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Il blog di Michela Zernitz

Avvicinare l’inavvicinabile

Riflessioni suggerite dall’interpretazione di Barbara Ronchi protagonista del film Elisa

Barbara Ronchi/Elisa- fotogramma dal film

È andata così. Ho visto Elisa, il film di Leonardo Di Costanzo che mi ha tenuto incollata al viso, ai passi, a ogni movenza della protagonista, una detenuta interpretata da Barbara Ronchi. Ho letto Volevo ucciderla, il libro che riporta i colloqui di due criminologi con la detenuta Stefania Albertani e dal quale il film prende spunto. Poi ho rivisto Elisa. Ma andiamo con ordine.

Il nome che unisce Barbara Ronchi alla detenuta Stefania Albertani è appunto Elisa, forse dal nome della cantante ai cui testi la donna attinge per dare voce ai propri sentimenti. Elisa si apre con una figura di donna che si inoltra in salita fra gli alberi di un bosco innevato fino a fermarsi davanti a un’alta recinzione metallica. Ho immaginato che la donna si trovasse all’esterno di quella barriera, con la videocamera rivolta verso di lei in funzione antiintrusione. Ma, come scopro presto, la recinzione segna il limite degli spazi a cui quella donna ha accesso. Un’ambiguità che segnala da subito lo stretto rapporto tra interno e esterno, una contiguità irrevocabilmente separata. Interno non solo come spazio ristretto di libertà, ma anche come spazio interiore della donna che, come si apprenderà, per molto tempo non è riuscita a incrinare la barriera amnesica che la proteggeva dal ricordo di avere ucciso e dato fuoco alla sorella. Poi la camera si solleva a riprendere dall’alto una costruzione, tra la villa e il castello, disposta sulla radura di una zona montuosa. L’edificio mi ha riportato all’Overlook Hotel di Shining, luogo di auto-segregazione che produce follia. Ma mi sbaglio. Entriamo infatti in una sala conferenze, nella quale il professor Alaoui, criminologo di lingua francese il cui aspetto lascia supporre ascendenze caraibiche, sta introducendo un ciclo di lezioni di fronte a una platea di studenti di giurisprudenza e donne vestite tutte allo stesso modo, come la donna che avevamo lasciato davanti alla recinzione e che vediamo prendere posto in sala a lezione iniziata. Ci troviamo in un carcere femminile svizzero, un centro sperimentale che persegue la riabilitazione delle detenute anche attraverso momenti formativi aperti al pubblico libero.

Stacco. Ora la donna cammina lungo un corridoio che la porta a colloquio con quello stesso Alaoui. Il racconto di Elisa scorre tra le parole del dialogo e i flashback di quel passato culminato in tragedia che gradualmente riaffiorano dal buio dell’amnesia. Negli intervalli tra le sedute, vediamo Elisa al lavoro nella caffetteria della prigione, le battute scambiate con il sorvegliante di lingua italiana, con la compagna di chalet, gli incontri con il padre. L’interpretazione di Ronchi si tiene in un difficile equilibrio fra freddezza, impenetrabilità e fragilità, senza mai facili ganci all’empatia dello spettatore. Perché prima dell’orrore del gesto omicida c’è l’orrore dell’ambiente in cui quel gesto è maturato. La provincia lombarda che lavora e produce, che nasconde la violenza delle relazioni sotto l’esibizione di auto e abiti costosi, e dove il conformismo sociale soffoca ogni sentimento.  

Barbara Ronchi/Elisa- fotogramma dal film.

Gli incontri con il professor Alaoui si interrompono bruscamente: sopraffatta dalla memoria che preme alla soglia della coscienza, Elisa si alza di scatto. Ma prima di lasciare la stanza, la porta semiaperta e la mano sulla maniglia, Elisa si volge verso il professore, e verso di noi che la stiamo guardando, e gli chiede perché dedichi tanto tempo a interessarsi a persone come lei. Una domanda che il film sceglie di lasciare aperta. Nella lettera sulle cui parole il film si conclude, Alaoui dice a Elisa che non esistono persone come lei, che lei è unica e che tutti gli autori di crimini efferati di cui si è occupato dopo di lei sono tutti diversi.

Probabilmente è stata proprio questa domanda a spingermi a cercare il libro, consapevole che cercando il libro continuavo a occuparmi di una persona come Elisa. Mi dico che forse la nostra esistenza è intessuta di pratiche volte a esorcizzare le paure connaturate alla latente consapevolezza della precarietà di quell’ordine sociale che ci protegge. E io non ne vado esente, anche se mi sento superiore a chi in macchina rallenta per occhieggiare la scena cruenta di un incidente stradale. Si tratta solo di livelli.

Leggere la lunga intervista a una donna condannata per l’omicidio della sorella, che per tutta la durata delle indagini e del processo aveva negato di ricordare, mi ha fatto apprezzare ancora di più il film che ha saputo abbandonare la dimensione lineare e cronologica dei colloqui per dare vita a una narrazione con un suo andamento drammatico e una sua orbita attorno a un nucleo interrogante.

Firmano Volevo ucciderla Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali, criminologi seguaci della metodologia interazionista che, a differenza della pratica psicoterapeutica, prevede poche sessioni di dialogo intenso. Il presupposto di fondo è che raramente i crimini violenti sono interamente riconducibili a cause psicopatologiche o ambientali. Ascoltare le narrazioni di chi li ha commessi permette di cogliere le prospettive cognitive, emotive e culturali in cui sono maturati, di ricostruire i nessi cruciali alla loro origine e di portare alla luce le zone d’ombra provocate dall’efferatezza del gesto. Gesto che, attraverso questo percorso, perde il carattere di un’esplosione parentetica irrotta nel vissuto provenendo da regioni oscure della psicopatologia, e acquista invece carattere di continuità, venendo a collocarsi nel vissuto e nella coscienza antecedenti il crimine. Va così intessendosi un contesto di senso, una trama nella quale il soggetto possa riconoscersi e assumere la piena responsabilità del proprio gesto. Un ulteriore risultato auspicato è che l’intervistato arrivi a desiderare di potere concretamente riparare alla violenza commessa – nella misura in cui questo è possibile – e, tramite la riparazione così come è intesa nella giustizia riparativa, rimettere in moto la propria energia psichica bloccata dal senso di colpa. Negli undici incontri con Ceretti e Natali i frammenti di sentimenti, pensieri, ricordi di Albertani si compongono in un quadro coerente nel quale lei, non solo riporta alla memoria la dinamica dell’omicidio, ma arriva dolorosamente a riconoscere la deliberatezza del suo gesto.

Valeria Golino/Laura a colloquio con Roschdy Zem/prof. Alaoui- fotogramma dal film.

Tornando al nucleo interrogante del film – perché dedicare tanto interesse e cura a singoli individui colpevoli di efferatezze – la mia personale risposta si può condensare nel titolo del libro di Daniele Mencarelli Tutto chiede salvezza. Libro cui arrivo grazie a un fugace accenno di Ceretti. È ambientato nella corsia di un reparto psichiatrico dove il protagonista trascorre una settimana di TSO, un’esperienza di contiguità con il disagio mentale dei suoi compagni di corsia – inquietanti, miti, strani, soggetti a crisi – l’esatto contrario delle persone frequentate fino a quel momento, i “normali” con cui non stabiliva mai un contatto autentico. E proprio la vicinanza nel dolore tra marginali – quel dolore fuori dai canoni che nel nostro mondo non sta bene mostrare – crea un senso di comunità, fratellanza quasi, che gli offrirà le prime vere risposte alla sua ricerca di senso, a quella eccessiva sensibilità al dolore della vita cui, fino a quel momento, aveva reagito stordendosi in vari modi e auto-sabotandosi. La malattia dell’anima che si condensa in una parola mai pronunciata ad alta voce: salvezza. “Eccola la mia ossessione, il mio desiderio patologico. Salvezza. Dalla morte. Dal dolore. Salvezza per tutti i miei amori. Salvezza per il mondo.” Credo che questa tormentosa esigenza si agiti in molti di noi, senza necessariamente condurci in una corsia psichiatrica. E che sia la speranza di portare salvezza anche ai gesti più tragici a spingere ricercatori, e persone senza preparazione specifica, verso la pratica o anche la semplice narrazione di questi percorsi di recupero e riscatto. Percorsi che, lungi dal coprire la realtà di una coltre buonistica, gettano luce sulle radici del male e lasciano appunto sperare che il male possa essere prevenuto e, quando non si riesce a prevenirlo, almeno lenito, forse curato.

Quanti casi un criminologo come Alaoui potrà seguire nel corso della sua vita? Quanti assassini potrà portare a salvezza e quante vittime riuscirà a riconciliare con chi li ha privati di un figlio, di una moglie, di un genitore? Pochi, pochissimi. Tuttavia, in una società in cui assistiamo impotenti alla disgregazione sociale provocata da entità impersonali, da volontà economiche e politiche sovranazionali contro le quali sembriamo aver perduto ogni antidoto e ogni capacità di intervento, ci resta solo la possibilità di esercitare la cura all’interno del nostro piccolo mondo. Una resistenza silenziosa assetata di salvezza.

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