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Il blog di Michela Zernitz

Kiev 1926-1980 : 10

Postilla sui kaštany

Tradurre Kiev di Mandel’štam mi ha posto, come succede con ogni traduzione, varie questioni. Quella apparentemente più banale, ma ancora irrisolta, riguarda la traduzione di kaštany. Il kaštan è l’albero, che dagli anni Settanta fu assunto a simbolo della città. Già Mandel’štam ne aveva colto lo splendore della fioritura a maggio, definendola un’esplosione di pennacchi giallo-rosa. In russo kaštan designa tanto l’ippocastano che il castagno a frutti edibili. Tuttavia, anche a un rapido passaggio online, si può vedere come l’attrattiva della fioritura dei kaštany a Kiev venga decantata al visitatore italiano sia come fioritura dei castagni che degli ippocastani, traduzione oscillante anche in autorevoli traduzioni di opere russe.

In realtà l’ippocastano a cui fa riferimento Mandel’štam non è l’ippocastano comune a fiori bianchi (Aesculus hippocastanum), assai diffuso nel nostro paese, bensì l’Aesculus x carnea, cioè l’ippocastano rosso, che deriva dall’innesto dell’ippocastano comune con Aesculus pavia, una varietà originaria degli Stati Uniti, assai meno alta e con i fiori rossi. L’ibrido così ottenuto conserva l’altezza dell’ippocastano comune mentre prende dalla varietà americana il colore dei fiori, che possono variare dal rosso intenso al rosso rosato screziato di giallo nella parte più interna. Rispetto al cugino comune, l’ippocastano rosso produce meno frutti, le cosiddette castagne matte che sono racchiuse in baccelli più lisci. I fiori si dispongono in pannocchie coniche, lunghe 20-30 cm e la chioma è assai ampia e folta.

Aesculus x carnea, cultivar Briotii, riconoscibile anche dall’aspetto stropicciato delle foglie

Dopo avere imparato tutto quel che c’era da sapere sugli alberi che suscitarono l’ammirata reazione estetica di Mandel’štam nel 1926, e la cui fioritura continua a figurare come elemento di richiamo nelle brochure turistiche, ho voluto seguire un paio di indizi che alludevano a risvolti inquietanti della situazione arborea della città, almeno per quanto riguarda il Kreščatik.  Pare accertato che la città possa ancora vantare un’ampia diffusione di ippocastani di molteplici varietà nelle zone verdi, a partire dal giardino botanico intitolato all’accademico Fomin, fino ai parchi e ai terreni dei monasteri, tanto che fra gli splendidi specchi d’acqua che disseminano i giardini attorno alla chiesa della Santa Trinità a Kitaev, al limite meridionale della città, vivrebbe un esemplare di età stimata superiore ai tre secoli.  Diversa la situazione lungo il Kreščatik, il principale viale del centro cittadino, dove gli ippocastani danno segnali di grave sofferenza, e la varietà a fiori rossi è scomparsa, e non per cause naturali. Nel 2012, per una ragione a tutt’oggi non chiarita –  nonostante un lungo procedimento penale che non ha portato né all’accertamento della verità né alla condanna di alcun responsabile – le autorità cittadine deliberano la sostituzione di 289 degli ippocastani fiancheggianti viale Kreščatik con altrettanti alberelli del cultivar Briotii. Di per sé la scelta dell’ippocastano rosso Briotii appare oculata, trattandosi di una varietà consona all’ambiente al quale è destinato: resistente al freddo, alle abbondanti emissioni di scarico tipiche di una strada a grande traffico qual è il Kreščatik e, soprattutto, immune agli attacchi della micidiale cameraria ohridella, un minuscolo lepidottero minatore fogliare, cosiddetto perché le sue larve suggono la linfa della pianta scavando cunicoli nello spessore delle foglie e provocandone spesso la morte e quindi il prematuro distacco.

Si procede alla gara d’acquisto. La commessa è assegnata a un fornitore dell’Italia settentrionale. Circostanza che vorrebbe confermare l’avvedutezza della scelta: le piante ordinate provengono da condizioni climatiche che si avvicinano massimamente al regime climatico della capitale (sic!), fattore essenziale per il loro attecchimento. Già l’inesatta percezione del clima dell’Italia settentrionale e il non motivato sradicamento dei preesistenti ippocastani depongono a sfavore dell’intera operazione, ma, come si vedrà, non è tutto. I giovani ippocastani italiani sono messi a dimora fra marzo e aprile del 2013, e a maggio la sorpresa: solo due delle 289 piante producono le infiorescenze rosse del cultivar Briotii, sulle altre 287 piante sbocciano i fiori bianchi tipici dell’ippocastano comune. Se a questo si aggiunge che ogni esemplare era costato il corrispettivo in grivne di circa 500 dollari, c’è di che sospettare una truffa ai danni dell’erario. Ormai metà dell’importo complessivo è stata versata, e quand’anche il pagamento della seconda metà venga bloccato, restano comunque le spese sostenute per la messa a dimora: dalla preparazione del terreno all’innaffiatura che, nei primi tempi, deve essere frequente e regolare. Ma il sospetto che la giostra degli ippocastani sul Kreščatik sia qualcosa di più di una occasionale malversazione mi viene quando leggo che quella del 2013 è la terza sostituzione dal 2007, e ogni volta l’avvicendamento è giustificato dalle mirabolanti caratteristiche dei nuovi ippocastani che si intendono acquistare.

Gli ippocastani del 2013 non si sono mai acclimatati al Kreščatik, tanto che quando sfioriscono perdono anche le foglie. Della prematura defogliazione si accusa la farfalla minatrice. Ma, come ben presto si scopre, le cose stanno diversamente. In piena estate infatti ecco rispuntare le foglie e di lì a poco si assiste a una seconda fioritura. Secondo l’ecologo Aleksandr Sokolenko, a causa dell’esposizione agli elevati tassi di gas di scarico, le foglie “soffocano” e cadono anzi tempo. Il clima estivo induce un nuovo ciclo vegetativo: nuova gemmazione seguita, a luglio, da una nuova, per quanto modesta, fioritura. Il doppio sforzo riproduttivo esaurisce l’ippocastano che arriva alla successiva stagione primaverile privo dell’accumulo dei nutrienti necessari. Della crescita stentata dei giovani alberi, come pure della loro frequente morte prematura, sarebbero in gran parte responsabili gli antigelo a base salina di cui vengono cosparsi i marciapiedi in inverno. Infatti gli stessi ippocastani piantati nei cortili interni, a poche decine di metri dal Kreščatik, mantengono il fogliame fino all’autunno.

Questo testo nato come commento a margine del saggio di Mandel’štam ha imboccato una strada tutta sua, con destinazione ancora sconosciuta. Scoprire che l’ippocastano rosso, sempre che rosso lo fosse davvero, è stato espiantato dal Kreščatik per una truffa che aveva il fiato corto fin dal suo concepimento mi ha fatto rimanere male. Fra le varie storie dell’ippocastano a Kiev reperibili online c’è anche quella raccontata da una signora che, in calce al suo articolo, chiede un contributo di cento, centocinquanta, o duecento grivne, a seconda di quanto il lettore ritenga di averlo gradito. E neanche leggere quella modesta richiesta di pagamento mi ha sollevato l’umore. Se devi raccontare la tua epopea dell’ippocastano, fallo, ma lascia stare le grivne! Però poi, mi sono detta, in quel paese, afflitto com’è oggi l’Ucraina, da sperequazioni economiche e corruzione, magari la signora è una degna insegnante che cerca di arrotondare lo stipendio da fame scrivendo su un sito di informazione indipendente, e magari nessuno ha apprezzato la sua storia, con foto, degli ippocastani a Kiev, così che, magari, è stata costretta – l’articolo non porta una data ma conclude l’excursus nel 2018 – a mollare insegnamento, kaštany e tutto il resto per venire a fare la badante da noi, o in Polonia, o da qualche altra parte. Ma anche dopo aver provato compassione per la appassionata ippocastanofila non mi sono sentita meglio. Né mi ha sollevato sapere che la caduta del muro aveva globalizzato, già fin dalla fine degli anni Novanta, la farfalla minatrice dell’ippocastano. Individuata per la prima volta nel 1985 in Macedonia, si è da lì diffusa, oltre che in Italia, anche nel verde pubblico di Kiev, la città che, così si legge in una guida degli anni Ottanta citata dalla suddetta signora, vantava all’epoca la presenza di due milioni di ippocastani e riusciva a esportarne anche in altre città dell’Unione Sovietica. E gli autori della guida si spingevano a stimare una superficie di verde pubblico per kieviano pari a 19 metri quadrati, il doppio di Vienna, il quadruplo di Parigi e molto di più che a Londra e Roma. Più di Londra! Sì, Kiev la capitale più verde di Europa, esposta all’aggressione della farfalla minatrice liberamente migrata dal libero Occidente. La moria degli alberi è tale che  durante il suo mandato (1999 -2006), il sindaco di Kiev, Aleksandr Omel’čenko, propone di abbattere l’ottanta per cento degli ippocastani cittadini. Ma questa strage di kaštany ci fu davvero o si fermò sulla carta? Un sindaco proprio specchiato, però, il signor Omel’čenko non deve esserlo stato. Secondo Nina Lichovid, che scrive di società sul sito indipendente day.kyiv.ua, Omel’čenko fu uno dei primi responsabili della manomissione architettonica di Kiev. Fu lui infatti a siglare la liberalizzazione delle soffitte, il decreto che innescò la corsa a sopraelevare ogni tipo di immobile, purché dotato di un sottotetto. La mansardo-mania, così la definisce Lichovid, non ha risparmiato gli edifici storici, tra cui, aihmè, quelli del Podol. Lichovid enumera solo gli sfregi alla città avvenuti sotto i suoi occhi, come l’edificazione di fronte a casa sua di un intero centro commerciale, niente meno che sopra la fermata della metropolitana “Eroi del Dnepr”, in spregio a qualunque norma di sicurezza, prima ancora che estetica.

Mi è chiaro che non riconoscerei la mia città del 1980. Non che amassi in modo particolare il Kreščatik, così largo e trafficato da impedire anche solo di scorgere un amico sul lato opposto, opprimente con la inquietante impersonalità della monumentale architettura staliniana, nei cui sotterranei era possibile immaginare ogni sorta di turpitudini del passato, ma era passato davvero? L’orrore, nel 1980 era rimosso, racchiuso nello scongiuro silenzioso che non avesse mai a ripetersi, che fosse stata una fase. In fondo, nel 1980, come ben mostra Nikitin, c’era un’estrema tolleranza nei confronti di ogni sorta di abusi, soprattutto dei traffici illeciti volti a rispondere a quella domanda di consumo che, per i più, rappresentava la vera e unica scontentezza. Quanto poi alla fioritura dei kaštany, probabilmente non vi assistetti mai, dato che a fine maggio rientravo in Italia. Né, se per questo, fui testimone della loro successiva sfioritura che, a quanto si racconta, ricopre di un soffice tappeto i marciapiedi. Nonostante tutto, conservo comunque un buon sentimento del  Kreščatik del quale mi trovavo periodicamente a percorrere qualche tratto. Come quando mi preparavo a mantenere la promessa di cucinare la pizza per un compleanno. Ma di questo nel prossimo capitolo.

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