Finestre

Il blog di Michela Zernitz

Leggendo Ukrainian Vignettes

Ukrainian Vignettes, Essays on a Culture at War , Los Angeles 2025.

Alla persona che lo informava di un reading pubblico dello scrittore Serhij Žadan che, per fortunata coincidenza, si sarebbe tenuto proprio nella città di Užhorod in cui era appena arrivato, l’autore di Ukrainian Vignettes replica di non credere nel caso fortuito, sostenendo che “siamo noi a creare le nostre coincidenze, se ci armonizziamo con le persone giuste, interessanti, che ci ispirano. Sono le coincidenze che trovano noi.”

La mia esperienza mi suggerisce quantomeno un’integrazione a questa definizione di coincidenza. Ukrainian Vignettes non mi avrebbe infatti mai trovato se le circostanze non avessero portato il suo autore, Mitja Velikonja, ad alloggiare per qualche mese in un appartamento sul mio stesso pianerottolo. I pochi minuti in cui ci siamo presentati sono stati sufficienti a incuriosirmi sull’attività di questo singolare professore dell’università di Lubiana, la già alta statura accentuata dal lungo cappotto nero, i modi semplici e diretti, l’assenza di sussiego così ricorrente nella postura di tanti accademici nostrani, e l’asciutto accento giuliano. Insomma, se di norma l’incontro con un accademico non mi suscita curiosità sulle sue pubblicazioni, con il professor Velikonja le cose sono andate diversamente.

Erano tre anni che mi chiedevo che cosa dovessi fare dei miei pezzi Kiev 1926-1980, fermi al 22 settembre 2022. Dovevo considerarli un ciclo concluso? Soprattutto mi chiedevo perché lo slancio che mi aveva aiutato a contenere l’angoscia dell’invasione russa dell’Ucraina si fosse affievolito al punto da consentirmi la decisa virata verso l’approfondimento dell’intera opera di Mandel’štam, anziché limitarmi alla sua esperienza kyiviana. Le lunghe conversazioni avute con Lara nell’estate del 2023, l’amica di Kyiv rifugiata a Riga, non avevano ridato slancio a quel progetto.

Kyiv, giugno 2024, Piedistallo di una statua di Lenin, abbattuta e sostituita con il tridente, simbolo nazionale ucraino. Foto di M. Velikonja.

Non posso che condividere questa sua fiducia. Ma capisco anche bene come ad insegnare si possa preferire imparare, come lui stesso dichiara. E anch’io, benché abbia lavorato come insegnante tutta la vita, preferisco imparare, e sono grata a un autore che riesca, senza averne l’aria, a indirizzarmi verso nuove prospettive di senso capaci di sostanziare intuizioni personali ma anche di stemperare i miei personali preconcetti. In primo luogo questo è dovuto all’impostazione culturologica dell’autore, che ne fa un avido annotatore, fotografo e catalogatore di ogni sorta di segni culturali, la cui lettura si avvale spesso del confronto con analoghi segni colti in altri luoghi e in altri tempi. Ma c’è di più.

Credo di essermi allontanata da quel che succedeva a Kyiv non solo per il prolungarsi di un conflitto sanguinoso, che a oggi non mostra prospettive di risoluzione, ma forse, a livello più profondo, per il disagio che mi crea il pur comprensibile odio degli ucraini per tutto ciò che è russo. Il mio personale amore per la Russia, la sua lingua, la sua storia tormentata, la sua letteratura, la sua musica, e per i miei amici, ne usciva ferito. Ma c’era anche un altro tipo di disagio, che nasce dal mio essere vissuta in quella città considerandola russa. Ero una studentessa di russo destinata a Kiev dalle autorità sovietiche per migliorare proprio la conoscenza di quella lingua. E l’ucraino? Perché non avevo approfittato dell’occasione per studiarlo? I miei amici parlavano il russo, i professori pure e l’ucraino lo sentivo solo al mercato o dalle contadine che, con le loro pesanti ceste di ortaggi, facevano la spola in autobus o in električa dalla campagna alla città. Insomma avevo vissuto la mia esperienza ucraina nell’ottica dell’Impero russo-sovietico, considerando l’ucraino come una variante inferiore o marginale del russo, pur sapendo che apparteneva, a differenza del russo, al ceppo delle lingue slave occidentali. Ecco, questo l’ho ammesso a me stessa, vergognandomene, solo leggendo Ukrainian Vignettes. Ma decolonizzare lo sguardo non significa diventare solidali con un’altra forma di nazionalismo, quella che Velikonja chiama difensiva, che finisce per discriminare dolorosamente le altre etnie pur presenti nel paese. Separare russo da ucraino, poi, significa dividere non solo la popolazione, ma intere famiglie e legami di amicizia. Leggere Ukrainian Vignettes  mi ha offerto una cornice entro la quale riconnettermi a un mondo che ai miei occhi si era ristretto a una stagnante quanto cruenta cronaca militare.

L’autore definisce il suo approccio bottom-up, basato cioè sulla sua esperienza diretta delle realtà di un paese in guerra, nel corso dei due viaggi compiuti nel 2023 e nel 2024 lungo gli itinerari organizzati dall’editore delle traduzioni in ucraino di due sue opere. Il libro racconta la storia di questi viaggi, le visite a numerose città, i lunghi spostamenti in autobus attraverso la sconfinata pianura ucraina, i tanti incontri, sia pubblici che personali. Il suo sguardo dal basso mi ha riportato alla mia esperienza kieviana fatta di amicizie, scambi e interminabili discussioni, mi ha fatto ritrovare immutata l’atmosfera polverosa delle aule universitarie e il formalismo delle cerimonie ufficiali. Ma ciò che più mi ha toccato è stata l’autentica partecipazione alla sorte di un popolo che trapela dalla voce dell’autore. Benché avvezzo a trascorrere lunghi periodi di insegnamento all’estero, Velikonja definisce il suo primo viaggio in Ucraina nel maggio del 2023 “l’esperienza più potente della mia vita”. A oltre quarant’anni di distanza, anche il mio soggiorno ucraino resta l’esperienza più potente della mia vita. E mi chiedo quanto di questo effetto derivi dal fatto che la mia esperienza russa io l’abbia vissuta proprio a Kiev e non a Leningrado o a Mosca. Mi chiedo se la particolare atmosfera della Kiev del 1980 nascesse proprio da quel triplice respiro della città attribuito, nel 1926, da Mandel’štam alla convivenza fra russi, ucraini ed ebrei. Certo, non sempre una convivenza facile né paritetica, basti pensare ai pogrom e a quello che sarebbe seguito in età staliniana, ma era una convivenza che dava vita a una collettività unica nella sua eterogeneità.

La lettura di Ukrainian Vignettes non si conclude all’ultima pagina ma, al contrario, apre a nuovi percorsi di scoperta per il lettore curioso. Il libro è infatti disseminato di rimandi bibliografici che mi hanno ripetutamente spinto a interrompere la lettura per approfondire aspetti accennati, tracce buttate lì senza parere, come ogni bravo insegnante sa fare per stimolare l’interesse dei suoi allievi. Velikonja è un insegnante di studi culturali che possiede una visione alta del suo lavoro. Raccontando delle relazioni a cui ha dato vita al suo rientro fra la sua università e quelle ucraine, Velikonja scrive : “Posso intervenire solo in questo: scuola, istruzione, creare e disseminare la conoscenza, queste sono le mie piccole utopie.” Alle giustificate riserve di Foucault sulla conoscenza come “ potere e quindi al servizio dell’autorità”, Velikonja replica in positivo, aggiungendo le parole dei pensatori illuministi: “la conoscenza è potere, ma contro l’autorità, è il potere dell’emancipazione. Ecco perché sono così impegnato nell’insegnamento: è l’unico campo in cui posso operare un cambiamento fondamentale.”

Užhorod, giugno 2024. Foto di M. Velikonja.

Velikonja dice espressamente di aver impostato il suo lavoro ispirandosi all’empirismo eretico di Pasolini, che mira a tenere insieme l’impatto emotivo spontaneo e la riflessione, lo sguardo appiattito sul reale e lo sguardo strutturato da lontano, l’esperienza presente con quella passata, già elaborata e quindi smorzata nei suoi sbilanciamenti soggettivi. Il suo testo è in effetti in costante movimento tra l’orizzonte strettamente personale e lo sguardo allargato sostenuto dalla riflessione teorica, la tensione fra la registrazione delle peculiarità di un presente in guerra e la ricerca di analoghe anomalie in contesti di pace apparentemente normali.

Banda militare in concerto a L’viv, maggio 2023. Il drappo riprende sia i colori della bandiera ucraina che il rosso e il nero della bandiera dell’Esercito Insurrezionale Ucraino, molto presente nell’Ucraina occidentale. Foto di M. Velikonja.

I dieci saggi che compongono il libro sono dieci finestre su altrettanti aspetti della trasformazione culturale del paese in guerra, la cultura intesa sia come cultura di guerra sia come forma di resistenza alla guerra. Ma, nelle sezioni dedicate alla politica e alle ideologie di guerra, viene ben presto chiarito che la guerra è il tragico atto conclusivo di una trasformazione che affonda le sue radici nel più ampio fenomeno della transizione dal paradigma socialista a quello “democratico” neoliberista che ha interessato tutta l’Europa Orientale, e in particolare i paesi della ex Jugoslavia, di cui l’autore ha avuto esperienza diretta. A partire dall’indipendenza, in Ucraina si sono riprodotte le storture tipiche di questa transizione, le quali però, a differenza di altri paesi, meno contigui alla realtà russa, non si sono attenuate nel tempo, bensì radicalizzate. Sul piano economico la privatizzazione brutale dei beni comuni ha portato all’arricchimento smisurato di pochi e l’impoverimento della maggioranza. L’élite economica ha consolidato il proprio potere attraverso l’esaltazione dell’elemento etnico vittimizzato nel corso della storia. In Ucraina, dunque, la transizione si è tradotta in una rapina spietata, legalizzata da modifiche legislative ad hoc. L’esempio dall’alto ha trasformato la corruzione da reato a modello per ogni transazione, erodendo l’accesso ai diritti fondamentali, né la guerra ha ridimensionato il fenomeno, semmai lo ha esacerbato, con i profittatori degli aiuti di guerra e le tangenti richieste per rilasciare certificati di esonero alla leva. L’Ucraina era già in profonda crisi prima della guerra, le famiglie sostenute dalle migliaia di donne emigrate in Europa, spesso altamente qualificate ma costrette ad accontentarsi di occupazioni di assistenza e di servizio. Donne che mantengono la famiglia propria e a volte anche quella delle figlie, quando i mariti di queste scelgono di lasciare il lavoro e chiudersi in casa per non rischiare l’arruolamento. Cosa che a vederla così, senza sapere nulla, suona un po’ strana, e ti chiedi, com’è che gli uomini si rifiutano di difendere il loro paese? E a questa domanda un interlocutore di Velikonja gli risponde con un’altra domanda: “Perché dovremmo combattere per un paese che ci è già stato rubato, e non da stranieri ma da ricconi e criminali nostrani?”

Murale dell’ultimo etmano dell’Ucraina, Pavlo Skoropads’kyj. Foto di M. Velikonja.

Se la diagnosi pessimistica dell’autore sulla situazione economico-politica del paese non mi ha sorpreso,  ciò che mi ha riconnesso al paese e alla sua gente è stato il suo sguardo empatico verso la sofferenza procurata da una guerra assurda. Un’empatia che ha spento il mio sguardo da remoto, il tipo di sguardo che assuefà all’orrore e alza barriere di opportunistica autodifesa. Leggendo le testimonianze e lasciandomi attraversare dalle insanabili contraddizioni di quel paese si è riaperto in me lo spazio in cui la comprensione si lascia colorare di empatia, l’atteggiamento che affiora dopo essersi filtrato di ogni risentimento, passando attraverso gli strati della complessità di una tragedia. E quindi, finalmente, distolto dall’osservazione inorridita dei grandi interessi in movimento, lo sguardo riesce nuovamente a posarsi sulla dimensione umana, e lì sa di voler rimanere. Ukrainian Vignettes è un libro che non vuole rinchiudere i fatti in un quadro interpretativo in cui a ogni tessera è assegnato un posto rigidamente definito, ma un collage che apre nuove dimensioni di confronto e approfondimento. Ed è su questo percorso che intendo continuare, lasciandomi turbare dalle testimonianze, anche le più dure e parziali. Ho preso nota dei numerosi riferimenti bibliografici che, oltre a rimandare a testi storici e geopolitici, portano all’attenzione del lettore occidentale opere di letteratura in prosa e in versi di autori ucraini. Il settimo saggio, Words of War, consiste in un viaggio attraverso la letteratura ucraina contemporanea alla quale Velikonja ha potuto avere accesso grazie alla traduzione in lingue a lui note, pur confessando l’imbarazzo di essere entrato in contatto con queste opere solo a seguito dell’invito a presentare la propria opera nel paese. Che dire di me? La mia ignoranza non ha scuse anche perché ho scoperto che alcuni di questi autori sono tradotti in italiano, e non da ieri. E continuo a chiedermi, perché mi sono rassegnata ad essere nuovamente scollegata da quel mondo, perché mi sono assuefatta al conflitto, alla tristezza di Lara sfollata a Riga, perché mi sono fermata a un paio di libri di Kurkov, dopo aver letto il suo Diario di guerra? Forse, sentendomi impotente, l’autoestraniazione è umanamente comprensibile. Ma io non avevo finito e Ukrainian Vignettes mi ha spinto a riprendere un’opera che scopro appartenermi ancora oggi. Questo mi chiedono i russi e gli ucraini oggi. E perché non i gazawi o i sudanesi, mi si potrebbe obiettare? Perché, nel mio piccolo, ho un debito con russi e ucraini che, come una sola comunità, accolsero la giovane studentessa italiana come una di loro, le diedero le chiavi dei loro appartamenti e i libri delle loro biblioteche, le fecero ascoltare le gracchianti bobine con le registrazioni di Galič e Vysockij, artisti boicottati dal regime, e si adoperarono per farle conoscere il loro paese. E proprio conoscendo quel mondo, così lontano dal mio, sono diventata la persona che sono. Una persona che spesso si dimentica, per svalutazione di sé, che l’unico modo nel quale può occuparsi di qualsiasi tema è profondamente personale, basato su una qualche forma di appassionata sintonia. A contatto con lo stile di pensiero dichiarato dallo stesso Velikonja, il suo deliberato andare e riandare a un senso ulteriore, più ampio, in una incessante spola teorica ed esistenziale, ho trovato conferma di quello che già so ma che tendo a dimenticare, e cioè che il duplice sguardo empirico e dialettico della ricerca culturale è anche sempre e soprattutto una ricerca su se stessi.

Ukrainian Vignettes, Essays on a Culture at War , Los Angeles, Doppel-House Press, 2025, traduzione dallo sloveno di Sonja Benčina. La traduzione italiana è attesa per l’autunno presso l’editore Prospero.

Ultimi articoli

Vai ad inizio pagina keyboard_arrow_up