Finestre

Il blog di Michela Zernitz

Afirka murna – Africa felix

foto www.sempreinmoto.it

Oggi come ieri teniamo lo sguardo ancorato al presente, la visione interamente occupata dallo sgocciolio dei migranti provenienti dal continente africano, le battaglie per il petrolio a poche centinaia di chilometri da casa, la mischia preelettorale dei nostri rappresentanti. Ci ribelliamo alle profezie di sventura e preferiamo mantenere salda la presa sul precario presente. Puntano lo sguardo lontano solo gli scienziati onesti, gli odierni sacerdoti, e ciò che vedono è lo sfaldarsi del pianeta, pezzo dopo pezzo. A ben guardare, non è che si stia sfaldando, semmai, come un cavallo imbrigliato e maltrattato troppo a lungo, la terra si sta sgroppando di dosso l’umanità. Ma preferiamo non prevedere le conseguenze delle nostre azioni e ignorarne le avvisaglie. A meno di non possedere il gene dell’apocalissi fantascientifica lo sguardo non andrà molto oltre il fatidico naso e in ogni nuova frana, nell’ennesima alluvione, negli incendi che ieri devastavano la California e oggi l’Australia, vedrà eventi a sé stanti, e comunque sempre esistiti, ciascuno bisognoso di specifiche cure e raccolte fondi. Ci sentiamo mossi a compassione dai tremila ottocento koala uccisi dal fumo, dalle fiamme, dalla fame, ci prendiamo a cuore Venezia aggredita dall’acqua alta o gli sfollati del terremoto di turno: doniamo digitando un numero di cellulare – breve – e passiamo a organizzare la nostra settimana di vacanza a qualche ora di volo da casa, a comprare cibi avvolti in spessi strati di plastica e a rinnovare il guardaroba con tessuti sintetici. Così, quando sulla scena si affaccia una Cassandra poco più che bambina che ci esorta a prestare fede ai foschi pronostici della scienza, nel migliore dei casi non le si dà ascolto, nel peggiore la si denigra allo stesso modo della sua antenata.
Sospettose del progresso, le Cassandre se ne restano in disparte a scandagliare il futuro, per questo suscitano diffidenza. Resistono al comando riproduttivo della specie evitando di congiungersi agli uomini, per questo vedono e per questo non vengono credute.


Quello che segue è il racconto dello scenario che si apre davanti agli occhi di una di queste Cassandre. Una che, pur sapendo di essere solo l’ultima di una lunga schiera di profetesse di sventura, non si è mai del tutto sentita a suo agio nel gruppo. Il tono saputo, serioso e corrucciato delle sue sorelle le è sempre sembrato noioso in modo imbarazzante, e alla fine inutile. Quando la vista le si è fatta acuta e ha provato il bisogno di lanciare un avvertimento, ebbene lei se n’è stata zitta. Invece di unirsi al coro di piagnistei, la giovane Cassandra si è iscritta a un social e si è messa in ascolto. Un esercizio faticoso, che a tratti la sfiniva, ma ne è valsa la pena. Ha incontrato personaggi di ogni tipo, ma uno, come si vedrà, le si è scolpito negli occhi. Non sa bene neanche lei come definire l’umore che ora la pervade: irriverente, sarcastico, canzonatorio, iperbolico, assurdo? Un gran misto, forse, ma confida che non sia noioso.

Per prima cosa Cassandra vede che il punto di non ritorno è molto più vicino di quanto la scienza ipotizzi. Nel giro di pochi anni gli appartamenti milionari con affaccio sul Canal Grande saranno finiti sott’acqua, gli Appennini saranno ridotti a un arcipelago di località balneari in rimpiazzo delle isole sommerse della Dalmazia e dell’Egeo, gli alpeggi saranno messi a colture mediterranee, le seconde case in quota promosse a prime e fortificate contro chi di casa ne aveva una sola in pianura, oppure si accontentava dell’androne sotto la prima casa di qualcun altro.
Catastrofista, bisogna avere fiducia, i dinosauri sono stati spazzati via perché avevano un cervellino, non come noi!
Ma lei non abbassa lo sguardo. Vede che l’Asia non starà meglio dell’Europa, che a dire il vero sta già molto peggio, e neanche l’Australia farà più gola a nessuno. Quanto al nostro paese, non si dirà più prima gli italiani, perché ci saranno, come già ci sono, italiani e italiani, e gli italiani più italiani non avranno pietà di quelli meno italiani, come del resto non ne hanno ora, o anzi non ne abbiamo ora. Cassandra sa che è utile includersi e non pensarsi fuori. Che forse a lei piacerebbe affrontare un veneto esasperato dalla povertà, che magari si è già visto morire un figlio, e altro non gli resta che la sfacciataggine di chiedere ospitalità? È allergica alla menzogna: un conto è l’uguaglianza per legge e un conto è l’uguaglianza in pratica. Non può escludere che nel disastro germoglierà una nuova solidarietà, non quella da cinque cifre digitate sullo smart. Ma sa che ci vuole tempo. Coglie semmai altre voci. Pare che certi ricchi, recuperata la moneta dalle isole Kaiman e da Malta, prima che si inabissassero, e dalla Svizzera, che nel frattempo ha messo al sicuro tutti i caveaux nel cuore dell’Engadina, stiano investendo in Africa. Come del resto avevano ben visto i cinesi. Sì, proprio i cinesi che, pur non essendo dei campioni di democrazia, a differenza di noi hanno firmato con gli africani contratti equi, ottenendo così di inondargli i mercati di tecnologia usa e getta e paccottiglia di plastica in cambio di strade, ponti, dighe e reti elettriche. Insomma, l’aiutiamoli a casa loro l’hanno fatto e basta, non l’hanno chiacchierato come scusa per derogare alla decenza umana.
Qualche città costiera se la sono persa anche gli africani ma le piogge torrenziali che hanno squagliato la Liguria nei deserti hanno riportato l’erba, rendendo l’Africa un continente verde da nord a sud. Insomma il cambiamento climatico, che alcuni si ostinano a negare anche ora che nelle loro ville di Miami e State Island si aggirano solo pesci e sommozzatori, di tutte le terre emerse ha favorito la culla della specie umana. Benché sia ancora una regione dalle molte incognite popolata di creature sinistramente scure, l’Africa è uscita indenne dalle calamità che hanno reso irriconoscibili le fragili terre europee.
Mantenersi leggera contemplando quel che resta del nostro paese risulta difficile perfino alla giovane Cassandra. Dopo il diluvio l’esodo. Schiere di writers rimasti senza muri e treni da istoriare, pensionati senza pensione dato che l’INPS non è riuscita a trasferirsi su terre asciutte, riders senza più clienti di pianura, commesse senza negozi, studenti senza scuole, insegnanti senza studenti, medici senza ambulatori, pulitori senza più stabili di cui prendersi cura, impiegati senza più uffici in cui farsi le scarpe a vicenda, bancari sfrattati dall’open space dei nuovi istituti senza sportelli, neonati senza nido, cani inselvatichiti e funzionari Unesco senza più siti da tutelare: tutti arrancano – non sulla route 66 – bensì sulle strade pedemontane in direzione delle Alpi. La filastrocca ma con gran pena le reti cala giù si è riaffacciata alla memoria di alcune maestre anziane che, per passione, ora educano i più piccoli a quel po’ di geografia che ancora resta, Marittime, Cozie, Graie, Pennine, Lepontine, Retiche, Carniche, Giulie.
L’estate è torrida e fino ai cinquecento metri la canicola toglie il respiro. Per fermare la fiumana di straccioni italiani stremati dalla fame e dal calore, Svizzera e Austria hanno dotato gli organici di frontiera di rottweiler imbottiti in tute antiproiettile. Lo sfollamento non è nemmeno contrastato dalle forze dell’ordine nazionali dissanguate dalle defezioni. In cambio di vitto e divise refrigeranti, molti agenti sono passati al soldo dei ricchi che vivono asserragliati nelle loro ville in quota. Si tratta di vere e proprie fortezze autosufficienti, circondate da mura che nascondono agli sguardi invidiosi piscine, orti, frutteti e la flottiglia di elicotteri acquistata assieme ai piloti militari a prezzo di realizzo. Sotto alle ville si aprono sotterranei che ospitano forzieri stipati di lingotti d’oro, cibi a scadenza molto lunga e ogni altro bene in grado di attenuare i disagi dell’isolamento.

La specie adattabile per eccellenza si è presto abituata alla nuova situazione, ognuno al suo posto, ognuno più o meno spaventato, più o meno elettrizzato dalle nuove frontiere aperte dallo sciacallaggio subacqueo, ognuno più o meno depresso. A dire il vero, la sofferenza psicologica ha risparmiato i poveri che, si sa, di solito non se la spassano, mentre colpisce i ricchi, che pure si sono sistemati meglio di tutti. Uno di questi in particolare, che all’epoca dei social aveva fatto fortuna con un anfibio utilitario andato a ruba per qualche anno, quel giorno non riusciva a scacciare la sensazione che la vita nella fortezza climatizzata gli fosse venuta a noia. Norman Ballarin, originario del Polesine, era stato tra i primi, dopo il quinto straripamento del grande fiume in due mesi, a trasferire il suo impero industriale a mezza costa. Cosicché, benché fino alla catastrofe fosse vissuto nell’ottimismo indifferente che andava sotto il nome di pensiero positivo, ora amava vantarsi di avere avuto la vista lunga. A rafforzare la sensazione di noia claustrofobica che lo tormentava fin dal mattino fu l’annuncio, captato nel deep web da uno dei suoi satelliti, di una partita di caccia grossa organizzata da un gruppo di magnati spagnoli in combutta con una banda di bracconieri nigeriani. Cercò di impedire alla notizia di incendiare quel malessere, ma fu inutile. Più le resisteva più la prospettiva di una scarrozzata per la savana – il cui aspetto ora faceva impallidire le immagini dei documentari National Geographic della sua infanzia – diveniva irresistibile.
Negli anni l’Africa si era molto allontanata dall’Europa, o forse l’Europa dall’Africa, ma non era proprio questo che si voleva? Purtroppo però, ora nessuna carretta del mare, e se per questo neppure il suo panfilo, sarebbe più stata in grado di traghettare esseri umani da una costa all’altra. Su quella traversata che si frapponeva fra lui e la felicità si arrovellava da oltre mezz’ora Norman Ballarin, i cui passi corti e inquieti echeggiavano per il salone con vista sulle lussureggianti pendici della Marmolada. Neanche l’elicottero aveva autonomia sufficiente per raggiungere le coste nordafricane, dove del resto gli infedeli non erano ospiti graditi. Serviva una base di rifornimento sull’Appennino centrale. Passando in rassegna le sue conoscenze gli tornò in mente il vecchio Meggiani che aveva sfrattato i monaci dall’abbazia di Monte Cassino. Ma da un giro di contatti seppe che era morto l’inverno precedente e che i figli avevano richiamato i benedettini e avviato coltivazioni un tempo possibili solo a bassa quota. Il monastero era diventato la sede di una comunità fraterna nella quale non c’era posto per i privilegi: si accoglievano tutti i bisognosi in cerca di pane e di un tetto, ma gli amici del padre non erano i benvenuti. Norman Ballarin, non abituato ai rifiuti, accantonò la questione eredi Meggiani a quando avesse sistemato la questione safari. Mentre sorseggiava il caffè che gli era stato servito dalla cameriera bianca, un tempo l’insegnante di chimica di suo figlio Riccardo, Norman concluse che da solo non ce l’avrebbe mai fatta. Licenziò la donna e la osservò mentre si allontanava lenta. C’era qualcosa nel suo aspetto che lo deprimeva. Ingobbita, informe, ma soprattutto quelle striature bianche fra i capelli. Dovevano essere lì da tempo, ma lui le notava per la prima volta. Aveva i sensi di nuovo accesi, motivo di più per non rinunciare all’avventura africana. Se avesse continuato a fissare le liane che avvolgevano la Marmolada e a pensare ai capelli delle cameriere si sarebbe rimbecillito del tutto.

Alla proposta del safari l’amico Volpato scoppiò in una risata.
“I clandestini in Africa! Se ci beccano non ci rimpatriano mica in business con il foglio di via.”
“Allora andiamoci legalmente… ” fece Norman, seccato di essere stato colto impreparato. E sì che lui di clandestini se ne intendeva, ma le cose erano precipitate così in fretta che probabilmente si era perso qualcosa.
“Credi che non ci abbia provato?” proseguì il Volpato. “L’Africa centrale oggi è la migliore regione del pianeta, ma neanche a vendere tutto quello che ho messo in salvo riesco a comprarmi un visto.”
“Non comprarlo, chiederlo, no?”
“Perdona, Ballarin, ma dove sei vissuto negli ultimi cinque anni? Il satellite lo usi per scaricarti le ricette per lo stufato di antilope?”, altra fragorosa risata.
Norman provò una fitta di imbarazzo: forse era rimasto isolato troppo a lungo e quella di informarsi era un’abitudine che non aveva mai preso. Si fidava del suo fiuto, i frammenti di notizie che coglieva qua là gli erano sempre bastati per annusare da che parte tirava il vento.
“Ci sarà pure un modo,” ribatté debolmente.
“Certo, ma il rischio è troppo alto. Quando ho bisogno di cambiare aria mi faccio un giro sulle spiagge della Norvegia. Te le consiglio. Immagina Sharm el Sheik, ma con temperatura sopportabile e soprattutto visi pallidi.”
“Ci vai spesso?”, chiese Norman in tono casuale.
“Tanto spesso no… ”
Ma, dopo un attimo di esitazione, Volpato ammise: “Per quanti soldi gli sganci, per gli scandinavi resti sempre un italiano che farebbe meglio a starsene a casa sua,” e su questa considerazione si congedò con la scusa di una chiamata sull’altro satellite.

I capelli della cameriera gli parvero ancora più grigi quando tornò ad annunciargli che la signora desiderava consumare il pranzo a bordo piscina, non voleva raggiungerla?
“Ho altro per la testa che la piscina,” sbottò, rimandando a un’altra occasione l’ordine della tintura.
La donna indietreggiò appena, non era abituata a vedere il sub – come lo chiamava tra sé e sé – di quell’umore, e con un mezzo inchino lasciò la stanza, questa volta a passo più veloce.
Sperando di ritrovare l’entusiasmo della mattina, Ballarin andò alla vetrata che dava sulla piscina e fu quasi accecato dal riverbero dell’acqua verde come la foresta che la sovrastava. Rimase per alcuni minuti a osservare Sabrina sdraiata sotto l’ombrellone di paglia con i tre barboncini del Madagascar che le sonnecchiavano accanto. Non provò nulla. Come con le due mogli che l’avevano preceduta, un paio d’anni e anche quel corpo perfetto gli faceva l’effetto di una piadina malcotta. Se fosse stato uno di suoi cani avrebbe sentito almeno una punta di attaccamento. Scacciò il pensiero e ritornò al progetto di caccia grossa che ci aveva messo assai meno di Sabrina a perdere attrattiva. Volpato non era uno stupido, ma odiava il rischio. Ci voleva uno più spregiudicato. Gli vennero in mente Bernardi, ma era troppo vecchio, e poi Fabrello, il tipo ideale se non che aveva mollato tutto per andarsene in Nepal. Anche Rossi delle acciaierie aveva dato di matto: si diceva che avesse creato una comune agricola e girasse per i campi con uno straccio sui fianchi, da non credersi, proprio lui che sullo stomaco non aveva pelo ma una maglia di acciaio. Rise tra sé della battuta involontaria. Doveva pur esserci rimasto qualcuno che non si fosse bevuto il cervello. E fu allora che dagli scantinati della memoria sbucò Speranza. Ma certo, Attilio Speranza detto il Coppola, il palazzinaro di Piacenza che con la protezione della mafia aveva rivestito di asfalto a bassa tenuta metà delle superstrade nazionali, giusto prima che finissero sott’acqua insieme alla Sicilia, della quale non emergeva che il cratere dell’Etna. Con il Coppola si sarebbe divertito, ma occorreva giocare d’astuzia.


Speranza finse di non ricordarsi di Ballarin, costringendolo a qualificarsi come l’inventore delle auto anfibie.
“Quelle che ora non vuole più nessuno?” si assicurò il costruttore con fare investigativo.
“Ascolta,” fece Norman ignorando la provocazione, “ho un affare che solo uno del tuo calibro può condurre in porto.”
“I porti non mancano,” ironizzò il piacentino con una sghignazzata fredda.
“È una cosa seria, ti dico, ma non so da che parte prenderla.”
La proposta del safari suscitò una nuova esplosione di ilarità.
“Cioè anche tu pensi che non si possa fare?” chiese Ballarin mascherando l’irritazione.
“Il caldo ti ha dato alla testa, non ci penso nemmeno,” tagliò corto l’altro.
“Ma io ho gli elicotteri.”
“E loro hanno una contraerea che ti sconsiglio di mettere alla prova.”
“E andarci legalmente?”
“Forse ti sei dimenticato cosa abbiamo fatto alle loro donne. Non so se fossero il tuo tipo, ma io ne so qualcosa. Da quando hanno fatto fuori i Boko Haram il paese è così ricco che non gli serve neanche più vendere petrolio. La Nigeria oggi è il paradiso terrestre.”
“Già, il paradiso terrestre… ” sospirò Norman.
“Ma chiedono troppo anche per me.”
E qui il Coppola tacque. Non poteva confessare a quell’idiota del Ballarin che il tentativo di corruzione di un negro del consolato di Aosta gli era costato l’intero capitale di un conto svizzero. Si limitò a un cenno sui tribunali istituiti presso le ambasciate nigeriane.
“E i bracconieri, allora?” insistette Ballarin.
“Quelli li impiccano.”
La mente di Norman, che girava alla velocità della ventola dei suoi dispersori di calore, non riusciva a rassegnarsi.
“Ma se è solo per i soldi…”
“I soldi non bastano, i sottosviluppati vogliono tecnologia, non sai nemmeno questo?”
“E cosa ci impedisce di dargliela?”
“Se sei in grado di riempire una mezza dozzina di container con componenti per satelliti, computer, visualizzatori a distanza, strumentazione diagnostica, allora è fatta.”
“So di tutto questo,” mentì, “pensavo che magari assumono mano d’opera.”
“Con mezzo miliardo di abitanti… non diciamo fesserie. Prendono solo schiavi per i loro mercantili, che non è esattamente come farsi un giro per la savana a sparare agli elefanti.”
Norman taceva.
“Ma i nostri affarucci possiamo continuare a farceli,” seguitò il Coppola con l’aria di volerlo consolare.
“Tipo?” chiese Norman, che si aggrappava ormai a qualunque appiglio pur di ritrovare l’animazione di qualche ora prima.
“Le solite cose, non fare l’ingenuo che le conosci anche tu. Se capiti dalle mie parti, considerati mio ospite.”
Infastidito dal tono condiscendente di Speranza, Norman ringraziò e promise che si sarebbe fatto sentire presto, ma non prese neppure in considerazione l’invito del mafioso. La voglia di tentare una nuova impresa, un’impresa qualsiasi, gli dava un fremito di eccitazione quale non provava da mesi, anni, secoli. Anche se la prospettiva del safari si allontanava di minuto in minuto, quella febbre non lo abbandonava, anzi lo infiammava al punto dal fargli credere che anche l’ultimo dei pretesti sarebbe stato buono per strapparsi a una vita sotto formaldeide. Le dita afferrarono il visualizzatore e lasciarono un’impronta sudata sul contatto dell’ambasciata nigeriana. Il risponditore automatico lo informò, prima in una lingua inclassificabile e poi in inglese, di qualcosa che non capì. Convocò Alan, il tutore linguistico del figlio che, da quando la Brexit gli aveva imposto la scelta di una sola nazionalità, integrava il modesto salario con mansioni di giardinaggio. L’uomo ascoltò il messaggio e riferì al padrone gli orari per la richiesta del visto.
“C’è altro?” chiese Norman.
“Pare che abbiano troppe richieste, perciò richiamano loro. Dicono anche che i visti a pagamento hanno la precedenza.”
Dopo qualche istante di silenzio, Alan chiese se poteva tornare al suo lavoro in giardino, dove stava rifornendo di esche le piccole trappole contro le termiti che aveva disposto lungo tutto il confine con la foresta.
“Inserisci i miei dati,” gli ordinò il padrone. Poi aggiunse: “Se ti lasci scappare anche una sola parola con mia moglie o chiunque altro, te ne potrai tornare a nuoto da dove sei venuto.”
“Può contare sulla mia discrezione, signore, mi dica pure che cosa devo registrare,” disse il tutore-giardiniere.
“Richiesta di visto di lavoro, mozzo, e poi tutto quello che serve perché possano contattarmi,” ordinò Norman in tono secco ed evitando lo sguardo di Alan. E mentre questi registrava il messaggio, tornò ad affacciarsi alla vetrata davanti alla piscina. Alla base della porta scorrevole si era formato un velo di condensa che gli ricordò la temperatura esterna. Il vassoio con i resti del pranzo stava accanto al lettino su cui Sabrina si rigirava come una bistecca sulla griglia. La pompa refrigerante soffiava una brezza rinfrescante sul suo corpo abbronzato, che le scompigliava appena i lunghi capelli platinati. Non gli sarebbe mancata, né gli sarebbe mancato il figlio, che del resto non vedeva da giorni.
“Allen,” chiese quando l’altro ebbe spento la comunicazione, “hai notizie di Riccardo?”
“È partito martedì, signore, non ricorda?” rispose Alan pur sapendo che il pig era stato volutamente tenuto all’oscuro dal figlio.
“E come sarebbe partito, a nuoto o con il pedalò?” si informò il padre ridacchiando incredulo.
“Sono quasi certo che abbia preso un elicottero, signore.”
“E com’è che nessuno mi ha avvertito?”
“Non potevo immaginare che il signorino Riccardo partisse senza congedarsi da lei,” rispose Alan trattenendo a stento il piacere del colpo ben assestato.
“Non potevi immaginare, ipocrita di un Brexit! Voialtri vi credete tanto superiori perché parlate senza gesticolare e fate finta di rispettare il mondo, pervertiti culattoni che non siete altro.”
Alan si limitò a chinare il capo in segno di riconoscimento delle superiori conoscenze del suo padrone sul popolo che gli aveva dato i natali.
“Chiamalo,” ordinò Ballarin.
Alan riaccese il microfono satellitare e tentò il collegamento con Riccardo, ma si udì solo il risponditore automatico: ci dispiace, ma siamo impegnati in un atterraggio. Lasciate il vostro nome e codice di contatto, vi richiameremo appena possibile.
“Lasciate il vostro codice, vi richiameremo,” ripeté Norman in falsetto, “di chi è questa voce da checca? Anzi da gay, come dite voi?”
“Temo sia la voce del compagno del signorino Riccardo, signore,” rispose il tutore con simulata compunzione.
“Signorino Riccardo un par di palle. Hai detto abbastanza stronzate per oggi, torna al tuo machete.”
Norman si lasciò cadere sulla poltrona che si trovava sulla traiettoria del flusso d’aria. Per quanto regolato al massimo, l’impianto non raffreddava più come l’anno prima. Andava sostituito per mantenere i ventidue gradi estate e inverno, non che le stagioni significassero più qualcosa. Successe all’improvviso. Un martello prese a percuotergli le tempie, un velo nero gli calò sugli occhi e la camicia di seta punteggiata di vulcani giapponesi con i cucuzzoli innevati gli si appiccicò gelida alla schiena.
“Se mi viene a tiro … se mi viene a tiro… ,” bisbigliò. Ma non riuscì a completare la minaccia. Una fitta al torace lo piegò in due. Non poteva morire adesso. Oppure sì, in fondo che vita era. “Riccardo,” gemette, “se mi vieni a tiro…”


Ballarin non morì quel pomeriggio, e neanche il giorno successivo. La vita riprese a scorrere nella solita noia mortale ma, a differenza di prima, ora lui respingeva tutte le proposte di svago che il maggiordomo selezionava dall’internet esclusivo. Si addormentava davanti alle scene di sesso nelle quali uno dei due partner moriva soffocato, e anche i tavoli da gioco con fiches umane o le partite di pesca con esche di mammiferi vivi gli erano venuti a noia. Una sola cosa voleva: tornare a vivere, se no tanto valeva spararsi, anzi sparare a tutti quelli che lo tenevano in prigione e poi dare fuoco alla reggia e godersi l’incendio dalla vetta della Marmolada. C’era stato qualcuno, un italiano che contava, che aveva fatto qualcosa del genere prima di lui. L’idea di un rogo che incenerisse le tracce della sua vita, con accompagnamento di esplosione dei serbatoi di elicotteri e yacht gli restituiva la pace per qualche ora, ma presto lo riafferrava lo spleen – non che Norman disponesse di un termine per definire quella insopportabile condizione – e urlava che gli portassero vino, ma di quello vero, non la porcata che si coltivava adesso. Allora il maggiordomo si precipitava in cantina dove constatava con crescente sgomento che la scorta di bottiglie buone si era ulteriormente ridotta. Per farla durare, una volta a settimana Steve si chiudeva nel sotterraneo umido e tagliava il vino vecchio con il fermentato più recente per servirlo al signor Ballarin quando non era più in grado di distinguere. Steve era l’unico che pensasse al padrone come al signor Ballarin, l’unico al quale importasse di lui. Pur sapendo che il minimo errore gli sarebbe potuto costare la vita, e negli ultimi tempi l’incontentabilità del padrone aveva aumentato i suoi timori, il legame con quell’uomo non accennava ad allentarsi. Si trattava di un attaccamento forte come non aveva mai provato per nessun altro e sul quale preferiva non indagare.

Le cose andarono avanti così per tre settimane finché una mattina, mentre gli serviva la colazione a letto, Steve disse al padrone di avere preso una chiamata dall’ambasciata nigeriana.
“Pezzo di idiota, perché non me l’hai passata?”
“Il signore non vuole essere disturbato se la notte prima ha fatto tardi…” si giustificò il domestico.
“Se non mi metti in collegamento con loro adesso, subito, immediatamente, ti rispedisco dalla tua famiglia fra i pesci.”
Il riferimento era alle circostanze della sua assunzione. Steve, che in realtà si chiamava Bepi, era stato tratto in salvo da un elicottero di Ballarin in ricognizione sciacallaggio. Vedere quell’uomo saltellare sul tetto della sua casa quasi interamente sommersa dalla marea, mentre agitava convulsamente una federa bianca, insieme alla moglie e a due bambini che si dimenavano non meno disperatamente di lui, aveva suscitato il divertito interesse di Ballarin che aveva ordinato di calare una fune a quel pezzente che si contorceva come un indemoniato. Bepi l’aveva afferrata e si era assicurato la salvezza scalciando via i familiari che gli si aggrappavano alle gambe.
“Non se ne pentirà, signore, non se ne pentirà,” aveva urlato ansimante all’orecchio del suo salvatore. “Mi chiamo Steve e sono un maggiordomo.”
Neanche lui sapeva come gli fosse venuto in mente di qualificarsi a quel modo, se non forse per l’irragionevole passione che nutriva per i film di ambientazione aristocratica d’oltremanica. Da lì veniva anche quel po’ di inglese con il quale, prima ancora di riprendere fiato, aveva farfugliato qualche parola per corroborare le sue credenziali. E, in effetti, fino a quella mattina, Norman non aveva avuto motivo di pentirsi di avere catturato il verme.
Il maggiordomo corse alla postazione satellitare e di nuovo la buona sorte gli risparmiò la fine dell’esca. Salendo di ramo in ramo per un intricato centralino ad albero, fu messo in attesa di un operatore. Rispose una giovane voce femminile, quasi sicuramente un’italiana assunta sotto giuramento di mantenersi abbronzata, di quella tinta cuoio che incartapecorisce la pelle e, quando sei rovinata, sotto un’altra.
“C’è una posizione di mozzo di coperta sul cargo 748 in partenza domani sera dal porto di Belluno,” disse la voce.
“Può dirmi qualcosa di più su cosa prevede il contratto?” chiese Steve cercando di anticipare le domande del padrone.
“Contratto,” lo schernì lei, “non c’è nessun contratto, solo un permesso di lavoro della durata di trenta giorni sulla Sarauniyar Afirka, prendere o lasciare.”
“Può attendere in linea?” chiese il servo nel suo tono viscido, l’unica forma di gentilezza che conoscesse.
“Senta, signor Ballarin, non abbiamo tempo da perdere,” si spazientì la voce, “la domanda l’ha presentata lei, non io. Quindi se ora ha cambiato idea, per me va bene, passo al prossimo della lista.”
Non restava che accettare, in fondo se il signor Ballarin aveva fatto quella richiesta doveva avere avuto i suoi motivi.

“Neanche uno straccio di contrattò!” sbraitò Norman quando Steve gli riferì l’offerta dell’ambasciata nigeriana. “E tu hai accettato, mollusco che non sei altro. Esca viva neanche buona per un pescecane, fuori di qui!”
Bepi-Steve si ritirò a testa bassa e andò a chiudersi nella sua stanza dove rimase a riflettere sui rischi che correva da quando aveva esaurito le risorse per svagare il padrone. Neanche le spiate più succulente sugli intrallazzi dei domestici gli strappavano più il ghigno con cui si preparava a godere della loro punizione. Era arrivato il momento di architettare un piano di fuga. Se il capo avesse rifiutato il posto di mozzo, avrebbe potuto sostituirsi a lui e prendere il largo. Ma se quello invece avesse accettato, be’ allora doveva trovare il modo di mettere molta acqua tra sé e la servitù. Quando, circa un’ora dopo, la spia rossa illuminò il cercapersone, Steve aveva la soluzione: si sarebbe offerto al signor Ballarin come sua controfigura. Una bella mazzetta avrebbe sistemato ogni cosa. Del resto non se lo vedeva il padrone a superare il test di idoneità fisica, dettaglio che gli aveva taciuto onde evitare nuove esplosioni. Ora, però, aveva l’antidoto.
Norman lasciò parlare Steve e per un attimo la fedeltà del verme lo intenerì, ma si riebbe prontamente: “Non dureresti a lungo senza di me, vero, viscido animale da striscio?”
Ignorando ogni riferimento alla sua bassezza, Steve si profuse in dettagli sulle durezze della vita di bordo agli ordini di superiori razzisti.
“Si sfogano sui bianchi, padrone, lei non immagina come.”
“Tu invece la sai lunga, vero?”
“Be’, sa com’è, ho le mie fonti e le assicuro…”
“Basta così,” fece Norman, al quale tuttavia le parole del rettile avevano inoculato una certa titubanza. Dopo una breve pausa, disse: “La corruzione è l’unico crimine che i bingo bongo puniscono con la pena di morte. Appenderebbero anche te, lo sai questo, verme?”
Il servo abbassò lo sguardo in segno di consapevole accettazione del suo destino, poi mormorò, “dipende solo da lei, signore, concedermi l’onore di rischiare la vita al suo fianco.”
“Vorrei proprio sapere dove hai imparato a parlare in questo modo, alla Oxford delle paludi?” sibilò il padrone.
“Sempre a sua disposizione, signore,” disse Steve e le pantofole cominciarono a scivolare in lenta ritirata sul pavimento di marmo. Se Norman non fosse stato completamente assorto nel dilemma che lo assillava, avrebbe notato le piccole gocce di sudore che luccicavano sul bordo delle sopracciglia del maggiordomo come minuscoli diamanti. Non è abitudine degli animali a sangue freddo disperdere così il calore immagazzinato.
“Dove credi di andare?” gli gridò riscuotendosi.
Lo strusciare delle pantofole si arrestò.
“Prepara la palestra e trovami il programma dei test fisici.”

La palestra era un stanzone debolmente illuminato da due finestre a soffitto ricavate nel fondo della piscina. Anche in pieno giorno il locale conservava un’aria spettrale e le rare volte che Ballarin si esercitava alle macchine gli pareva di essere intrappolato in un sottomarino incagliato sul fondo del mare. Erano anni ormai che viveva circondato dalle acque, ma questo non lo aiutava a figurarsi la vita a bordo di un mercantile. E meno riusciva a immaginarsela, più la prospettiva lo ingolosiva.
Fu presto raggiunto da Steve che gli lesse l’elenco degli esercizi. Dei tre chilometri previsti, il riccone riuscì a completare appena due giri di palestra. Non ce l’avrebbe mai fatta. Se voleva avvicinarsi alla Nigeria doveva correre il rischio.
“Fammi vedere come te la cavi con i push-up,” ordinò a Steve il cui naturale pallore era reso cadaverico dal chiarore verdastro che filtrava dalle finestre e si rifletteva sul suo cranio lucido. Guardandolo disporsi parallelo al pavimento Norman rabbrividì. Il servo eseguì le flessioni senza sforzo e avrebbe attaccato i sollevamenti alla sbarra se lui non lo avesse fermato con un cenno della mano: “Basta così!” disse con aria stanca, “i lisciatori di tappeti della tua razza riescono sempre a imboscarsi.” E, in tono quasi nostalgico, aggiunse: “ Mi chiedo se ripensi mai al tetto da cui sei schizzato a bordo del mio elicottero. Hai vinto, putrida carogna.”


L’indomani l’elicottero decollò alle prime luci dell’alba. Con quasi tutte le torri di controllo sommerse il rischio di incidenti nelle ore di traffico era altissimo. Atterrarono nei pressi di un impianto di risalita, qualche centinaio di metri sopra Belluno, e scesero a piedi, ciascuno con un borsone malconcio. Era stato Steve a suggerire di non dare nell’occhio. L’involtino con i sette diamanti da dieci carati sfregava fastidiosamente contro l’addome del servo mentre si calavano nell’afa della città. Erano d’accordo che sarebbe stato Steve a farlo scivolare nella tasca dell’addetto all’imbarco, mentre Norman sarebbe rimasto ai piedi della passerella in attesa di un suo segnale. E tutto andò secondo i piani.

Norman trascorreva le giornate nella cabina che divideva con il servo nel fondo della nave. Solo di notte si arrischiava a salire per sgranchirsi le gambe lungo lo stretto passaggio che costeggiava i container più esterni. Quando si appoggiava sul parapetto con l’aria della notte che gli inumidiva il viso grassoccio, quella sterminata distesa di mare aperto, così diversa dall’acqua che era abituato a sorvolare nei dintorni della fortezza, gli procurava una esaltante sensazione di libertà. Erano usciti dal Mediterraneo durante la prima notte e, e se non fosse stato per il faro di Gibilterra che sorgeva dall’isolotto a cui la rocca si era ridotta, lui non avrebbe mai saputo dire in che momento il mare fosse diventato oceano, tanto le coste dei due continenti si erano allontanate. Altro che sciacallaggio aereo e sgozzamenti in diretta, quella era l’avventura. Se pure non avesse mai raggiunto il luogo del safari, ne sarebbe comunque valsa la pena. Norman non era un uomo coraggioso. Il motivo principale per cui amava l’azzardo risiedeva nella sua incapacità di prevedere le ripercussioni che le sue imprese potevano avere su di lui, e meno che meno sugli altri.
Fu durante una di quelle passeggiate a bordo nave, mentre si figurava il suo ingresso nella banca di Lagos che custodiva un discreto capitale a suo nome, che il silenzio fu rotto da una voce che doveva avercela con lui. Si voltò lentamente e fu fulminato da due occhi incandescenti incastonati nel viso d’ebano di una statua in divisa bianca. Ci mancavano solo le donne a bordo, pensò, cercando di mettere insieme una frase di circostanza in inglese.
“Posso vedere i suoi documenti?” chiese la voce che suonava gentile nonostante il timbro cupo.
Norman le tese la scheda magnetica che aveva estratto dalla tasca posteriore dei pantaloni. Con una mano la statua adagiò il documento sul visualizzatore e con l’altra puntò la torcia sul volto di Ballarin che ritrasse la testa abbagliato. Se non fosse stato per la soffocata vibrazione dei motori, la nave pareva immobile come un’isola percossa dalla risacca. La giacca dell’uniforme sulla quale Norman contò i gradi delle mostrine dorate, due per l’esattezza, era leggermente rigonfia sotto il seno sinistro. Dopo avergli restituito il passaporto, la statua rivestita di sale avviò una incomprensibile comunicazione nel visualizzatore che, non più coperto dal documento, le faceva rilucere gli zigomi scuri sopra i quali biancheggiava quello sguardo impenetrabile. Di tutte quelle parole Norman riconobbe solo il suo nome, benché storpiato. Non sapeva cosa pensare. Se la stangona gli aveva restituito il passaporto voleva dire che se l’era bevuta, ma allora su che cosa si stava informando? Che cosa gli sarebbe capitato se avessero scoperto che a quel nome corrispondevano due persone e non una? Niente di davvero preoccupante, visto che non gli sarebbe stato difficile far ricadere tutta la colpa sul verme, accusandolo di ricatto. Non si punivano forse i furti di identità in Nigeria? La statua spense il visualizzatore e se lo rimise in tasca. Poi chiese a Mister Ballarin di alzare le braccia e lo perquisì con tocco leggero. Era la prima volta che veniva frugato a quel modo da mani femminili, un giochetto proprio eccitante da rifarsi alla prima occasione, sempre che ce ne siano ancora, di occasioni, pensò e rabbrividì. Una goccia di pioggia gli rimbalzò sulla punta del naso. Norman alzò la testa: la cappa del cielo incombeva così bassa e densa che pareva di poterla toccare. Obbedì al cenno con cui la statua lo invitò a precederla. Non si era mai aggirato per i corridoi interni fra i container, passaggi traballanti che finivano in scalette ripide con gli scalini metallici sconnessi e risalivano attraverso cunicoli inadatti a ospitare più di una persona per volta. Fu sbucando sul ponte da uno di questi soffocanti budelli che in uno spilungone in impermeabile chiaro riconobbe la sagoma di Steve. Ritto accanto alla murata, il servo puntava il cannocchiale a infrarossi nell’oscurità con la naturalezza di chi non avesse mai fatto altro nella vita. La mano della statua bloccò la spalla di Norman, poi la voce cupa scandì il suo nome. Il servo mollò la presa sul cannocchiale, che gli ricadde dondolando sul davanti dell’impermeabile, e portò la mano alla tempia mentre scattava sull’attenti. Quando la statua chiese anche a lui di esibire la tessera magnetica, che si differenziava dalla sua solo per la foto e l’impronta digitale, Norman si sentì franare. Ebbe l’impulso di lanciarsi di sotto o di cercare rifugio fra i container, magari ne avrebbe trovato uno chiuso male, magari… ma non fece nulla, se non rimanere immobile fra la statua e il servo nel cui sguardo melmoso ora sguazzavano schizzi di vendetta. Non c’era modo di dimostrare alla statua né a nessun altro pezzo da museo da cui dipendesse la sua vita che era lui il vero Norman Ballarin. Prima della partenza aveva seguito il bisbigliato suggerimento di Steve di cancellare ogni sua traccia da tutte le reti a tutte le profondità. Non c’era più modo di stabilire quale dei due fosse quello vero. Che idiota!
Il boato di un tuono lo fece sobbalzare. La nave si inclinò violentemente e sarebbe finito addosso a Steve se non ci fosse stata la mano della statua a trattenerlo. Il cielo era squarciato da code di gatto elettrificato che si spegnevano solo per fare posto a zampe di coniglio elettrificato che avevano l’aria di prendere di mira lui, Norman Ballarin, tenuto in piedi dalla morsa di una femmina mutante e incastrato da un servo. Lottò per non scivolare nel gorgo nero che voleva inghiottirlo, attaccandosi alla sua ultima speranza, e cioè che il verme non fosse riuscito a manipolare anche le chiavi biologiche di accesso al conto di Lagos.
“Posso pagare qualsiasi cifra,” borbottò tremante.
Ignorando la supplica, la voce d’ebano lanciò nel visualizzatore un breve comunicato che risuonò per tutto il ponte. In meno di un minuto, Steve fu sollevato dall’incarico da un altro schiavo in impermeabile chiaro il quale, dopo aver fatto il saluto militare alla statua, imbracciò il cannocchiale e lo puntò nella notte.

Il processo, celebrato nel fondo più fondo della nave perché nelle cabine sul ponte si veniva sballottati come palline in un flipper e non ci si poteva sentire a causa dell’assordante fragore metallico dei container che stridevano per liberarsi dalle catene che a loro volta si tendevano nello sforzo estremo di trattenerli, fu breve. Le prove contro il falso Norman Ballarin, che poi era il vero Norman Ballarin, il quale però in quella giostra di identità non era più sicuro di niente, risultarono schiaccianti e il movente chiaro ai limiti della banalità. Privo della forma fisica necessaria per affrontare il lavoro richiesto dalla posizione, l’imputato si era appropriato dell’identità del vero, cioè falso, Norman Ballarin. A spingerlo non era stata l’onesta aspirazione di lavorare per migliorare la propria condizione economica, bensì la speranza di infiltrarsi clandestinamente con finalità edonistiche, e forsanche criminali, nel ricco paese di Nigeria. Aveva corrotto la guardia al momento dell’imbarco, come dimostrava la montagnola di diamanti che, sotto la luce tremula della lampada a soffitto, mandava sinistri bagliori contro il volto del corrotto. Com’era riuscito a rubare l’identità del vero Norman Ballarin? Questo il giudice avrebbe voluto sapere, ma l’imputato si ostinava a non rispondere, contro il parere del difensore d’ufficio, una giovane dall’aspetto mozzafiato e di dolorosa inaccessibilità. Quando riacquistò un briciolo di lucidità e comprese che solo la piena ammissione del suo misfatto avrebbe potuto risparmiargli la vita, Norman-Norman confessò tutto quello che non aveva commesso, e pianse lacrime vere perché la prospettiva di finire in mezzo agli stessi pesci ai quali in passato aveva fornito abbondanti pasti, tra cui, come scordarlo, la supplicante famiglia di Steve, gli si profilava ora in tutta la sua raccapricciante realtà. No, pensava fra sé, lui non era un genio del male, ma solo un vigliacco che sarebbe stato disposto a tutto pur di essere tenuto all’asciutto. Il verme però gliel’avrebbe pagata. Il vero e unico Norman Ballarin sarebbe sopravvissuto solo per vendicarsi. E mentre le lacrime gli colavano calde fra la radura di peli grigi germogliata nelle giornate di clandestinità, Norman-Norman arrivò a inginocchiarsi a terra implorando la vittima del suo raggiro e il nobile paese di Nigeria di perdonare la sua avidità. Norman-Steve accettò le scuse con la magnanimità aristocratica di un bue evirato da secoli. Chiese alla corte di risparmiare la vita del misero criminale, che tuttavia esigeva fosse messo in condizione di non più nuocere.
“Si spieghi,” ribatté il giudice, allungandosi per recuperare il martello di legno che era andato a cozzare contro il bordo del banco.
“Lei capisce, io mi do da fare per salvare la vita a quest’uomo, sa come si vive dalle nostre parti…”
“In effetti ho sentito che non ve la passate bene da quando i ghiacci…” Il giudice abbassò lo sguardo e tacque per qualche secondo prima di invitare il galantuomo a proseguire.
“Vostro onore, ho tratto quest’uomo in salvo dal tetto della sua casa, l’ho preso a servizio, e quando mi concedo di scendere nuovamente in pista – perché come lei può capire, il mio è il tentativo di un imprenditore immobilizzato dalle acque di ripartire dalla gavetta, senza privilegi – ecco dunque che questo impostore mi ripaga rubandomi l’identità e la piccola scorta di diamanti che tenevo da parte per i momenti difficili.”
Il giudice, un anziano con una gran testa di riccioli bianchi che gli ricadevano sulla toga purpurea, indumento che gli conferiva più l’aspetto un cardinale che di un magistrato, assentì socchiudendo gli occhi, come per meglio contemplare gli abissi a cui poteva condurre l’ingratitudine umana.
“Ma,” continuò Norman-Steve, “non sono crudele e non credo nella vendetta. Per questo invoco la saggezza del nobile continente che ha illuminato il pianeta con i principi della giustizia rieducativa affinché il mio domestico possa comprendere ed espiare il suo crimine sotto l’avveduta guida della gente di Nigeria.”
“Intende le comuni di lavoro agricolo forzato?” volle sapere il giudice.
“Quelle o le miniere di coltan a cielo aperto o gli allevamenti di antilopi; Vostro Onore, non ho preferenze per accordare il mio perdono. Mi affido alla vostra veneranda saggezza.”

Norman-Norman fu condannato a zappare la terra sugli altipiani occidentali del paese per un periodo di cinquant’anni, che avrebbero potuto ridursi in ragione della sua buona condotta e del superamento degli esami di lingua, tradizioni e sapienza yoruba. Oltre a otto ore di lavoro al giorno, la pena prevedeva infatti anche la frequenza delle scuole serali istituite in tutto il paese per il recupero e la valorizzazione dei valori nativi e la riabilitazione di quanti, suggestionati dall’individualismo occidentale – le cui malaugurate conseguenze erano sotto gli occhi del mondo intero – si ostinavano ad agire contro l’interesse comune. Il reo confesso concluse la traversata in cella di isolamento, una gabbia senz’aria che lo ridusse a un cencio. Una volta sbarcato fu condotto all’aeroporto e qui caricato su di un velivolo a energia solare a fianco di casse di merci e un gruppo di condannati europei, che evidentemente avevano avuto il tempo di fraternizzare dato che si scambiarono sguardi diffidenti prima di stringersi per fargli posto. Ballarin dovette fare appello a quel po’ di dignità che gli restava per non rimpiangere la compagnia del verme.

L’aereo sorvolò basso ampie zone di foresta e distese di praterie lussureggianti sulle quali pascolavano animali di ogni tipo. Non solo giraffe, zebre, gnu e altra fauna locale, ma anche cavalli, canguri, bufali, pecore. Man mano che l’aereo prendeva quota per portarsi sopra le alture occidentali, i fianchi del massiccio, sinuosi pendii che a tratti si irrigidivano in frastagliati precipizi rocciosi, cominciarono a coprirsi del fogliame di abeti e faggi attraverso il quale capitava di scorgere la sagoma di goffi pachidermi pelosi in tutto simili agli orsi che avevano popolato le montagne dietro la casa di Norman prima che diventasse la sua fortezza. Si chiese se non fossero stati messi in salvo da qualche Noè nostrano o se invece, non diversamente da lui, qualche esemplare avesse eluso la sorveglianza dei guardiaparchi per intrufolarsi in un container diretto verso un clima più fresco. A questo pensiero, Norman si accorse di tremare. Gli spifferi freddi che gli arrivavano sulla schiena provenivano dal portellone semiaperto a pochi metri dalla panchina su cui sedevano i detenuti. Si strinse addosso l’ampio caffettano a strisce arancione e verde che d’ora in avanti sarebbe stato la sua unica tenuta e usò il bordo della manica, assai più lunga del braccio, per soffiarsi il naso.

Per una dimenticanza, spiegabile solo con l’arroganza del mondo scientifico dei bianchi, le ricerche sul riscaldamento globale avevano omesso di monitorare l’andamento termico africano, ciò che aveva impedito di rilevare un fenomeno ampiamente segnalato dai riscontri satellitari e che non sarebbe sfuggito neppure a un bambino, se solo avesse voluto guardare. Ma si sa che si trova ciò che si cerca, con tutto quello che segue, con buona pace dell’obiettività scientifica. Il continente costituito dalle terre più antiche del globo era da anni soggetto a un lento ma inesorabile bradisismo che aveva messo al riparo gran parte delle coste e sollevato alquanto l’altitudine delle terre. E siccome, nonostante l’umana presunzione sia portata a credere che le terre siano indipendenti l’una dall’altra e che ogni nazione abbia da prodigarsi per proteggere i propri confini, in realtà, anzi nel fondo degli abissi, le terre sono congiunte tra loro, un’unica enorme crosta terrestre in perenne movimento, che se anche dà segni di sé in una sola regione per volta, in verità le coinvolge tutte. Ecco perché, tutti presi a tirar su muri e barriere difensive, non si era fatto il semplice ragionamento che se le terre stavano non solo allagandosi ma anche scendendo di livello, quasi desiderassero correre incontro al mare che voleva farle sue, da qualche altra parte la crosta terrestre doveva ben risalire, in virtù di quel delicato sistema di leve, pesi e scorrimenti in cui non c’è zolla che possa inabissarsi senza che un’altra si sollevi per ristabilire l’equilibrio.

Di tutto ciò l’infelice condannato non sapeva nulla, ma perfino a lui era evidente che, nel mondo sconvolto dai cataclismi, solo a quei selvaggi era andata bene. Tanto che, mentre si stringeva nella veste ruvida e allungava il collo verso lo spettacolo che si intravvedeva dallo spiraglio del portellone, si sorprese a considerare il tenace impegno con il quale i bingo bongo si proteggevano dai clandestini come lui con una certa empatia – parola usata da quella mozzarella della sua terza moglie che gliene rinfacciava l’assenza con lo stesso tono con il quale si accusa uno di essersi perso la casa al poker. Fu tuttavia un sentimento passeggero a cui presto subentrò la rabbia per tanta ingratitudine, dopo tutto quello che la gente come lui aveva fatto per i negri all’epoca in cui erano dei morti di fame e si vendevano anche i figli pur di salire al nord, al benessere, alla civiltà. A porre bruscamente fine alla disposizione filosofica del nostro fu il richiamo del suo nome storpiato “Stiib, Stiib,”mentre una mano lo scuoteva per il braccio.
“Giù le zampe, animale,” ringhiò Steve-Norman. Per sua fortuna la guardia non comprendeva l’idioma del bel canto, dovette però avvertirne l’uso volgare, perché ribatté qualcosa che il prigioniero intese come un’intimidazione, alla quale, essendo assai ben fornito quanto a istinto e pancia, reagì accettando con untuosa buonagrazia la ciotola di riso, o qualunque cosa fosse, e la gavetta di liquido fumante. Il sole era un disco rosso che pareva spinto dietro al massiccio dalla pressione di strati di nuvolaglia nera che, abbandonato il resto del cielo, si erano dati convegno proprio sopra di lui per affondarlo.

La storia di Norman-Steve-Norman si conclude qui. O meglio prosegue, nel modo in cui ciascuno preferisce immaginare perché neanche la giovane Cassandra lo sa con sicurezza, anche se una sua idea lei ce l’ha. Chi ha fede nella possibilità di cambiamento dell’essere umano, si augurerà che la rieducazione sui campi dell’altopiano africano faccia breccia nella superficiale avidità dell’imprenditore buono per ogni stagione, che anzi lo trasformi al punto da fargli desiderare il rientro in patria per fare ammenda di tutti i misfatti commessi nella sua vita. Una natura pessimista riterrà invece che il miserabile protagonista sia al di là di ogni possibile redenzione e che pertanto, una volta scontata la pena, magari astutamente accorciata fingendo adesione ai valori comunitari dei suoi carcerieri, userà tutto ciò che l’esperienza gli avrà insegnato per sfruttare meglio e ancor più cinicamente le risorse e gli abitanti della terra. Viceversa, coloro che desiderano trovare giustizia almeno nel mondo dell’immaginazione, si figureranno un Norman infelice e angariato ma incapace di pentirsi e quindi sempre sorpreso a ripetersi nei suoi comportamenti scellerati e per questo trattenuto sull’altipiano fino a un giorno, anzi una sera, o meglio una notte, in cui dalle pareti delle sue carotidi, ingolfate da anni di colesterolo che la prigionia aveva privato del salvifico rimedio dell’alcol, si staccherà una scheggia che urterà malamente un capillare cerebrale, dando così avvio a un lento gocciolio di sangue che lo condurrà, dopo breve agonia, morte incosciente. Ma se questo finale dovesse parere troppo mite per un malvagio quale il polesano Ballarin in effetti è stato, per lo meno da quando l’età della ragione gli fornì i mezzi per esprimere la sua natura, allora si potrà immaginare una lunga e dolorosa agonia, resa ancor più insopportabile dalle cure compassionevoli del personale nero dell’infermeria, quando l’ultimo suo desiderio di contemplare un volto bianco prima di morire non potrà venire esaudito per la sola ragione che sarà proprio lui l’ultimo bianco rimasto a scontare una pena sugli altipiani occidentali della Nigeria.

Ultimi articoli

Vai ad inizio pagina keyboard_arrow_up