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Il blog di Michela Zernitz

Quando l’altrove non c’è più

La New York del 2022

Ora che abbiamo una guerra alle porte di casa la questione ambientale è passata in fondo alla lista. Il Po non era così asciutto dal 1972 e manca l’acqua per la nuova stagione agricola. Quella della carestia è una nozione che eravamo abituati a associare all’Africa e a qualche altro altrove disgraziato. Forse dovremmo chiederci che fanno i contadini ucraini in questo inizio di primavera, sparano o seminano? Le ricche terre nere, di cui l’Ucraina detiene il 30 % nel mondo, garantiscono l’approvvigionamento granario a noi e molti altri popoli.

Ero molto giovane la prima volta che vidi 2022 I sopravvissuti (Soylent Green), su cui sono poi recentemente ricapitata. Non ricordavo molto, se non l’indelebile effetto sulla mia percezione. Per qualche giorno, dopo averlo visto quella prima volta, tutte le volte che aprivo un rubinetto o premevo l’interruttore della luce e ne ottenevo l’effetto a cui ero abituata, ecco, quei gesti scontati, per qualche giorno, non furono scontati per niente. E anche affondare i denti in un semplice panino con burro e marmellata mi riempiva di un grato stupore venato di precarietà. Non so dire se la mia coscienza ecologica fu risvegliata dal film di Richard Fleischer, perché fin da ragazza percepivo con disagio l’indifferenza rapace con la quale sfruttavamo e insozzavamo l’ambiente; inoltre le domeniche di Austerity, probabilmente di poco precedenti, avevano già fatto balenare lo spettro della limitatezza delle risorse. Ma di sicuro il film amplificò timori che covavo.

Rivedere il film nell’anno in cui è ambientato, appena usciti da un ossessionante virus-centrismo e già sbalzati nella nuova centrifuga della guerra, fa uno strano effetto. Perché se le distopie immaginate nel secolo scorso sono per certi versi molto lontane dalla nostra realtà, contengono tuttavia degli elementi strutturali di verità che è difficile non cogliere al di là delle apparentemente mancate proiezioni estetico-tecnologiche. Così, la realtà della New York in cui lottano per la sopravvivenza 40 milioni di abitanti, per la gran parte miserabili disoccupati, una città calda e polverosa tutto l’anno, fa risuonare corde di plausibilità più impellenti di quanto non potesse alcuni decenni fa. Un anno di calore e siccità ininterrotti hanno avvelenato l’acqua e disseccato il suolo, ucciso ogni forma di vita vegetale e animale. I sopravvissuti della metropoli si nutrono di Soylent, gallette insapori dall’aspetto plasticoso, un succedaneo a base di soia di colore rosso o arancione, e poi il più ricercato, il Soylent verde, ricavato dal plancton oceanico.

Scena dal montaggio veloce che apre il film

Il prologo del film è costituito da un montaggio di foto storiche in successione di crescente rapidità (opera di Chuck Braverman, all’epoca il re del montaggio veloce), con alcuni passaggi – quattro immagini in un solo brevissimo quadro – al limite del subliminale, foto che illustrano lo sviluppo tecnologico industriale del Novecento, con il suo portato di inquinamento, guerra, sovrappopolazione e malattia. La carrellata, che inizia con immagini rurali sul cui sfondo la meccanizzazione muove i primi passi fianco a fianco con la trazione animale, accelera presto il ritmo con incalzanti scene di degrado e repressione, sovrapproduzione e fumi industriali, massificazione umana, sovrappopolazione urbana, ingorghi di auto, soldati in maschera antigas, un’esplosione, immondizia aggredita da gabbiani e bulldozer, e si conclude con scheletri di alberi, acque morte, il profilo dei grattacieli di New York opaco ed esausto.

le mascherine del prologo

Insomma, in poco più di due minuti, si va dalla visione ottimistica del progresso per le sorti dell’umanità alla morte della civiltà, dal progresso come fonte di libertà e di emancipazione alla sua letalità, anzi alla sua autofagia. Che questo poi è il gran segreto al cui disvelamento ci conduce la vicenda del Soylent Green, ma prima ancora è la metafora del nostro sviluppo che, sfuggitoci di mano, si nutre di noi per conseguire il suo catastrofico compimento. Sul piano della stretta attualità, a vederle oggi, le immagini in cui masse di giovani coevi al film si proteggono con mascherime le vie respiratorie paiono stupefacentemente avveniristiche (come fa notare Tony Sokol nel suo articolo sulla futuribilità delle previsioni distopiche del film).

2022: i sopravvissuti è un whodunnit distopico del 1973, ispirato a una storia partorita qualche anno prima dall’immaginazione dello scrittore di fantascienza Harry Harrison. Il suo romanzo Fate largo! Fate largo! si apre con una dedica ai figli: A Todd e Moira. Mi auguro, per il vostro bene, ragazzi, che questa rimanga solo un’opera di fantasia.

Non c’è nessun posto dove andare, dice il tenente Thorn (Charlton Heston) a Shirl (Leigh Taylor Young), la ragazza in dotazione all’avveniristico appartamento di lusso della Chelsea Tower West, nel corso delle indagini sull’assassinio del suo ultimo inquilino, William R. Simonson (Joseph Cotten), un manager apicale della corporation che produce il Soylent Green. Un caso che le autorità vorrebbero insabbiare, ma che Thorn condurrà alla soluzione.

Non c’è nessun posto dove andare, fuori dalla New York brulicante di esseri umani sfiniti dal caldo e dalla fame. Le poche aziende agricole ancora in attività sono militarizzate. La distribuzione del Soylent avviene in quantitativi così insufficienti da provocare continue sommosse, sedate con l’intervento di spalatrici che letteralmente rimuovono dalle strade i ribelli per scaricarli non si sa dove.

Il tenente Thorn un tetto ce l’ha e lo divide con l’anziano Sol Roth – ultima toccante interpretazione di Edward G. Robinson – che nella sua qualità di Libro è incaricato di procurare il sapere archivistico necessario alle indagini dell’amico. Un’altra caratteristica della civiltà agli sgoccioli è infatti la quasi totale assenza di tecnologia informatica, che compare solo negli schermi della video sorveglianza degli appartamenti della Chelsea Tower West e in quelli dei videogiochi destinati allo svago dei loro inquilini. Quindi le indagini che Sol conduce su annuari e prontuari di varia natura assumono il carattere specialistico di una ricerca archeologica, alla portata di un manipolo di anziani sopravvissuti, che abitano le rovine ancora decodificabili di una civiltà al tramonto.

Thorn e Sol abitano in una fatiscente palazzina, che ricorda lo stile del Village, in un appartamento tappezzato di libri, apparentemente consultabili solo dal vecchio, con fornitura elettrica intermittente, che i due integrano pedalando a turno su una sorta di cyclette.

Per lasciare il suo appartamento Thorn deve scavalcare i corpi dei senza tetto che dormono sulle scale

Il vecchio. Ogni volta che i sensi lo riportano al passato, grazie al gusto di una foglia di insalata, le note di Brahms, un sorso di whisky, quello vero, il viso gli si illumina, gli occhi brillano nel sorriso che squaderna le rughe dell’abitudine alla perdita. Lui e gli altri Libri ricordano. A differenza dei Book People di Fahrenheit 451, questi anziani sono loro stessi gli ultimi Books. Non è stato necessario distruggerli i libri perché smettessero di essere pericolosi. Il mondo del 2022 è popolato di creature immemori, affannate a sopravvivere, ciascuna al proprio livello: i poveri accalappiando un sacchetto di Soylent Green, Thorn applicandosi ostinatamente alla risoluzione del suo caso, e salvare così un posto di lavoro prezioso in quel mondo di disoccupati, e infine l’élite di benestanti, costituita dagli uomini di potere e le loro ragazze dotazione, con accesso a ogni sorta di lusso, tra cui il cibo vero. E infatti più del caldo umido, degli sfiniti corpi cenciosi riversi su scale e marciapiedi, della desaturazione sgranata e polverosa della fotografia che si accende di colore solo negli appartamenti della Chelsea Tower West e delle istituzioni ancora funzionanti, è soprattutto la scomparsa del cibo come lo conosciamo a rendere così profondamente angosciosa la realtà del 2022; sparizione sotto la quale si nasconde l’abominevole segreto che Thorn porterà alla luce.

Per risalire al movente dell’assassinio, Thorn ha bisogno di ricostruire il passato di Simonson, e qui entrano in campo le competenze archivistiche dell’amico. Roth si reca all’Ente Supremo portando con sé i due prontuari del 2014 sulla produzione del Soylent Green che Thorn ha rinvenuto e sottratto dall’appartamento della vittima, e nei quali si certifica la morte degli oceani e la conseguente estinzione del plancton. I volumi costituiscono una assoluta rarità, oltre che per il segreto che svelano, per il fatto di essere stati stampati così di recente: da vent’anni infatti anche la cellulosa si è esaurita.

L’Ente Supremo è in realtà ciò che rimane della Public Library di New York. I preziosi prontuari stretti sotto il braccio, Sol varca il cancello semidivelto dell’edificio affacciato su una irriconoscibile Quinta Strada, sale i gradini sconnessi e invasi dalle erbacce, percorre i corridoi polverosi e male illuminati fra gli scaffali traboccanti faldoni, volumi e riviste, e raggiunge i suoi colleghi Books. 

E qui ha inizio la scena della quale la mia giovinezza non poteva cogliere la natura tragicamente nostalgica, poiché evoca un senso di perdita che va ben oltre la deprivazione materiale. Mi viene da chiedermi se nel nostro 2022, persone come i Books che presidiano quell’ultimo baluardo del sapere umanistico non le abbiamo già perdute. Si tratta probabilmente di bibliotecari o degli ultimi studiosi, ai quali è affidata (o se la sono assunta?) la conservazione del patrimonio librario, cioè della memoria di una civiltà precipitata in un eterno, brutale, irrespirabile presente. Sono anziani ed è evidente che con loro scomparirà ogni nostra concezione di umanità, alla quale, nel migliore dei casi, si sostituirà la gentilezza robotica e impersonale della Casa della Buona morte – il Tempio nella versione italiana, semplicemente Home in quella americana. Home, come se l’unico modo per ricongiungersi con la propria casa-passato fosse quello di uscire per sempre dal mondo del 2022, cullati dalle immagini di una natura lussureggiante – ancorché stereotipata e cheap – e da un montaggio sonoro sui temi classici che tutti conosciamo, se non direttamente, da Čajkovskij o Beethoven, almeno dai jingle della pubblicità.

Faccio una breve parentesi sulla qualità della traduzione. In italiano non c’è un modo assoluto di rendere la distinzione tra house e home, e la home thanatorium non avrebbe potuto essere tradotta semplicemente casa, senza ulteriori determinazioni. Ed ecco l’interessante scelta di tempio, che richiama il legame con la religione, che per quanto ignorata e negata, è consustanziale alla nostra cultura della morte. Inoltre, essendo la conservazione del sapere affidata a un personaggio di dichiarata discendenza ebraica come Solomon Roth, il richiamo al profanato Dio del Libro è quanto mai evocativo. Centrato anche il salto da furniture girl – ragazza mobilio-arredo – a ragazza dotazione, che, con un minimo scarto semantico, riflette l’opportunità di abbandonare il terreno di concretezza pragmatica dell’inglese, per portarci nella dimensione, a noi più consona, di una maggiore astrattezza. 

Celia Lovsky, presidente dell’Ente Supremo

Tornando all’Ente Supremo, Sol Roth si addentra attraverso meandri semibui e polverosi fino a giungere nel lucore del Sancta Sanctorum della biblioteca, dove la sparuta confraternita di volti pallidi e mani ossute accoglie l’uomo venuto da fuori con autentica trepidazione. Ecco, a vedere quei visi, visi segnati, composti, scavati eppure luminosi, come se la luce gli uscisse dall’anima, a vedere quei vecchi dignitari dello studio sfiorare con venerazione il tesoro portato dall’infragilito ebreo errante che ti pare di sentire l’odore della carta fresca non ancora spento dall’uso, le copertine lucide che riflettono su quei visi la fioca luce delle lampade da tavolo, a vedere i loro povere indumenti, tra il pigiama e la tunica della rivoluzione culturale, in quella tana protetta da libri, mi si è chiusa la gola. Non perché vedevo un mondo che stava per finire, credo, ma perché quella fine imminente lasciava che si decantasse il succo umano che la scorza del nostro materialismo a tinte forti ci impedisce di distillare.

Gli anziani sanno dell’abominio che si compie per sfamare la gente, e spiegano a Roth che quando Simonson ha compreso la vera origine del Soylent che la sua ditta produceva, ne è rimasto sconvolto al punto da diventare inaffidabile.

Roth ha un’espressione incredula, ma la presidente dell’Ente Supremo (Celia Lovsky, anche lei, come Robinson, alla sua ultima interpretazione) non ha dubbi, le prove sono schiaccianti. Il vecchio, sconvolto, non sa farsene una ragione:- Come mai fanno queste cose?

Why are they doing these things?

E la presidente, che fronteggia la verità con la pacata lucidità di chi ha visto l’orrore ma spera che ci sia ancora uno spiraglio per arrestarlo, pronuncia poche e precise parole:

Perché è più facile, anzi forse, più pratico è la parola esatta.

Oh Dio, – geme Roth.

Quale Dio, signor Roth? Riusciremo mai a trovarlo?

Forse al Tempio… sì, al Tempio.

Stacco. A questo punto il film entra nella sua accelerazione finale, con Thorn, braccato dai sicari della Soylent, alla disperata caccia della prova concreta per sottoporre la questione al Consiglio delle Nazioni. La ricerca lo porta al Tempio dove Roth si prepara a raggiungere il suo Dio assistito dai robotici operatori del Tempio, e dove finalmente toccherà con mano la macabra verità. La vicenda culmina nell’iconica immagine di Thorn trasportato su una barella, ferito ma salvo, che leva il braccio insanguinato urlando Soylent Green is people!!!, con il quadro immagine che si stringe fino a diventare un rettangolo che mostra solo quel braccio.

Ma a noi la scoperta non fa effetto perché, a differenza di Thorn e di Roth, sapevamo già. Il film sarebbe potuto finire sulle accorate parola di Celia Lovsky mentre chiede a Sol la prova concreta che si può solo trovare nel mondo che assedia la biblioteca. L’accoratezza della donna è intensificata dall’inflessione leggermente germanica del suo inglese, come se la sua origine aggiungesse a quella fine imminente l’eco della precedente catastrofe alla quale era scampata raggiungendo l’America. Quasi che la catastrofe l’avesse inseguita, ci stesse inseguendo… quando l’altrove non c’è più, perché… è più pratico…

PS 1 : Ho trovato la suggestiva dichiarazione di un ormai anziano Dick Van Patten – che nel film interpreta l’operatore che prepara Roth a morire – secondo il quale Robinson sarebbe morto la notte del giorno in cui aveva filmato quell’ultima scena.

PS 2: Celia Lovsky, che pure non interpretò altri film dopo questo, visse ancora qualche anno.

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