potere di far andare bene le cose finiva per paralizzarmi.” Il vero problema era “un’inadeguata percezione di quello che volevo, […] e questo è uno degli aspetti che si nasconde nell’ombra del #MeToo.”
Insomma la coetanea di Grace giudica negativamente il precettario comportamentale che le è stato inculcato da famiglia, scuola e mass media. L’accusa è rivolta al fatto che le regole riguardassero lo sviluppo del potere personale in vista di una vita di successo, offrissero la mappa delle insidie sulla via dell’affermazione individuale. Non è quindi che sia mancata una guida per l’ingresso nell’età adulta ma la guida era limitata e, per certi aspetti, controproducente. Schiacciare le ragazze attraverso modelli e responsabilità sulla scelta giusta (perfetta?) può infatti finire col renderle incapaci di percepire ciò che sono portate a fare riguardo alla propria intimità, paralizzandole con la preoccupazione di dire e fare la cosa giusta secondo dei canoni di accettabilità sociale.
Parrebbe un insanabile conflitto tra la realizzazione del proprio sé mondano e del proprio sé intimo, oserei dire pre-sociale, che dovremmo cercare di riconoscere e al tempo stesso governare.
In sintesi, sia Pinkola che Fairbanks, pur in modi molto diversi, invocano il ritorno a una educazione sentimentale tale da aiutare le donne, ma perché non anche gli uomini dico io?, a tenere lo sguardo sui traguardi esterni ma anche sull’interiorità dove germinano l’energia e il desiderio.
Sul finire della sua riflessione, Fairbanks si chiede se non sia proprio l’impossibilità di risolvere con rapide condanne il male scoperchiato dal movimento #MeToo a rendere molte donne restie a parlare. Il silenzio però non aiuta a far luce. “Voglio altre storie,” invoca, “solo attraverso le nostre narrazioni potremo cominciare a sondare la complessità della vita femminile.”
Ma che cosa ci rende reticenti? Qual è il sentimento che ci impedisce di raccontare? Ammettere il mio errore fu il prezzo più alto che pagai alla mia ignoranza giovanile e ancora oggi mi vergogno di non avere saputo troncare prima una relazione malata. Preferivo la penombra della mia infelicità alla luce accecante dell’abbaglio che avevo preso e nel quale mi ero intestardita.
Confrontarci con i nostri sbagli, fare luce nelle ambiguità sfuggenti del nostro desiderio, è doloroso ma necessario per tornare a vedere. Le mogli di Barbablù, come Elena e tante altre, hanno pagato con la vita. Se noi siamo qui a parlarne è perché siamo scappate in tempo dall’uomo sbagliato. Tuttavia, accusare quell’uomo di essere un violento è solo l’inizio del percorso che, se si è fortunate, ci porterà a ricambiare lo sguardo innamorato dell’uomo che lo vale, e senza l’incoraggiamento del quale questo blog e questo pezzo non sarebbero mai nati.

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