Finestre

Il blog di Michela Zernitz

Figli come opere d’arte, opere d’arte come figli

Kitty (Toni Collette) con Laura Brown (Julianne Moore) in The Hours

La prima e unica volta che mostrai The Hours  a una classe ero trepidante. Stavo per condividere un film che amo e che forse loro avrebbero trovato solo noioso. Spiegai che il film di Stephen Daldry è basato sull’omonimo romanzo di Michael Cunningham, studioso di Virginia Woolf, sceneggiatore e romanziere americano. Che il film, seguendo da vicino la struttura del romanzo di Cunningham, intreccia tre linee narrative su piani spazio-temporali diversi (suicidio di Virginia Woolf nel 1941, Virginia Woolf  nel 1923 alle prese con la stesura di The Hours, Laura Brown madre e moglie nell’America del 1951 e Clarissa Vaughan, editor gay newyorkese  ai giorni nostri) e che The Hours , oltre ad essere il titolo dell’opera di Cunningham e del film, fu anche il titolo di lavorazione di Mrs Dalloway, il romanzo che rappresenta il collante tematico fra le tre linee narrative.

La visione del film rappresentava un’estensione del lavoro fatto in classe su quel testo, di cui avevamo studiato la trama e letto un paio di passi. Avevo spiegato la tecnica del pensiero diretto, il monologo interiore di Woolf così diverso da quello di Joyce. Sebbene entrambi scandaglino l’anima femminile, per Joyce la donna è terra, sensualità, libertà estrema, mentre le donne di Woolf giocano la loro libertà a un livello più profondo. Clarissa Dalloway non è Molly e il suo piacere è del tipo impalpabile legato a sensazioni ineffabili e passeggere. Tanto che la protagonista ha preferito la consapevolezza di sé alla passione. Ma forse ha sbagliato… forse ha sbagliato tutto e ora, nel corso della giornata in cui si svolge l’azione del romanzo, contempla la possibilità di uscire di scena.

La classe è tra le migliori del liceo ma anche difficile da coinvolgere. Quel tipo di ragazzi che amano trincerarsi dietro la barriera del libro di testo. Forse, dopo tutto, non è stata una buona idea. Chissà che cosa possono capirci, a diciotto anni, tutti questi maschi etero… o magari no, ma non lo ammetteranno mai, ora, qui! Poche le ragazze nella classe e spesso restie a esporsi di fronte ai compagni. Nonostante i dubbi che sempre mi afferrano dopo l’iniziale entusiasmo, procedo; lascio cadere commenti, accenno, approfondisco, augurandomi che magari qualcuna di queste parole, pensieri, immagini, trovi un terreno morbido abbastanza per accoglierle, o possa depositarsi in una crepa delle loro corazze dalla quale magari riemergerà più avanti. Perché, per quanto tu possa conoscere i ragazzi, l’insegnamento conserva un ampio margine di imprevedibilità nei suoi risultati. Non manco infine di assicurarmi che tutti abbiano compiuto i diciotto anni e che siano disposti a vedere un film forte, in cui c’è un suicidio e si racconta di amori omo.

Il prologo con la voce fuori campo che legge la lettera d’addio di Virginia al marito Leonard e le acque dell’Ouse che la sommergono mi stringe la gola per l’ennesima volta, ma non avverto turbamento nei ragazzi. Né nelle scene successive, fino a quel bacio, quando sento l’attenzione incresparsi, attraversata da un brivido, o forse è solo il mio cuore che batte più forte, e il brivido percorre solo me?

Succede nel mattino di Laura Brown, la madre nuovamente incinta che, nel giorno del compleanno del marito, non ce la fa ad alzarsi prima che lui vada al lavoro. Si può chiamarla indolenza di donna in tarda gravidanza, sostituire il fisico all’anima può temporaneamente esonerare dall’affrontare il problema. Laura Brown indugia nel letto matrimoniale sgualcito, mentre in cucina il marito prepara la colazione per il piccolo Richie, una cosa fra uomini, perché la mamma deve riposare: aspetta un fratellino. Nella suburbia americana del 1951, abbandonata fra le coltri sfatte, Laura Brown è attraversata dai pensieri della signora Dalloway che quella mattina esce per comprare i fiori per la festa che darà la sera. Anche Laura intende festeggiare il marito meritevole di una torta, l’ex soldato Brown che ha attraversato gli orrori della guerra in Europa sostenuto dal pensiero che a casa ad attenderlo c’era lei. Il libro giace aperto sul lenzuolo e Laura si abbandona alla luce che inonda la stanza, contagiata dal desiderio che riprende corpo in Clarissa Dalloway reduce dalla malattia, suscitato dal mattino di sole, da quella luce del mattino che le fa tornare in mente la terrazza a Bourton e il bacio sulle labbra dell’amica Sally, un momento di delicata intimità che non ritornerà più.

Virginia Woolf (Nicole Kidman) durante la stesura di Mrs Dalloway in The Hours

Mentre Laura contempla la propria inettitudine nella torta che esce dal forno sbilenca, suona Kitty, la vicina passata a chiederle di prendersi cura del cane mentre lei sarà via per pochi giorni. Ha qualcosa che le cresce nell’utero, Kitty, e ora è chiaro perché tutto le sia riuscito tranne ciò che le stava più a cuore. Laura si offre di accompagnarla in ospedale, ma no,  a Kitty basta solo che Laura si assicuri che il cane abbia sempre acqua nella ciotola, perché del marito non c’è da fidarsi, per quel genere di cose. Ed è al momento del congedo, da quella donna che l’infelicità le ha avvicinato per la prima volta, che Laura le si consegna, in un bacio così naturale quanto inaspettato. Ecco, Laura ha passato il confine. E una volta varcata quella soglia altre porte si aprono, attraverso cui sfuggire ai modelli ai quali credeva di volersi adeguare. I modelli che le avevano risparmiato la ricerca di sé.

E mentre il brivido scorre via rivedo me stessa la notte in cui Olga aveva preparato il letto per noi due, con lenzuola fresche. Non era la prima volta. Il divano letto aperto alla fine della festa, nel piccolo salotto, sotto la libreria. Perché nel letto vero si era sistemato il marito da cui era separata, ma nel paese comunista gli alloggi, si sa, erano quello che erano, e trovarne un altro in cui cominciare una nuova vita da single non era pensabile senza le conoscenze giuste. Di lui quella notte non ricordo e forse nel letto non era solo, forse c’era un’altra borsista, perché tutti gli studenti stranieri trovavano con chi congiungersi. Tutti tranne me. Come Federica, la laureanda che mi raccontava per filo e per segno del suo ragazzo con cui si sarebbe sposata al ritorno dalla borsa di studio. Avevano già la casa pronta, una villetta nella campagna con vista sulle Langhe. Come facevano l’amore, e come con le mestruazioni fosse ancora più bello, senza timori. In quei primi mesi di solitudine Fede mi confidava dell’odore di lui che le mancava. A febbraio era comparso il biondissimo Gert e quella che era iniziata come consolazione per la lontananza dal sesso piemontese si era trasformata in una passione di sconosciuta intensità. A fine marzo Federica seppe di aspettare un figlio da Gert, proprio lei che aveva cominciato a farlo al liceo e sapeva regolarsi. Ma poteva tornare in Italia con dentro il figlio svedese? E poi Gert, lo voleva quel figlio?  Federica piangeva e per la prima volta si interrogava. La villetta quasi pronta, nelle lunghe chiamate internazionali il fidanzato le chiedeva indicazioni sulle piastrelle per il bagno padronale, sulla scelta del divano e delle tende, e lei piangeva e lui le faceva coraggio, ancora poco e sarebbero stati di nuovo insieme.

Quel paese ci sverginò tutti.

Olga aveva un amante e io la consideravo un’amica, confini chiari. Il tipo di amica che avevo a quel tempo, in cui suscitavo desiderio di cura e protezione. O almeno così credevo. Benché fosse di pochi anni più grande, tutte le volte che le facevo visita c’erano ad attendermi brodo di pollo, un mattoncino di pane nero di Borodino e ricotta col miele. La bambina invece non c’era mai, era stata mandata dalla nonna in campagna. Mi raccontavo che Olga vedesse in me una creatura di esotica ingenuità da proteggere dalle insidie del paese di cui sapevo così poco. Fino a quella notte in cui mi cercò con le mani, fra i capelli, sul collo – affetto di amica? di madre? – l’avevo lasciata fare fino a quando aveva infilato la mano sotto il reggiseno e si era stretta contro la mia schiena. Per un po’ avevo ascoltato quella mano e quel corpo, provando solo invasione. Non volevo ferirla, il mio eterno timore di ferire. Poi avevo raccolto la mano e mi ero girata verso di lei, che mi invitò a stare tranquilla, era una cosa naturale. Smisi di farmi viva e poi fu lei a telefonarmi alla casa degli studenti stranieri. Negai l’imbarazzo e mi lasciai convincere a riprendere tutto come prima, a dimenticare qualcosa di insignificante.

E quando ripenso al bacio di Sally a Clarissa o di Laura a Kitty, mi chiedo, e se invece mi avesse baciato a suggello di una conversazione animata o se fosse venuta verso di me e mi avesse posato un bacio sulle labbra, senza preamboli, solo un bacio, solo labbra? Invece no, l’approccio era stato covato, pianificato mentre stendeva le lenzuola corte, che si potevano rimboccare solo ai lati lunghi. Come se le tessiture di stato volessero risparmiare sul cotone e sul lino. In quegli anni anch’io, come Laura, mi lasciavo plasmare dal desiderio degli altri, mi specchiavo nel loro desiderio e credevo di desiderarli anch’io. Era il mio corpo eventualmente a respingerli, accampando fastidi e disturbi che mi costringevano a prendere le distanze. Non ero io a respingerli ma il mio occhiuto corpo lo faceva per me, ammalandomi di debolezza e di disgusto.

Esco dai ricordi e torno a seguire. Aspetto con qualche timore il momento in cui il poeta ammalato di aids si getterà dalla finestra proprio nel giorno in cui a New York Clarissa sta preparando la festa per celebrare il prestigioso premio che gli è stato assegnato. Il poeta è Richie, il figlio di Laura Brown che aveva concluso la giornata del compleanno del marito abbandonando lui e il figlio piccolo. Da giovane Clarissa era stata innamorata di Richie che l’aveva riamata ma senza diventarne l’amante. Clarissa che si prende cura di lui da quando è malato. Lui che non le risparmia le ciniche frecciate al suo perbenismo fino a quel salto nel vuoto. Ma la scena non provoca fra gli studenti il brivido elettrico di quel bacio inatteso.

Laura Brown (Julianne Moore) medita il suicidio nella camera d’albergo

Fermo il film, le emozioni a volte vanno interrotte per essere agganciate. Ma i ragazzi non parlano, e quando parlano raramente dicono ciò che sentono. Non vedo nessuno di questa classe abbarbicato a un altro corpo durante le ricreazioni. Telefonano, mangiano, alcuni allestiscono un tavolo da briscola in pochi istanti dal suono della campanella. In verità di questi amori sventolati nei corridoi, che a me paiono freschi e improcrastinabili, se ne vedono pochi. Girano depressione e finta scafatezza. Così parlo io e invito a pensare fuori dai recinti, a riandare al loro privato desiderio, a sintonizzarsi sulla vita di Laura Brown che si agita in un vicolo cieco. Laura aveva seguito il desiderio del ragazzo che stava liberando l’Europa dal nazismo, aveva creduto al desiderio di lui. «Ma il tuo desiderio qual è? Lo eludi ancora, non hai il coraggio di…» Domande da insegnante, anche se dubito che i miei colleghi chiedano cose del genere, eppure è in momenti così che mi sento insegnante al cento per cento. Cioè quando, nonostante il silenzio, sento di avere le loro vite, non la mia materia, fra le mani. La bella Laura Brown. «La trappola della bellezza, ragazze! Se non state attente sarà lei a scegliere per voi. Laura crede di non avere altra scelta se non quella di uscire di scena. Ma ora, ripensando a lei nella camera d’albergo mentre contempla il flacone di barbiturici, chiedetevi se davvero non aveva scelta. E se il suicidio sia una vera scelta, e qui i pareri sono molto divisi. Più in generale, se la fuga sia una scelta. Come scopriremo fra un po’, alla fine Laura Brown ha scelto la vita al prezzo di abbandonare non solo il marito, ma anche il figlio. Perché Laura oltre alla propria vita non vedeva neanche quella del piccolo Richie. Se non vedi la tua vita le tue torte riusciranno sempre male.»

All’ultima fila, le lunghe gambe di Stefano si distendono  sotto il banco troppo stretto e troppo basso, e il busto sprofonda sempre più sulla sedia troppo piccola. Qualche giorno fa il padre è venuto a chiederci di avere pazienza con il ragazzo: la madre li ha lasciati, se ne è andata con un altro e il figlio grande, Stefano appunto, non l’ha presa bene. E tu come l’hai presa, mi domando, mentre fisso il genitore con aria che spero sia comprensiva ma che in realtà non capisce, perché i lineamenti asciutti di quell’uomo allampanato non tradiscono nulla, neanche vera preoccupazione per il figlio. Al termine del colloquio mi stringe debolmente la mano, lunghe dita bianche che forse non stringeranno più con forza la mano di una donna. Mi chiedo che cosa l’abbia attratto nella giovane che sarebbe diventata la madre di Stefano, che cosa li avesse avvicinati,  e da che cosa infine lei avesse dovuto divincolarsi. E io? Sarei mai riuscita a lasciarmi due figli alle spalle? Dovere e masochismo mi avrebbero trattenuta? Magari sarebbe stato il corpo a scoppiare e sarei finita in una clinica, mi sarei esaurita a vita o magari…

«Immaginiamo che la fuga di Laura Brown abbia fatto scalpore – scandalo! Ricordate cosa voleva dire lo scandalo per i vittoriani? esclusione dalla comunità. Wilde, fino a pochi mesi prima il beniamino dei salotti e dei teatri londinesi, dopo il processo divenne un reietto. Nell’America suburbana di quegli anni, il divorzio era una possibilità, ma la fuga e l’abbandono del figlio… riuscite a sentire le chiacchiere delle vicine? Le battute degli uomini mentre scolano martini e lattine di birra davanti al barbecue?»

Faccio ripartire il film e mi auguro che per Stefano non sia troppo. Ma Stefano probabilmente riesce a seguire solo il proprio monotono film di adolescente infelice. Mi chiedo se siamo davvero così lontani da quel genere di pettegolezzi da suburbia. Resta comunque il fatto che vedere la propria madre andarsene con un altro non può non dissestare l’equilibrio già malfermo di un adolescente a cui manca un mese all’esame di maturità. Un adolescente per il quale la famiglia è come l’impercepito liquido amniotico per un feto, bravo in matematica, balbuziente in inglese, mai un’idea sua, solo l’ombra della noia che gli attraversa lo sguardo quando pongo una delle mie domande moleste e lascio che il silenzio scenda sulla classe. Basta chiedere cosa ne pensano perché smettano di chiacchierare. Poi la ripeto con tono diverso, a voce più bassa, e ancora silenzio, imbarazzo? «Lo so che vi state rispondendo, lo so che avete pensieri, seguitene uno, non respingetelo. Accogli i tuoi pensieri,» adesso mi sento una caricatura new age, guru, maestra di vita. So che non ci saranno risposte, troppo rischioso. Poi una mano si alza: «Posso andare in bagno, prof?»

«Ci sono tre vite nel film che si incrociano, si perdono e si incontrano. Come Clarissa Dalloway e Septimus, vite che scorrono ignare l’una dell’altra per poi toccarsi brevemente, ma quel contatto fuggevole o indiretto può fare la differenza fra la vita e la morte. Inoltre c’è Virginia Woolf – l’autore – ardita mescolanza tra finzione e realtà storica. Pirandello? Ma potreste anche guardare Happy Family  di Salvatores; vi aiuterà a capire che cos’è un classico. Un classico tocca una corda particolare, accende un’idea che ispira altri artisti a anni e anni di distanza. I personaggi possono diventare miti.»

Boscolo prende un appunto, si annota sempre il titolo di un film, di un libro.

«Mrs Dalloway riattualizzata da Michael Cunningham e attraverso di lui dallo sceneggiatore David Hare e dal regista Stephen Daldry, entrambi britannici, Inghilterra – America – Inghilterra. C’è un po’ di Virginia Woolf nelle vite di ciascuno di questi personaggi. Richie, Laura, Clarissa, madre e compagna gay, ma legata anche al suo primo amore per Richie. Cos’è per lei l’omosessualità? La fuga dal rischio amore? Alla malattia del corpo di Richie – aids – corrisponde la malattia dell’anima di Clarissa – paura, depressione. L’unico vero amore libero di Clarissa è quello per la figlia.»

Forse quello che più mi prende in questo film è proprio la verità che mette a nudo. In questi anni di crisi dei ruoli, gli adulti migliori sembrano avere disimparato a dividere la loro vita con un altro adulto, però sanno amare i figli per quel che sono.

«Ripensate all’inizio del film, secondo voi come mai il film apre con il suicidio di Virginia, che si riempie le tasche di ciottoli e cammina nell’Ouse? Perché la voce fuori campo legge la lettera d’addio al marito Leonard? Perché la vita di Virginia si intreccia con le vite dei personaggi, anzi di un suo personaggio che le è sopravvissuto di decenni, è entrato in metamorfosi e ha dato vita ad altri personaggi? Perché anche Virginia oggi per noi è un personaggio, prima che un autore? Che sia giunto il momento di congedarci dall’autore? È come se Cunningham e Hare-Daldry dicessero ai personaggi: “L’autore è uscito di scena, ora tocca a voi. Entrate nella vita, seguite le vostre vie.” Personaggi liberati dall’autore.»

Nel giugno di quest’anno ho rivisto Stefano. Anzi è stato lui a vedermi, a poca distanza dalla biblioteca che rimane aperta fino a mezzanotte. Era il primo pomeriggio e il sole picchiava. Durante le sessioni d’esame, nei paraggi della biblioteca, mi capita di venire fermata da studenti cresciuti che stento a riconoscere o a collocare in una classe precisa. Stefano ha dovuto ricordarmi il suo compagno di banco perché associassi le gambe lunghe di quel giovane disinvolto, camicione di lino ruggine e coda di cavallo, al ragazzo infelice del banco in fondo alla classe. Con una laurea in cooperazione internazionale stava facendo le ultime ricerche prima di partire per l’Etiopia dove avrebbe seguito un progetto agricolo.

Mentre ascolto la nuova storia di Stefano, mi torna alla mente il suo compagno Francesco, lo studente che non apriva mai un libro, lo sguardo perennemente fisso sulle ginocchia, ma che, mi resi conto il giorno del film, evidentemente ascoltava. Infatti, di punto in bianco, era intervenuto a concludere il mio ragionamento. «In fondo anche l’autore, una volta uscito di scena come dice lei, può diventare un personaggio. Da persona a personaggio, me lo dà un più prof?»

Non ricordo se quelle parole gli fossero uscite mentre si fissava le ginocchia, o se per una volta mi avesse guardato, né ricordo come avevo proseguito, se avessi soffiato sulle quelle braci di dialogo e se il più gliel’avessi dato. Di certo Stefano non l’aveva sentito, e se aveva sentito non aveva colto. Non avrebbe potuto, ingolfato com’era nel dolore provocato dall’imprevedibile uscita di scena dell’autore di quella che fino a quel momento era stata la sua storia.

Ricordo però che in una lezione si era parlato di che cosa comportasse la vera emancipazione secondo Woolf: la lotta all’arma bianca con l’ombra dell’ala dell’angelo della casa che incombeva su ogni donna che avesse scelto di scrivere. Ma io avevo l’abitudine di includere anche l’uomo, fra le bisognose di tanto sforzo. «Diventare se stessi,» avrò sicuramente detto, «richiede di lottare contro l’immagine che gli altri hanno di noi. Dobbiamo imparare a conoscerci, a riconoscerci, a esprimere chi siamo davvero. E all’inizio di ogni storia autentica c’è uno strappo.»

Forse non avevo detto una sciocchezza. Forse c’è davvero una rottura all’inizio della storia che sentiamo nostra. Il mio viaggio oltre cortina che scardinò tutti i miei riferimenti. Un bacio tra donne che mina gli accordi patriarcali. Non avevo dubbi: lo Stefano che, nel campiello bruciato dal sole di giugno, mi fissava dritto negli occhi, stava scrivendo la propria storia, parallela a quella della madre. Rompendo lo stampo del ruolo, la madre aveva liberato anche il figlio.

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