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Il blog di Michela Zernitz

Kiev 1926-1980 : 5

Digressione III : Anche Mandel’štam era ebreo ma lo seppe veramente solo dopo essere stato a Kiev

Marc Chagall, uno dei sette pannelli realizzati per il Teatro ebraico di stato, quando fu trasferito a Mosca nel 1920. I pannelli sono conservati alla Galleria Tret’jakov

Come ebbi presto modo di scoprire, gli amici kieviani di Galkin, cioè quelli che divennero la mia società nella società, erano quasi tutti ebrei, e quasi tutti i loro amici erano ebrei. Che fossero ebrei, però, non ce lo avevano scritto in fronte e non sarei stata in grado di distinguerli dai russi o dagli ucraini in niente di esteriore. A Kiev non sentii mai preghiere borbottate da anziani in scialli a strisce né mai colsi scene di cenacoli dello shabbat dalle finestre illuminate. Del resto i tempi erano cambiati. Nei primi anni Trenta le sinagoghe di Kiev furono chiuse tutte, tranne una, guarda caso nel Podol, e più in generale ogni forma di manifestazione religiosa era scoraggiata, quando non apertamente perseguitata. Non seppi di nessuno dei miei amici che conoscesse lo yiddish o che indossasse la kippah. Un po’ alla volta capii che a questa assimilazione di fatto non corrispondeva parità di trattamento con la popolazione non ebraica. Un antisemitismo strisciante restringeva gli accessi all’università e ai posti di lavoro più prestigiosi. Ciò nonostante, o forse proprio per questo motivo, fra gli ebrei il livello culturale era molto elevato. Se una legge non scritta imponeva risicate quote di accesso all’istruzione superiore, i genitori esortavano i figli a dare il massimo fin dalla scuola dell’obbligo.

Trascorrevamo il tempo in modo leggero ma mai superficiale, parlando di poesia, di opere lette in samizdat e di cinema, commentando il quadro di un artista di Kiev, il cui laboratorio dovevo assolutamente vedere, o l’icona ritrovata da Julik durante gli scavi estivi in Crimea. Avvertivo inoltre una solidarietà che prescindeva dalle caratteristiche dei singoli individui, un elemento di familiarità che mi includeva e che io attribuivo al loro essere russi, più che al loro essere ebrei. Eppure, uno giorno mi venne chiesto se fossi sicura di non essere ebrea. Ne ero sicura, almeno entro i limiti delle mie conoscenze genealogiche. No, perché, lo sembri proprio…

Erano tutti di qualche anno più grandi di me, e si prodigavano perché io imparassi, capissi, ma nel farlo non mostravano superiorità o compiacimento. Era naturale, anzi cosa buona e necessaria, tendere sempre a scambiare le proprie conoscenze, che fosse l’ultimo libro di Iskander, una riedizione delle poesie di Esenin o la ricetta dei bliny. Solo che le mie conoscenze erano ben più limitate delle loro, e non solo in materia russa o ebraica, ma anche italiana. La loro indole cosmopolita, costretta entro i sia pur amplissimi confini di quel grande paese, guardava al mio con ammirazione; mi chiedevano conferma di quanto sapevano delle opere conservate agli Uffizi e nei musei Vaticani, delle rovine greche in Sicilia, dei personaggi danteschi e non solo. Con mio grande imbarazzo, riuscivo solo a dare risposte vaghe che si concludevano con l’immancabile promessa di informarmi.

Mi colpivano, i miei amici, per quell’elemento di precarietà che percepivo nella loro esistenza, quasi che le circostanze sarebbero potute mutare da un giorno all’altro, e dovessero tenersi pronti a lasciarsi tutto alle spalle, per un inizio altrove. Tutto, tranne che i loro legami, che si sapeva avrebbero resistito alla lontananza, nello spazio e nel tempo. Se le case in cui ero cresciuta e quelle in cui erano cresciuti i miei conoscenti contenevano oggetti passati di generazione in generazione, prova di una cura verso la conservazione e l’arricchimento del mobilio e degli accessori, negli angusti appartamenti kieviani del 1980 i mobili si assomigliavano tutti. Al momento di coricarsi si aprivano i divani perché diventassero letti, vestiti e biancheria erano ammucchiati nell’unico armadio e in qualche valigia, le poche superfici lasciate libere dalle librerie ospitavano tele di pittori amici. Insomma, ogni oggetto non rimandava che a se stesso, non era associato a un qualche valore sociale o di mercato, né si trovava al suo posto in funzione meramente decorativa. Mi ero fatta l’idea che tutti gli appartamenti fossero arredati, o meglio riempiti, allo stesso modo, un modo che, dentro di me, definivo russo e che, mi dicevo, avrei riprodotto nella mia casa, quando ne avessi avuta una. Tutto il gran daffare che si faceva da noi inseguendo gusto, praticità, eleganza, qui semplicemente non era arrivato, o forse un tempo era esistito ma gli sconvolgimenti della storia ne avevano fatto perdere il ricordo.

Tuttavia, man mano che le mie conoscenze si estendevano oltre i limiti di questa società nella società, ebbi modo di visitare anche appartamenti “con aspirazioni”, vale a dire con pochi libri e molte suppellettili. E solo allora mi fu chiaro che quello che veramente ammiravo nei miei amici era il loro rispondere a una sorta di codice di igiene spirituale, basato sulla ferma rinuncia a oggetti, onori, denari il cui conseguimento richiedesse una qualche forma di compromesso con la loro coscienza. Non ne parlavano mai, ma era il loro comportamento a testimoniarlo. Al lavoro si dedicavano quel tanto che serviva per far fronte ai bisogni essenziali, o solo nella misura in cui il lavoro corrispondeva ai loro interessi, mentre le energie buone venivano riservate alla ricerca, alla convivialità, alla lettura, all’arte. Vivevano, come avevano fatto prima di loro gli intellettuali e gli artisti invisi al potere sovietico, in una sorta di emigrazione interna scelta per evitare ogni contaminazione con il regime che, se solo si fossero piegati alle sue richieste, avrebbe elargito doni e privilegi. Erano gli eredi dell’intelligencija ottocentesca, gli eredi migliori. Temprati dalla perdita di parenti, amici e proprietà per l’arbitrio del potere, sapevano resistere alle lusinghe della scalata ai gradi del partito che ne avrebbe ricompensato la fedeltà al prezzo della loro coscienza.

Tempo di seconda mano è il quinto volume in cui la scrittrice premio Nobel 2015 raccoglie le voci delle persone vissute in epoca sovietica. Le opere di Aleksievič costituiscono una preziosa testimonianza di una realtà sociale che si è dissolata nel giro di pochi anni

Leggendo i ricordi sovietici raccolti da Svetlana Aleksievič in Tempo di seconda mano, mi ha particolarmente colpito la testimonianza di Anna Il’inična, che rievoca la schizofrenia impotente della categoria di dissidenti silenziosi alla quale apparteneva, e mi sono chiesta se non vi appartenessero anche gli amici della società nella società.

Racconta Anna Il’inična:

La mattina andavamo al lavoro e diventavamo dei comuni sovietici non diversi dagli altri. Faticavamo per il regime. Se non volevi finire a poter lavorare solo come addetto alle pulizie o portinaio o guardiano, dovevi per forza adattarti al conformismo. Quando poi rientravi dal tran tran lavorativo potevi dedicarti all’altro tran tran, quello ‘della cucina’: bere vodka, ascoltare il proibito Vysockij, cercare di captare La Voce dell’America attraverso le scariche del radiodisturbo. Lo ricordo tuttora quel grandioso crepitio. Ci impegolavamo continuamente in infiniti romanzetti amorosi. Ci innamoravamo, ci lasciavamo. E con tutto ciò molti si sentivano la coscienza della nazione, e si ritenevano in diritto di far la morale al proprio popolo. Ma cosa sapevamo del nostro popolo? Quello che avevamo letto nelle Memorie di un cacciatore di Turgenev e nelle opere della nostra ‘prosa contadina’. In Rasputin… Belov… Non capivo più neanche mio padre. Gli ho perfino gridato: ‘Papà, se non restituisci a quelli la tua tessera di partito non ti rivolgerò più la parola.’ E papà piangeva.

E mi sono risposta che no, la società nella società in cui ebbi la fortuna di capitare nel 1980, grazie ai saluti di Cesare telefonati a Galkin, rientrava solo superficialmente nella dissidenza silenziosa, dedita alla domestica dissipazione clandestina che risarciva dell’umiliazione della giornata trascorsa. L’elemento dissipativo c’era anche fra loro, ma non arrivava a consumarli. Forse perché una via di fuga gli ebrei, a differenza delle altre nazionalità, ce l’avevano, ed era l’emigrazione regolare. Ognuno dei miei amici aveva un amico, una sorella, un cugino in Israele o in Canada o negli Stati Uniti. E immagino che ognuno di loro con questa possibilità facesse i conti, per sé e per il futuro dei figli. L’emigrazione regolare era un passo oneroso e definitivo. Prevedeva una prassi burocratica lunga e articolata e l’abbandono di quasi ogni possesso. Chi usciva, usciva per sempre. Chi usciva, non poteva portarsi dietro la famiglia intera. Non credo che Anna Il’inična e gli altri membri della dissidenza silenziosa avessero questa possibilità. Né che fossero segnati da una storia millenaria di aperta discriminazione, o una storia recente di restrizioni alla carriera o agli studi a causa della loro nazionalità.

Ma c’era dell’altro. E a comprenderlo mi ha di nuovo aiutato Mandel’štam.

Come è noto, anche Mandel’štam era ebreo. E, com’era comune nelle famiglie europee di ebrei benestanti, i suoi genitori erano stati più interessati all’integrazione nella cultura che li aveva accolti che all’osservanza della tradizione. Ma proprio a Kiev, in quel marzo del 1926, la coscienza ebraica di Mandel’štam si arricchì di una nuova consapevolezza. Il suo saggio Kiev accenna alla presenza degli attori del Teatro ebraico statale di Mosca (GOSET), ma è lo stesso Mandel’štam a ricordare nel saggio sullo spettacolo del teatro ucraino Berezil’ (1926) che il GOSET si trattenne in tournée a Kiev per sei settimane e che, in quei giorni di marzo, divenne assiduo spettatore degli spettacoli in yiddish, lingua per altro a lui sconosciuta. Un’esperienza che ne acuì probabilmente la percezione dell’elemento ebraico in città. I personaggi del teatro yiddish ricalcavano infatti gli stereotipi della piccola borghesia ebraica, trasfigurati però, nella poetica e trasognata recitazione del grande Michoel’s oltreché nei costumi e nelle scenografie usciti dalla fantasia di Chagall che, a differenza di Mandel’štam, incarnava lo spirito ebraico radicato nelle campagne delle regioni occidentali dell’Impero russo, dalla Lituania all’Ucraina, e per il quale lo yiddish era la lingua madre. Ma che l’essenza di quei personaggi vivesse ancora, Mandel’štam lo avrebbe scoperto solo nel viaggio di ritorno a Mosca.

Marc Chagall, altri tre dei sette pannelli realizzati per il GOSET e ora conservati alla Galleria Tret’jakov.

Il treno su cui viaggiava si ferma in mezzo a uno shtetl e il finestrino inquadra un rabbino che, nonostante l’incertezza dell’incedere sulle traballanti passerelle di legno posate sul fango del disgelo, emana una conoscenza millenaria del percorso. “Il ricordo di quella sgambettante figura di rebbe mi si impresse nella memoria,” scrive Mandel’štam nel saggio dedicato a Michoels, il primo attore del GOSET, “perché senza di lui quel modesto paesaggio perdeva la sua ragion d’essere.”

Ecco, mi sono detta, senza la società nella società, per me Kiev avrebbe perduto la sua ragion d’essere. Possibile che quegli individui avessero in sé qualcosa che non li avrebbe mai abbandonati nelle loro peregrinazioni? Possibile che, in tutta la mia ignoranza del mondo, fosse stata proprio quell’essenza millenaria, quella disponibilità a ricominciare in una erranza infinita a farmi sentire per la prima volta a casa?

A giudicare dall’intensità del ricordo di quei giorni, direi che sì, è possibile.

In fondo se avevo scelto di studiare russo e non inglese, come i bei voti avrebbero consigliato, non era stato solo per evitare di finire a insegnare, come mi raccontavo nel disorientamento successivo alla maturità. Scegliere lo studio della lingua di Delitto e castigo era stato come lanciare una freccia all’estremo orientale della cultura occidentale, nell’inconscia speranza che proprio ai suoi confini si fosse conservato un luogo abitato da persone a me più affini di quelle fra le quali ero cresciuta. Il mio rebbe io lo incontrai a Kiev. Per quante limitazioni subissero, quegli amici sapevano mantenere un distacco che avrebbero portato sempre con sé, il legame con un’essenza che prescinde dai luoghi. Una grande famiglia dispersa che mi scambiò per una di loro.

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