Il comandante… e il suo parafulmine
Totò oltre Totò, non solo Napoli e povertà

Ecco, quando uno è steso sulle rotaie, il cappello calato sugli occhi, e il treno evita il suo corpo scambiando binario proprio dietro la sua testa, il fallimento è definitivo. L’anziano sulle rotaie è Totò nei panni del generale Cavalli, grado che è stato conferito con la medesima lettera che lo metteva a riposo appena qualche mese prima, e che si risolve al gesto estremo dopo i vari tentativi naufragati di recuperare autorità, identità, ruolo e tutto quello di cui il pensionamento priva un uomo. O almeno di cui lo privava nel 1963, l’anno di uscita del film di Paolo Heusch, in pieno boom.
La moglie del generale è una Andreina Pagnani che incarna icasticamente nel fisico e nei modi le signore borghesi che non si sognavano di aspirare a un lavoro fuori casa, ma erano ben consapevoli del loro posto dietro le quinte. Donne di consumata abilità sociale che, per mantenere il decoro che lo stipendio del marito non assicurava, far studiare i figli e assicurargli una posizione, non disdegnavano di trafficare in quadri, paralumi, e qualsiasi ornamento buono a impreziosire la donna e la dimora borghese, proponendoli a prezzi fuori mercato nella cornice di pomeriggi di bridge, annaffiati da té e whiskini, organizzati in salotti accuratamente arredati.
Quindi donne che in pensione non andavano mai. Da figlie a mogli a madri a nonne, in un continuum previsto, conosciuto, digerito nel corso di generazioni. Anche se una frattura il boom la impone, perché le regole della rinascita del dopoguerra, che alzano l’asticella dell’ambizione borghese, sono crudeli e nuove. Tanto che madame Cavalli, per trovare una occupazione fittizia al marito, si affida a una società di palazzinari senza scrupoli – l’allegra assenza di scrupoli che nessuno meglio di Franco Fabrizi sapeva incarnare – che porterà l’ingenuo e ignorante generale alle soglie del carcere.
Assuefatte al gioco nell’ombra, occhiute, consapevoli che da loro tutto dipendeva, erano donne che sapevano mostrarsi docili senza tuttavia perdere in dignità; pronte a sistemare le cose sotto banco, perché oltre a mantenere la famiglia sopra la soglia del decoro di classe, occorreva salvaguardare l’onore del marito dagli affronti della vita reale. Signore con capigliatura fresca di parrucchiere o rinfrescata da una notte in becchi d’oca e bigodini, e al mattino da cotonatura e spruzzi di lacca. Signore con vestiti da mattina, da pomeriggio e da sera, spesso confezionati da quell’esercito di sartine che, nelle loro cucine male illuminate, erano specializzate nel cavare da scampoli d’occasione i modelli delle vetrine del centro. Signore che portavano i tacchi anche in casa e mostravano gambe avvolte in calze di nylon incolore senza mai una smagliatura. All’epoca in cui il matrimonio era indissolubile e la donna non ambiva a detronizzare il marito incompetente, saccente, vanesio, incapace di svestirsi della divisa per entrare nei panni di marito, amministratore e padre, vivendo nella finzione che la famiglia fosse il prolungamento del suo reggimento, per la salute della quale era dunque sufficiente firmare ordini di arresto e punizioni, tanto della logistica erano altri a occuparsi. Perché della logistica domestica si occupavano loro. Senza però, cosa che abbiamo perduto a seguito del degrado quasi inavvertito del privato che da politico si è prestato a scendere nella pubblica gogna, complici la diffusione mediatica dei valori di “Amici” e “Fatti nostri”, giusto per fare un paio di nomi; senza però, dicevo, mai disprezzare né pubblicamente né intimamente il marito, anche quando la stima, originariamente dichiarata come il fondamento dell’amore, si è logorata e all’amore si è sostituito un misto di pietas e sopportazione. Pur vedendo l’inettitudine dell’uomo, conoscendone le vigliaccherie e le infedeltà, che lui non avrebbe mai ammesso, erano donne che si sarebbero guardate dallo schiacciargli le dita aggrappate al bordo della piscina. Né avrebbero chiamato i figli a testimoniare contro l’imputato. Potremmo forse dire che, con il loro saldo carattere inguantato in buone maniere, quelle donne rappresentassero un baluardo capace di garantire la pace sociale, un argine contro la rabbiosa litigiosità dei giorni nostri nei quali si celebra la frantumazione della classe media, i cui ruoli però sono stati ben prima sconvolti dalla rivoluzione femminile.
Forti di quelle nuove idee, in giovinezza guardavamo dall’alto in basso i sotterfugi delle nostre madri, stigmatizzavamo il loro giustificare il marito-padre che era sempre l’ultimo ad accorgersi di ogni cosa, convinte che da grandi avremmo saputo fare meglio, non ci saremmo mai abbassate a quella complice iprocrisia. E così in effetti è andata. Abbiamo accumulato legami dolorosamente fallimentari, sperimentato nuove formule con successi alterni e mai facili. Abbiamo a nostra volta imparato a ingoiare quel che non avremmo mai immaginato di dover accettare. E se invece siamo fra quelle che non hanno ceduto di una virgola al modello materno, è probabile che ci siamo ritrovate a tirare su un paio di figli in autonomia, non dirò in solitudine, anche perché molte di quelle madri che avevamo sobbillato in giovinezza hanno cominciato a prenderci sul serio quando i figli li abbiamo messi al mondo noi.
Così, ieri sera, seguendo la galleria di sguardi spiccati dagli agili occhi della signora Francesca Cavalli, immancabilmente smorzati da palpebre inclini a socchiudersi o schermati da una sbuffata di fumo della sigaretta dal lungo bocchino, ho provato qualcosa che non immaginavo avrei mai provato: nostalgia. Nostalgia per quell’ordine in cui venivamo accolti al ritorno da scuola, il riparo dalle tempeste i cui tuoni avvertivamo bene sotto alle parole sarcastiche e i brontolamenti paterni ma che raramente esplodevano in acquazzoni, per le gonne scozzesi allungate ogni anno dalla sartina che passava un intero pomeriggio con noi figlie sbuffanti perché costrette a provare il modesto guardaroba invernale che durante l’estate si era rimpicciolito, per le odiate visite alla magliaia con il suo rumoroso macchinario collocato presso la finestra che dava sulla roggia tumuoltuosa nella zona semipovera della città, l’odore della lana che fin dalle scale si mescolava a quello di verdure cotte troppo a lungo, odori che ero stata educata a considerare inopportuni fuori della cucina, e che invece, ho capito solo molto più tardi, erano il calore della casa dei poveri. Come oggi lo sono della mia.
Se a qualcosa tutta questa faticosa liberazione ha portato è stato il recupero di ciò che sta sotto le cose, o delle cose come tali, che non devono sempre essere indizio di qualcosa d’altro. Un abito di cattivo gusto indicava una persona di cattivo gusto e automaticamente qualcuno di un po’ sospetto. Il velo della buona educazione che portò mia madre – la nostra comandante Cavalli – ad affidare una bella fetta della sua buonuscita di insegnante a un giovane che pareva tanto ammodo e che a mio padre sarebbe piaciuto che io mi legassi. Il giovane affidò i soldi a persone poco serie e, quando i soldi svanirono, si scusò dicendo di non avere perduto solo il piccolo sudato capitale della comandante Cavalli, ma anche quello dei propri suoceri – perché nel frattempo si era legato a un’una che non ero io e si era pure riprodotto. Non so immaginare la collettiva consolazione di essere tutti vittime del medesimo naufragio! Quasi che l’ormai non più giovanissimo broker avesse procurato alla noiosa vita dei suoi pensionati un brivido d’avventura. E d’un tratto capisco meglio a cosa va la mia nostalgia. È la nostalgia per qualcosa che non mi è mai stato regalato e che ho dovuto conquistare imparando a vedere oltre il vestito, ad ascoltare oltre lo svarione linguistico, oltre il dialetto che traspare dalla lisa trama di un italiano mal digerito, ad annusare l’odore mascherato dal profumo di marca. A liberare i sensi da tutte le lenti che mi tenevano lontana da una, nei limiti del possibile, chiara percezione della realtà. L’intelligente lucidità che guida ogni sguardo e mossa di Francesca Cavalli, che pur aderendo ai canoni del gusto di classe sa essere un autentico parafulmine contro le imprese bislacche del marito, il quale vorrebbe mettersi a gareggiare in uno sport di cui ignora le regole. L’impresa di parafulmini a cui consegna il suo primo investimento, in realtà i fulmini li attira e così manda a fuoco la torretta nella quale stende le sue memorie di guerra e del cui rogo accusa la moglie, che non le ha tratte in salvo insieme alla stufetta.
Eppure, a guardar bene, neppure la moglie del generale ha gli occhi del tutto aperti. Come può aver affidato il marito, divenuto insopportabile in casa, al malandrino Franco Fabrizi? Basta un secondo e, uno come quello, lo sgami.
Mi pare che i tedeschi la chiamassero Sehnsucht, nostalgia per qualcossa che non c’è. Tempo di tornare alla lotta quotidiana, dove quelle di classe e di genere sono solo il primo passo.