Kiev/Kyiv 1926-1980 : 12

Mi dispiace davvero. Di non aver dato ai kaštany l’attenzione che meritavano, di non essermi accorta della loro lussureggiante fioritura e, soprattutto, di non ricordare il colore dei fiori. Così ho cercato di rimediare.
Ho utilizzato lo spazio lascia-un-commento dei siti nostalgici della vecchia Kiev per chiedere ragguagli sulla situazione kaštany / Kreščatik nel 1980. Temo che i kaštany, in questo momento, non siano più in cima neanche agli interessi dei kieviani e, nonostante le mie scuse sulla scarsa rilevanza di un quesito del genere nelle attuali circostanze, ho ricevuto solo la risposta di starkiev.com, nella persona di Maksim, che scrive: “negli anni Ottanta i kaštany erano bianchi. Quelli rosa hanno cercato di piantarli ormai dopo gli anni Duemila, ma gli alberi non hanno attecchito.” Contemporaneamente al sintetico verdetto di Maksim, ricevo anche la mail del mio amico scrittore, un kieviano della società nella società, che nel 1980 faceva ancora il medico. Questa cosa dei medici russi che diventano scrittori dovrebbe essere indagata, e forse lo è stata e io ignoro anche questo. È come se si accorgessero che la professione medica non è la strada che avevano immaginato per arrivare all’uomo. Comunque Selik, così si chiama questo mio amico, oltre a diventare scrittore è anche emigrato, e adesso vive a Washington dove scrive soprattutto storie americane. Ma finché è rimasto a Kiev – e ci è rimasto un bel po’ dopo l’indipendenza dell’Ucraina, tanto da arrivare ad apprezzare il comunismo che aveva avversato per tutta la vita – Selik ha dedicato tante pagine alla sua città. La sua mail mi fa piacere, ma mi mette anche tristezza. Scrive Selik che, a sua memoria, “i kaštany erano prevalentemente bianchi,” e, colpo di scena, “probabilmente ce n’erano anche di gialli.” E conclude: “I miei ricordi in proposito non hanno nulla di sentimentale.” Mi conforta che neanche Selik sia sicuro di niente, cioè, se lui, che a Kiev ci viveva dalla nascita, non ha un chiaro ricordo della stupefacente fioritura dei kaštany sul Kreščatik, allora sono pienamente giustificata a non ricordarmeli neppure io. Eppure, come accade con il crollo di ogni mito, ecco, il mito mi manca un po’. Questi sentimenti contrastanti anziché frenare la ricerca mi spingono a cercare la ragione dello scarso rilievo meritato dagli alberi del Kreščatik nei ricordi di entrambi. Magari non li si notava proprio, nelle proporzioni imperiali di quell’affollato boulevard, sovrastato com’era da colossi in pietra chiara, traforati da fitte file di finestre che ancora effondevano lo sguardo di lui. Così, bastava alzare gli occhi per sentirti come ti avrebbe fatto sentire lui, un moscerino, spiaccicabile senza rimpianto, altro che kaštany.
Le gallerie sotto il Kreščatik con i loro umili chioschi fatti in serie, sbilenchi e mezzo scrostati, presidiati da pasciute dežurnye che si accingevano a occuparsi dell’ordinazione solo dopo aver calcolato il totale di caffè e fette di torta sbatacchiando i dischetti in legno da un capo all’altro delle aste metalliche del pallottoliere, aver contato scrupolosamente le monete e averle fatte scivolare nel cassetto sotto il banco… ecco, le gallerie e quelle dežurnye immusonite, loro sì che mi hanno lasciato un’immagine sentimentale, per usare l’espressione di Selik, più di qualunque piantumazione stradale. Ma la memoria funziona così, la mia almeno: un riepilogo fatto di singole e casuali istantanee, senza collegamenti visibili, capaci tuttavia di risuscitare una sensazione, un desiderio, una nostalgia. L’istantanea del sotto-Kreščatik, tanto per fare un esempio, mi restituisce il calore degli incontri con Lara e le sue colleghe durante la pausa pranzo, il desiderio di addentare la torta, immancabilmente troppo dolce, farcita di creme che lasciavano in bocca un appiccicaticcio che neanche il collutorio marrone spacciato per caffè riusciva a dissolvere. E neppure l’espressione indurita delle dežurnye può togliere nulla a quel calore. Incapaci di restituire foss’anche uno solo dei sorrisi con cui cercavo la donna sotto il grembiule da lavoro, le dežurnye se ne restavano dure, come se neanche per un attimo potessero scordare che nel paese del socialismo reale il cliente non andava né servito né tantomeno compiaciuto, perché era niente più che un lavoratore come loro. E poi, o almeno così immaginavo, dovevano starsene in guardia, perché, anche questo glielo avevano inculcato fin dall’asilo, la lotta di classe non era mai vinta una volta per tutte, e le delazioni potevano venire da chi meno te lo aspettavi. Non credo che nessuna di queste nutrite signore in divisa bianca pensasse anche una sola di queste parole, ma forse gli scorrevano nel sangue, insieme a una profonda, quand’anche ignorata, frustrazione. Perché con i quattro soldi che mettevano insieme, per arrivare alla fine del mese ci arrivavano, ma senza soddisfazione, senza gioia. La soddisfazione avrebbero potuto averla a superare il livello di vendite atteso, e allora, magari, qualche burocrate si sarebbe accorto di loro, e le avrebbe convocate per appuntargli sul grembiule, con tutto il cerimoniale richiesto, il distintivo di eccellenza nella competizione socialista, l’ordine della Stella Rossa o il Distintivo di merito, quelle sì che sarebbero state soddisfazioni! Aspettarsele dagli affamati di dolce nel sottopasso del Kreščatik era pura illusione. Eppure, nonostante l’imperfezione di quei momenti, o forse proprio perché erano tanto imperfetti, lo scatto a cui oggi posso ritornare ha fissato un alone di felicità, un po’ come i preparativi per la pizza, o come il giorno che seppi che sarei andata a Kiev. Lo sapevo così bene che, finché non ci fui arrivata, passai quasi ogni notte prima della partenza senza riuscire a chiudere occhio, forse perché anch’io, come le dežurnye del sotto-Kreščatik, dovevo stare in guardia, dai padri che non riuscivano a immaginare una figlia nell’Impero del Male.
Che il 24 febbraio le gallerie della metropolitana di Kiev siano diventati rifugi antibomba e antimissile, non scalza il mio scatto del 1980, con i chioschi male in arnese e tutto il resto, ma lo rende al tempo stesso irreale e superfluo. Un’istantanea di quel piccolo lusso dimesso oggi rimpiazzato dallo scintillio del gusto oligarchico, o dalle macerie. Non mi resta che esaudire la richiesta dell’autrice della storia dei kaštany. Dopo essermi accertata del basso valore della valuta ucraina, scelgo l’opzione più generosa: 200 grivne, l’equivalente di sei euro e cinquanta centesimi. E due giorni dopo ricevo un’entusiastica nota di ringraziamento da parte di Weekend-Today. Un breve testo in ucraino, perché il russo, dacché è iniziata l’operazione speciale, è fuorilegge. Secondo il traduttore di Google, Weekend-Today scrive:
Grazie, micetto, che non solo leggi Vik-end, ma ci ispiri e ci lanci anche dei soldini. Apprezziamo il tuo sostegno. Camminiamo insieme verso la vittoria.
Segue vignetta di tre micetti di fronte a un computer. Sospetto che si tratti di tre femmine perché quella di sinistra, munita di occhiali e intenta a manovrare il mouse, ha le labbra rosa, come la sua dirimpettaia che trattiene con una zampa la lunga coda di un topolino, mentre la terza, ritratta di spalle, che è anche la più in carne, sfoggia un fiocco azzurro sulla coda. Lo schermo del computer mostra la scritta Vikend sopra due disegni: a sinistra una pizza e a destra un lungofiume sabbioso, con canoa e sfondo di palazzoni e alberi. Forse, penso, è il quartiere sulla riva sinistra immortalato da Nikitin. E nella parte bassa del quadretto: Grazie, micetti, che ci leggete.
Il calore di questo ringraziamento mi spinge a contattare la redazione, che mi risponde nel giro di pochi minuti nella persona di Svitlana Maksimec, caporedattrice del sito. È sua la storia degli ippocastani di Kiev, e non, come mi ero immaginata, di una matura insegnante finita a fare la badante in qualche paese straniero. E coincidenza vuole che il suo articolo sia apparso il 27 maggio del 2019, lo stesso giorno in cui, novantatré anni prima, «Krasnaja gazeta» pubblicò la prima parte di Kiev di Mandel’štam.
Da instancabile segugio dei kaštany quale ormai mi sento, approfitto della disponibilità di Svitlana per porle alcune domande che ancora mi assillano: ma è vero che nel 1926 gli ippocastani del Kreščatik mettevano infiorescenze rosa? E dopo la guerra, di quale colore è stata la fioritura? Ci sono mai più stati sul Kreščatik alberi con grappoli di fiori rosa? È vero, come ho letto da qualche parte, che ora sradicano gli ippocastani sofferenti e piantumano la principale via della città con arbusti di ginepro?
Questa volta la risposta di Svitlana si fa attendere qualche giorno e fin dalla prima riga avverto una certa sbrigatività. Pur accettando di comunicare in russo, Svitlana si sente in dovere di premettere - evidentemente in reazione al mio riferimento a Mandel’štam – di non nutrire alcuna stima verso gli scrittori russi. Ci tiene inoltre a chiarire che non si tratta di un suo punto di vista personale, bensì di quello della nazione ucraina: “La posizione degli ucraini è semplice: se la grande cultura russa e la grande letteratura russa non sono riuscite a sviluppare nei russi l’umanesimo, allora il prezzo di questa cultura è uguale a zero. Perlomeno il suo valore per gli ucraini è zero”.
Ecco, mi sono detta, a cosa ha portato questa guerra.
Usare il russo in Ucraina è vietato, e gli ucraini considerano tutti gli esponenti della cultura russa responsabili della mancanza nel loro popolo di umanesimo – forse umanità? il russo della risposta di Svitlana è piuttosto approssimativo. Che poi Mandel’štam, Bulkgakov, Pasternak e gli altri (questi sono i nomi da lei citati) siano stati, non diversamente dagli ucraini, vittime della disumanità del regime, non impedisce a Svitlana di accusarli di avere scritto inutilmente, se quel che oggi stanno facendo i russi agli ucraini è il risultato. Con Mandel’štam Svitlana ha il dente particolarmente avvelenato, non le è proprio andato giù quel certo sfavillio zuccheroso di Varsavia riferito alla sua città. Un’immagine con la quale, in realtà, Mandel’štam vuole distinguere il carattere del Kreščatik e di via Marx rispetto al resto della città. Ma si sa, quando uno è arrabbiato non va tanto per il sottile, e magari si appiglia anche a quell’unica cosa che gli è rimasta impressa per seppellire definitivamente chi ha perduto la sua fiducia.
Ciò detto, dirò anche che Svitlana io la capisco. Come donna, come vittima, come ucraina. E proprio perché la capisco, come capisco i miei amici russi, il suo giudizio senza appello mi crea una pena come nessuna immagine di morte e sofferenza è riuscita a fare prima. Anch’io che uso il russo per comunicare con lei, nonostante mi sia preventivamente scusata di ignorare la lingua ucraina, anch’io, nei sentimenti di Svitlana, partecipo della disumanità di tutti i russi. E questo ti spacca dentro, non è roba da lacrimuccia e donazioni. Io, nei sentimenti di Svitlana, sono russa, e con i russi bisogna mettere da subito in chiaro che cosa pensano di loro gli ucraini.
Fatta questa necessaria precisazione, Svitlana respinge il titolo di esperta dei kaštany che le ho scherzosamente attribuito, e si offre di rispondere ai miei interrogativi in base a quel poco che sa. Tanto per cominciare, la maggioranza degli ippocastani a Kyiv – sì d’ora in avanti chiamerò la città del 1980 con il nome che le spetta – sono bianchi e, fra le piante più vecchie, quelle a fiori rosa sono davvero poche.
Bisogna però sapere, giusto per confondere ulteriormente il quadro, che l’infiorescenza dell’ippocastano non è bianca bianca, perché contiene elementi gialli, e anche rosa. E, ipotizza Svitlana, “Forse questo ricordava Mandel’štam”. E perché no? mi dico, ogni congettura a questo punto è buona come un’altra. Inoltre Svitlana dà per assodato che negli anni Trenta del secolo scorso di kaštany sul Kreščatik ce ne fossero pochi, il viale cominciò ad esserne piantumato diffusamente solo con la sua ricostruzione negli anni Cinquanta, cioè, per intenderci, quando fu trasformato in un possente inno al comunismo vittorioso. Svitlana conclude informandomi che proprio quest’anno era in programma un costoso e radicale rifacimento del Kreščatik, “chiaro che per il momento non se ne farà nulla”. Chiaro.
Esaurito l’argomento con il quale l’avevo sollecitata, Svitlana mi chiede se per caso io non sia disposta a raccontarle un po’ delle impressioni sulla Kyiv degli anni Ottanta. Una storia che potrebbe interessare i loro lettori. Così le ho mandato un breve saggio di ricordi, chiedendole se questo genere di cose – cioè molto personali e parziali – rispondano al profilo del sito, che dichiara, fra l’altro, di voler far “conoscere i segreti della città e la vita di kieviani interessanti, la cui esperienza possa essere di ispirazione ai lettori” (traduco dal testo russo risalente a quando il sito era ancora bilingue, e si poteva contribuire nella lingua in cui ci si sentiva più a proprio agio). Questa volta la risposta si fa attendere un’intera settimana, tanto che temevo di avere involontariamente ferito la sensibilità di Svitlana o che il mio testo fosse stato cassato per la sua incapacità di ispirare i kieviani. E invece Svitlana approva, non senza nascondere una misurata curiosità per quel che potrebbe seguire. Quindi ora mi fermo con questo racconto e prendo una nuova laterale, che prima o poi, magari potrete seguire sul sito di Weekend-Today.